INVALSI in pratica. Facciamo il punto con Paolo Mazzoli

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INVALSI in pratica. Facciamo il punto con Paolo Mazzoli

Come sono cambiate le prove INVALSI negli anni? Che cosa dicono alla e della scuola italiana? Quali sono gli strumenti per creare una corretta e serena cultura della valutazione e dell'autovalutazione? Lo abbiamo chiesto a Paolo Mazzoli, direttore generale INVALSI. 

INVALSI

Insegnanti e studenti sono impegnati nelle prove INVALSI dal 2007: come sono cambiati i loro risultati nel tempo? E come sono cambiate, in questi anni, le prove?

Dopo 8 anni dall’introduzione delle prove standardizzate, a partire dall’esame di Stato conclusivo del primo ciclo d’istruzione, si possono individuare alcune linee di tendenza piuttosto chiare. Da un lato, gli allievi delle nostre scuole paiono in maggiore difficoltà sulle domande centrate su traguardi di competenza, più lontani da quegli aspetti che più comunemente si affrontano a scuola, anche se ampiamente previsti dalle Indicazioni nazionali e dalle Linee guida. D’altro canto, però, si riscontra una maggiore abitudine ad affrontare domande che richiedono competenze di tipo argomentativo. Purtroppo i risultati delle prove confermano nel tempo i forti divari territoriali, sia in termini di risultato sia in termini di regolarità nello svolgimento delle prove stesse.
In questi anni anche le prove si sono notevolmente modificate. È stato considerevolmente rafforzato l’ancoraggio puntuale ai traguardi previsti dalle Indicazioni nazionali e dalle Linee guida. Inoltre, è stata posta una particolare attenzione allo sviluppo di quesiti finalizzati alla misurazione di competenze argomentative, nei limiti determinati dalla natura delle prove standardizzate.

Ogni anno si aprono grossi dibattiti sull'utilità dei test. In che modo insegnanti, bambini e ragazzi potrebbero accoglierle al meglio, nella fase della preparazione e nella fase della restituzione dei risultati?

Certamente la modalità migliore per il superamento di diffidenze e perplessità è la conoscenza delle prove standardizzate con le loro potenzialità e i loro limiti, posti proprio dalla natura standardizzata delle prove stesse. Il modo migliore per accogliere le prove è quello di utilizzare i risultati per comprendere, in termini comparativi e di riflessione, come promuovere il miglioramento all’interno delle scuole. La chiave di volta risiede nel comprendere che le prove INVALSI, ancora prima che una rilevazione sulla scuola, sono una rilevazione per la scuola.
Una sfida nuova e molto interessante è quella di coinvolgere maggiormente le famiglie nella conoscenza delle prove e del valore delle informazioni che da esse si possono trarre e, là dove possibile, anche gli studenti. Infatti, in ultima istanza, la valutazione è per loro, ancor prima che un dovere, un diritto per ricevere una formazione adeguata alle sfide del futuro.

Spesso si identifica il lavoro dell'INVALSI con l'erogazione delle prove. Non si tratta solo di questo. Oggi dobbiamo parlare anche del RAV, per esempio. Vuole dare ai nostri lettori un sunto di questa iniziativa, le sue ragioni, il motivo della sua opportunità, i risultati di questo primo anno di autovalutazione delle scuole?

Il Rapporto di Autovalutazione, messo a punto e sperimentato dall’INVALSI, è stato compilato dal 99,7% delle scuole statali e dal 79,7% delle paritarie. E molte di queste ultime non lo hanno fatto per problemi tecnici e non per mancata volontà di farlo. Questo vuol dire che tutte le scuole pubbliche hanno dedicato alcuni mesi a riflettere, sulla base di dati forniti dal Ministero e da noi, sul proprio funzionamento. Hanno tentato di rispondere a domande semplici ma cruciali come: In che misura diamo ai nostri ragazzi quello che serve loro? Quanto riescono a farlo scuole simili alla nostra? Quanto conta, nella nostra scuola, la fortuna di capitare in una sezione anziché in un’altra? È possibile diminuire “l’effetto fortuna”? Quanto riusciamo a prenderci cura di alunni con particolari problemi?... Farsi queste domande è fondamentale, perfino se non si riescono a elaborare delle valide risposte. Perché la consapevolezza è il primo passo per il miglioramento. L’analisi delle risposte contenute nei RAV richiederà molto lavoro.
Per ora posso darle due dati: 1) La stragrande maggioranza delle scuole ha voluto rendere pubblico non solo il proprio RAV, ma anche i dati degli indicatori in cui è articolato, anche quando questi dati non sono particolarmente lusinghieri; 2) Le scuole delle regioni del sud hanno scelto come loro priorità prevalente il miglioramento dei risultati dei loro alunni nelle prove INVALSI (vedi figura qui sotto).


