Materiali sulla differenza generazionale

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Il conflitto generazionale, più o meno calato nel contesto educativo, è al centro di pagine di letteratura, episodi della mitologia, film. Si presentano qui di seguito materiali per la riflessione, la discussione e il lavoro in classe.

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La differenza tra generazioni è presentata in modo schietto nel trattatello pedagogico Gennariello, che Pier Paolo Pasolini scrisse qualche anno prima di essere assassinato. Pasolini constata la differenza, quasi l’abisso che lo separa dal mondo del suo allievo virtuale, preadolescente napoletano, ma proprio sulla base di questo abisso fonda l’efficacia dell’esperienza educativa. Una efficacia che è tanto più forte quanto più riconosce i propri limiti.

"Io potrò cercare di scalfire, o almeno mettere in dubbio, ciò che ti insegnano genitori, maestri, televisioni, giornali, e soprattutto ragazzi tuoi coetanei. Ma sono assolutamente impotente contro ciò che ti hanno insegnato le cose. Su questo siamo due estranei che nulla può avvicinare."

(Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, Torino, Einaudi, 1980, p. 41).

Anche per il poeta Gibran la differenza generazionale è il motore dell’educazione, ma egli vi aggiunge la necessità di quello che possiamo definire “congedo”: crescere un bambino o una bambina significa non solo riconoscerne l’alterità attuale ma soprattutto lavorare perché, da adulto, si distacchi da noi essendo realmente “altro” e “diverso”.

Raffaele Mantegazza: 30 Agosto 2011 Cultura e pedagogia

La stessa sensazione di lutto lieto e gioioso dovrebbero sentire gli/le insegnanti alla fine di un ciclo scolastico: la capacità di gestire la necessità di lasciare i bambini e le bambine alle soglie della tappa successiva della loro avventura scolastica è ciò che rende profondamente educativo il mestiere di insegnante.

"E una donna che aveva al petto un bambino disse: Parlaci dei Figli.
I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di sé.
Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro,
E benché stiano con voi non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,
Perché essi hanno i propri pensieri.
Potete alloggiare i loro corpi ma non le loro anime,
Perché le loro anime abitano nella casa del domani, che voi non potete visitare, neppure in sogno.
Potete sforzarvi d'essere simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi.
Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con ieri.
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi.
L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito,
e con la Sua forza vi tende affinché le Sue frecce vadano rapide e lontane.
Fatevi tendere con gioia dalla mano dell'Arciere;
Perché se Egli ama la freccia che vola, ama ugualmente l'arco che sta saldo."

(Gibran Kahlil Gibran, Il Profeta, Milano, Mondadori, 1990, p. 46).

La paura di generare il diverso da sé è stata sfruttata dalla mitologia fin dai tempi più antichi; basti pensare a Pasifae che partorisce quello che è forse il più noto tra i mostri della mitologia classica. Sferzata da Dante (“E ’n su la punta de la rotta lacca / l’infamia di Creti era distesa / che fu concetta ne la falsa vacca”, Inferno XII, 13), la donna rappresenta anche il terrore legato alla generazione e l’infinita distanza rispetto alle proprie creature. Peraltro, la storia del Minotauro è narrata in modo alternativo dallo scrittore argentino Jorge Luis Borges in un racconto del quale riportiamo le ultime righe:

"Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi o la loro voce in fondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l'altro; senza che io mi macchi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro chi siano, ma so che uno di essi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore. Da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d'uomo? O sarà come me? Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue. – Lo crederesti, Arianna? – disse Teseo, – Il Minotauro non s'è quasi difeso."

(Jorge Luis Borges, La casa di Asterione, in L’AlephMilano, Mondadori, 1980 p. 41).

Un film perturbante come Alien3 mostra tutte le paure relative alla generazione del diverso da sé, paure che ogni donna ha provato nella sua gravidanza e ogni insegnante prova nel momento in cui coglie nei suoi allievi il segno di un distacco, di una differenza, di uno scarto da quello che ha insegnato loro. Una differenza radicale, quella tra madre e figlio, presente anche nell’altrettanto perturbante pellicola Rosemary’s Baby.

Non è possibile parlare di differenza intergenerazionale senza un accenno alla violenza intergenerazionale, una piaga che non accenna a diminuire di intensità: permane infatti una percentuale di genitori che utilizzano lo schiaffo come metodo correttivo (il 25%, di cui una parte più esigua pari al 2% lo fa quasi tutti i giorni, mentre il 23% lo fa qualche volta in un mese). 

Una media del 19% dichiara che non capita mai di ricorrere allo schiaffo e di essere decisamente contrario a questi metodi (percentuale che sale al 21% per i genitori di ragazzi adolescenti tra gli 11 ed i 16 anni), o di non utilizzarli quasi mai (57% in media, che sale al 70% in caso di figli più grandi). In situazioni limite, tuttavia, ben il 53 % dei genitori italiani dichiarano di ricorrere alla punizione fisica, percentuale che tra i genitori con bambini più piccoli sale al 63% e tra quelli di adolescenti scende al 40%. Il restante campione dichiara di non aver mai dato uno schiaffo ai propri figli, anche se di questi il 25% dichiara di averne avuto la tentazione (sondaggio di Save the Children). 

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