Si va in scena!

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Fare teatro a scuola non vuol dire pretendere dai ragazzi chissà quali performance da attori consumati, ma utilizzare uno strumento prezioso che presuppone un approccio diretto, motorio e mentale, sulla persona. Dall'introduzione di Gianni Silano al suo libro "Si va in scena!, laboratori per tutte le classi", “I quaderni di La Vita Scolastica”, 2011.

Ocean Corbis

PRIMA regola: divertirsi

Impostare un’attività teatrale con i bambini e i ragazzi è un’esperienza davvero fortificante. Aumenta il fiato e irrobustisce i muscoli. Degli insegnanti, naturalmente, perché i bambini e i ragazzi non hanno problemi. Loro giocano, com’è giusto che sia. Un insegnante, invece, se vuole ottenere buoni risultati, deve mettere in campo tutta la passione di cui dispone, idee chiare, tanta pazienza e determinazione verso il raggiungimento dell’obiettivo finale.

Dando quindi per scontato che tali requisiti facciano parte del curricolo formativo di tutti coloro che operano in ambito scolastico e che ben altri sforzi la scuola, di solito, richiede, credo di poter proseguire il ragionamento senza spaventare nessuno. Soprattutto in considerazione del fatto che portare a conclusione uno spettacolo teatrale, significa aver messo le mani in pasta in molteplici campi d’esperienze, didattici, educativi, relazionali e artistici e quindi aver elaborato una quantità tale di stimoli creativi da giustificare tutti gli sforzi. 

Fare teatro a scuola non vuol dire pretendere dai ragazzi chissà quali performance da attori consumati, ma utilizzare uno strumento prezioso che, per la sua natura polisemica, per la stratificazione e commistione di linguaggi, per l’indispensabile componente ludica ed emotiva, presuppone un approccio diretto, motorio e mentale, sulla persona. 

Entrando perciò nel vivo della questione, mi preme evidenziare sei punti chiave che possono diventare interessanti momenti di conversazione, di riflessione e di proficui scambi di idee.   

Sette punti chiave

  1. Vero nel finto. Il teatro è finzione, nel senso che trova la sua anima profonda nella costruzione di una realtà finta, immaginaria. L’etimologia latina del termine ci viene in aiuto: fingere = plasmare. Ancora dal vocabolario. Sinonimi di fingere: immaginare, simulare, cioè “riprodurre q.c. artificialmente in modo che sembri vero”. Sembra scritto apposta per noi. Recitare significa quindi creare un mondo parallelo che “sembri vero” e i bambini e i ragazzi in questo sono maestri. Nel gioco del “facciamo finta che io ero… (con l’imperfetto che Rodari chiamava “siparietto”) ci sono tutte le premesse per una naturale propensione all’arte teatrale. Occorre però aggiungere un concetto basilare: perché la nuova realtà sia credibile, ci vuole uno sforzo di verità. Vero nel finto. Un ossimoro apparente, ma il teatro si basa proprio su questo: inventare un’altra realtà e renderla così credibile da farla sembrare vera, “come se” (formula magica e tecnica antica del far finta di essere) stesse accadendo in quel preciso istante.
  2. Il castello di carte. In quanto finzione, l’impianto teatrale è estremamente delicato, proprio come un castello fatto con le carte. Basta un soffio, basta che qualcuno si distragga o sposti l’attenzione che questo rischia di crollare e perdere di significato. È un’immagine molto efficace da proporre in fase di discussione e può stimolare i ragazzi a ricercare, al momento delle prove, la necessaria precisione. Senza la giusta concentrazione, la finzione può diventare un gioco senza senso.  
  3. Il personaggio. Stimoliamo una discussione su cosa significa “prestare il proprio corpo e la propria voce” e quindi “rendere vivo” il personaggio. Il fatto che Capitan Nemo parli con la voce di Marco o si muova attraverso il corpo di Elisa è una magia sorprendente, che tutti possono facilmente comprendere. 
  4. La sperimentazione. Un’idea, perché non rimanga tale, deve necessariamente passare attraverso il vaglio della sperimentazione. Mai dare nulla per scontato. Questo vale per qualsiasi scena proposta nei copioni. Si prova se funziona bene, altrimenti si cercano nuove soluzioni.
  5. Il teatro povero. Per fare teatro sono indispensabili due elementi; l’attore e il pubblico. Di tutto il resto, palcoscenico, scenografie, costumi, musiche se ne può anche fare a meno. Questa, naturalmente, è un’estremizzazione, ma sembra calzare a pennello con la situazione nelle scuole (pubbliche) dove, il più delle volte, è difficile reperire materiale adatto agli allestimenti. Spesso però, dimenticata in un ripostiglio, è facile trovare una lavagna luminosa. Così come un lenzuolo da appendere tra due stativi. Come pure banchi e sedie (ci mancherebbe anche che mancassero!), carta, cartone, carta crespa, forbici, colla, tutto materiale povero che si può rimediare con facilità. E allora, ecco risolto il problema delle scenografie. Una base nera, comune a tutti, alcuni elementi caratterizzanti e i costumi sono fatti. Il teatro vive sostanzialmente di idee, senza per forza dover allestire un ottocentesco salotto borghese.
  6. Il teatro di figura. Sul filone del teatro povero, un ruolo davvero sostanziale in questa pubblicazione è giocato dal teatro di figura, il teatro degli oggetti e delle immagini, cioè pupazzi, burattini, marionette, ombre e disegni. Tutte le ambientazioni e i fondali sono affidati sia alle ombre, cioè al teatro delle silhouettes, che ai disegni su acetato proiettati dalla lavagna luminosa, oggetto pensato per mostrare i lucidi nelle conferenze e che improvvisamente acquista nuova vita dietro uno schermo, mostrando grandi e nascoste potenzialità teatrali. Petia il galletto, la scena dei pesci, della piovra gigante, del serpente a otto teste utilizzano anche i burattini, a bastone, a guanto, a stella. L’oggetto inerte, costruito con materiale povero, si trasforma e prende vita, acquista un’anima e diventa vivo.
  7. La rappresentazione finale. Tutto ciò che è stato detto finora conduce a un’unica meta: lo sviluppo intellettuale, creativo, artistico ed emotivo dei bambini e dei ragazzi. In questo contesto, lo spettacolo finale va considerato non come l’obiettivo da raggiungere, ma semplicemente come la verifica delle competenze acquisite. Per l’insegnante un prezioso momento in cui tirare le somme di un lavoro svolto e per gli allievi un piccolo ma importante passo avanti nella loro crescita. I copioni presentati sono cinque. Petia e la volpe, Il mostro degli abissi marini e Il viaggio infinito del principe Agib utilizzano tecniche miste: teatro d’attore, mimo e teatro di figura. Una giornata al parco e Il circo Bim bum bam, invece, sono percorsi essenzialmente motori. Il circo può essere rappresentato anche senza le battute dei personaggi.