 

Mi permetta però di segnalare che, oltre al RAV, nei prossimi giorni partiranno le visite dei nostri nuclei di valutazione. Andremo in 400 scuole, scelte a caso, e passeremo tre giorni interi a guardare direttamente come è fatta una scuola. Parleremo con il dirigente, con molti docenti, con genitori e, nei limiti del possibile, con gli stessi alunni. La nostra speranza è che le scuole possano rendersi conto che nessuno pensa che il lavoro di una scuola possa essere valutato solo a partire dai risultati che ottiene nelle nostre prove di italiano e matematica.

L'INVALSI è da sempre attenta ad altre rilevazioni di carattere nazionale e internazionale. I test OCSE PISA sono andati piuttosto male nell’ultima rilevazione (2012), hanno svelato una situazione piuttosto drammatica tanto nell'italiano quanto nella matematica. In che modo legge questi risultati, che riguardano i ragazzi più grandi, riscontrandoli con quelli delle prove INVALSI nella scuola primaria?

Gli ultimi esiti disponibili dell’indagine PISA (2012) devono indurre a una profonda riflessione. In primo luogo si conferma la posizione non soddisfacente del nostro Paese rispetto agli paesi avanzati. Troppo poche le nostre eccellenze e troppi gli allievi che posseggono competenze del tutto inadeguate sia nella comprensione della lettura sia in matematica. È però importante comprendere che i risultati PISA non riguardano solo la scuola secondaria di secondo grado, ma tutta la scuola italiana, dall’Infanzia in avanti. Infatti, le competenze osservate da PISA si sviluppano nel corso di molti anni di scuola e non solo nel momento in cui è condotta l’indagine. Inoltre, i risultati che otteniamo da PISA sono del tutto coerenti con le difficoltà che INVALSI riscontra nel primo ciclo d’istruzione. Ovviamente, le ragioni di questi risultati poco soddisfacenti sono molteplici, ma certamente va posta un’attenzione molto forte sulle diseguaglianze presenti all’interno del sistema scolastico italiano, specie fra le regioni del Paese, ma anche all’interno delle scuole italiane.

La cultura della valutazione e dell'autovalutazione è da sempre un terreno spinoso. Le chiediamo un pensiero su questo: perché è tanto importante che questa cultura cresca nelle scuole, e come è possibile curarla con serenità.

La cultura della valutazione è un fatto di maturità. Maturità professionale e persino sociale. Già oggi gli insegnanti più seri e coscienziosi si autovalutano continuamente. Si chiedono se la loro didattica funziona, provano a cambiare approccio per cercare di “stanare” gli alunni più sfuggenti… È tipica degli insegnanti più bravi l’attitudine a valutarsi con rigore e, perfino, a farsi valutare: da un collega fidato, dal proprio dirigente (anche qui: a patto che si fidi di lui), dai genitori dei propri alunni, magari dopo un periodo di rodaggio del rapporto con loro per condividere, insieme ai colleghi di classe, gli obiettivi del lavoro sui loro figli. Hanno paura della valutazione gli insicuri e i diffidenti.
Ma c’è anche un altro problema. Checché se ne dica gli italiani, anche come cittadini, sono molto indietro con la cultura della valutazione. Le faccio solo un esempio. A molti di noi capita di incappare in quelle che gli americani chiamano “richiesta di feedback”: esprimere il proprio giudizio sul servizio di un albergo, di un’assistenza telefonica, rispondere ad una breve intervista mentre stiamo uscendo da un aeroporto o alle stesse indagini dell’ISTAT o di altri istituti di rilevazioni. La nostra prima reazione è di fastidio. Quello che pensa la maggior parte di noi è che sono solo perdite di tempo del tutto inutili. Tendiamo a essere fatalisti: se le cose vanno bene, bene, se vanno male non c’è niente da fare. Questo atteggiamento lo ritroviamo anche a scuola. È vero che i genitori sono prontissimi a protestare se una specifica cosa non li soddisfa (a mensa si mangia male, mio figlio non è capito, gli è stato dato un voto troppo basso, ecc.). Ma generalmente lo spirito di queste richieste è “risolvetemi il mio problema” non è “vi aiuto a migliorare”. Tanto è vero che, anche a scuola, gli incontri con i genitori su tematiche generali riguardanti la qualità del servizio vanno spesso quasi deserti, mentre le recite degli alunni sono, ovviamente, affollatissime.
La cultura della valutazione implica onestà intellettuale, perseveranza e anche un po’ di gentilezza reciproca tra chi valuta e chi è valutato, compreso il caso in cui i due soggetti coincidono, come nel caso dell’autovalutazione. Vorrei anche aggiungere che se dobbiamo giudicare quanto la cultura della valutazione si stia diffondendo nelle scuole a partire dal rapporto che le scuole hanno con l’Invalsi, posso certamente dire che le cose stanno lentamente e costantemente migliorando.

[intervista a cura di N. Scalzi]

20 Aprile 2016 Articoli

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