L'eredità dei grandi maestri

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Alberto Manzi, Mario Lodi, Lorenzo Milani: della loro eredità si parla quasi ogni giorno. Facciamo un passo indietro: che cos’è un’eredità? Perché quella di questi tre maestri è sì importante e bella, ma anche difficile? Il parere di Carla Ida Salviati.

Non è mai troppo tardi di Giacomo Campiotti foto di Fabrizio di Giulio

Fonte immagine: Rai news.

Carla Ida Salviati, giornalista, esperta di storia dell’editoria e curatrice di un importante volume di Mario Lodi, ha partecipato al convegno annuale dell’associazione “Crescere” (Pistoia, 28-30 giugno 2016) con un intervento dal titolo “Guardare al futuro con l’eredità dei grandi maestri”.
Per cominciare, ha messo a tema la definizione della parola “eredità”: qualcosa che viene lasciato, che comporta arricchimento ma anche impegno, gestione di oggetti e pensieri spesso onerosa e difficile. Su questo punto le abbiamo chiesto di raccontare qualcosa di più ai nostri lettori.

“Naturalmente il fatto che la parola eredità non sia solo ed esclusivamente portatrice di aspetti leggeri e positivi è un po’ una battuta, ma è vero che ogni eredità ha molte facce”, ci ha detto Carla Ida Salviati. “Quando poi si parla dell’eredità di personaggi che hanno fatto la storia dell’educazione e della scuola, queste sfaccettature prendono luci e ombre tra le più varie, spesso imprevedibili. Pensare all’eredità dei tre maestri che ho voluto prendere in considerazione fa un po’ tremare le vene ai polsi. Da un lato perché si tratta di personalità eminenti, che ci lasciano pensieri grandi, enormi sull’agire didattico e sull’educazione. Dall’altro lato perché bisogna vedere che cosa di quel che hanno detto e scritto occorre portare nel nostro futuro. La scuola infatti è costruzione di futuro, da qui non si esce. E dunque da Manzi, Lodi, Milani i pedagogisti, gli insegnanti, tutte le persone di scuola debbono e possono attingere. Assumendosi però la responsabilità importante e gravosa di separare, distinguere, studiare: ciò che è caduco, ciò che va storicizzato, tutti i pensieri che storia non l’hanno ancora avuta e forse la chiedono a noi...”.


Quanto alla scelta dei nomi di Manzi, Lodi e Milani, Salviati la spiega così: “sono tre figure molto diverse tra loro, ma accomunate da almeno due aspetti: sono tre ‘miti’, sopra i quali si sono depositati decenni di buoni studi e cattive retoriche, e sono tre intellettuali che si sono misurati concretamente con la complessità dello stare insieme ai giovani. Quindi oltre ad avere dietro di loro e dentro di loro un pensiero pedagogico hanno avuto una necessità in comune: quella di tradurre il pensiero in concreta attività didattica”.

Da tenere a mente l'impegno sociale di tutte e tre le figure, espresso e coltivato in forma particolarmente decisa da Lorenzo Milani, secondo il quale, ci rammenta Carla Ida Salviati: “la disuguaglianza è prima di tutto un fatto sociale: il Pierino, il Gianni di cui parla nella Lettera a una professoressa sono esemplari di un destino che viene segnato dalle condizioni di nascita e che purtroppo la scuola – in particolare la scuola dello Stato, secondo la sua analisi – non riesce a scalfire, a correggere”. Da qui, da questo pensiero nasce la celebre frase “è la lingua che fa eguali”: dove la lingua “non è solo un fatto esteriore, ma piena consapevolezza interiore e capacità di espressione e di comunicazione sociale”. “Su questa via”, aggiunge Salviati, “mi sembra ci sia molto da fare. Spesso infatti il mondo della pedagogia indugia sull’essenziale aspetto dell’accoglienza ma non si sofferma abbastanza sugli strumenti reali di acquisizione delle competenze di base, linguistiche anzitutto, per creare un’uguaglianza vera”.

L’altro aspetto che accomuna Lodi, Manzi e Milani è il fatto di aver scritto libri, di averci lasciato un’eredità che ci giunge per gran parte in forma scritta. “C’è speranza se questo accade al Vho, di cui ho curato un’edizione antologica, secondo me è il più importante libro di didattica del secondo Novecento. E l’importanza di questo libro sta anche nella sua lingua”, ci ha detto Salviati. “Lodi non ha mai una scrittura retorica, barocca. Ha una scrittura fortemente legata alla realtà e di grande limpidezza. Questo si ritrova anche nella sua narrativa, dove si coglie bene la differenza tra facilità e semplicità. La prima banalizza, la seconda crea conoscenza, domande, ci lascia appunto un’eredità: difficile, ma senz'altro da coltivare”. 

Carla Ida Salviati: 20 Settembre 2016 Articoli

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