LE OMBRE E GLI ACETATI COLORATI                                                             

Petia, Il mostro degli abissi e Agib utilizzano ombre e acetati colorati per visualizzare fondali e personaggi. Si chiamano ombre o silhouettes quelle figure ritagliate nel cartoncino nero semi-ruvido, disegnate prevalentemente di profilo ed eventualmente snodate nel caso siano personaggi (gli animali della fattoria, i pesci, i cammelli, il vecchio principe) o ben definite nei contorni nel caso si tratti di fondali (i ruderi della città sommersa, che salgono dal basso in sovrapposizione al fondale dipinto, l’isola con le palme e la capanna, lo spezzone del palazzo reale, la caverna).

Prendono il nome di ombre in quanto lo spettatore non vede direttamente la sagoma, ma la sua immagine attraverso uno schermo illuminato. La prima cosa da fare, prima di ritagliare un’ombra, è inventare il “bozzetto”, cioè tratteggiare la figura su un foglio bianco. Quando l’immagine è ben delineata e ricca di particolari, posizioniamo il foglio sul cartoncino avendo cura di fissarlo ai quattro angoli con una goccia di colla (solo in quel punto e mai sotto la figura!), ritagliamo il disegno e togliamo la carta.

Lungo la sagoma incolliamo uno stecchino per arrosti e rinforziamo bene con una striscia di nastro adesivo. Questa stecca di sostegno, indispensabile per l’animazione, deve terminare con un’impugnatura di circa 10 cm sotto la sagoma. Con gli acetati (pellicole trasparenti), invece, si possono creare effetti molto belli di fondali colorati. L’acetato è disponibile in commercio in forma A4 o A3, o ancora meglio in rotoli. A noi occorre un quadrato 35 x 35 cm (poco più grande della superficie del piano di lavoro della lavagna) di spessore di 0,10. Dipinti con gli appositi pennarelli “Pantone” (i contorni neri li disegneremo con un pennarello indelebile) o con i colori per il vetro (opachi), gli acetati mostrano suggestive trasparenze: la fattoria, il bosco dei folletti, il porto, le nuvole che fungono da sfondo alla figura/ombra di Ned Land, il fondale marino, la Città Rossa, la foresta, il deserto, la montagna.

Un‘ultima idea. Se incolliamo la sagoma dell’isola su un foglio di acetato, possiamo anche dipingere nuvole in cielo e nel contempo facilitiamo lo scorrimento della sagoma del vecchio principe. 

ALCUNI CONSIGLI PRATICI                                                            

  • Recitare un copione significa sostanzialmente raccontare una storia. La prima regola da tener presente, quindi, è che non si recita mai per se stessi ma per qualcuno che ascolta. Stimoliamo i ragazzi a pronunciare le battute con voce forte e chiara (la voce deve raggiungere l’ultimo spettatore in sala), con sicurezza ma senza correre, per permettere a tutti la giusta comprensione del testo, senza lasciare lunghe pause tra una battuta e l’altra, mantenendo una corretta posizione in scena, cioè “faccia la pubblico” o di tre quarti, evitando di coprirsi uno con l’altro e senza gesticolare inutilmente. Evidenziamo l’importanza delle didascalie, che suggeriscono, oltre l’azione, il carattere e lo stato d’animo dei personaggi e quale situazione stanno vivendo.
  • Se rappresentiamo lo spettacolo in un teatro, viene da sé l’utilizzo delle quinte per le entrate e le uscite. Se invece lavoriamo in uno spazio scenico all’interno della scuola (per esempio un androne) possiamo usufruire delle classi adiacenti, anche come camerini per i cambi di costume.
  • Le prove iniziano “a tavolino”, cioè in classe. Si distribuiscono le parti e si legge più volte il copione restando seduti. Solo dopo si va “in piedi”. Niente fretta, dunque. • Dietro le quinte ci vuole tranquillità e silenzio.  
  • Regola principale: divertirsi. Il teatro è un gioco.

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