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Lotta alla dispersione, nuove Indicazioni, sviluppo tecnologico. Ne parliamo con il Sottosegretario all’istruzione. Anticipo da "La Vita Scolastica", n. 9, maggio.

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Da “maestro di strada” al Miur: com’è il salto, signor Sottosegretario?

Il salto c’è, come per tutte le cose importanti e inaspettate che capitano nella vita. C’è più responsabilità e un po’ meno libertà. Ma per me c’è anche tanta continuità: il lavoro istituzionale per la scuola non è qualcosa di nuovo nella mia esperienza. È più che altro la possibilità di lavorare per mettere i colleghi in condizione di fare al meglio il proprio lavoro. Di portare qui al Ministero le mie passate esperienze.

Parliamo subito di dispersione scolastica, tema al quale lei ha dedicato gran parte del suo impegno professionale. Quali sono le principali azioni che si intendono sviluppare?

Il Ministro Profumo, insieme al Ministro per la Cooperazione territoriale Fabrizio Barca, ha programmato l’utilizzo di circa 25 milioni di fondi europei non ancora spesi dalle Regioni per il contrasto alla dispersione scolastica. In Campania, Calabria, Puglia e Sicilia individueremo dei prototipi di scuola di seconda occasione e di progetti per il recupero dei ragazzi a rischio, collocati nelle aree di massima esclusione economica e sociale, soprattutto le grandi periferie delle città del Sud. Si cercherà di partire da quello che già esiste e ha funzionato. Poi con altre risorse proveremo a estendere questa azione anche nel resto d’Italia, soprattutto nelle metropoli del Nord.

Anche la primaria è coinvolta in questo piano?

Tra le azioni del “Piano di Azione Coesione” per la scuola c’è il rafforzamento delle competenze di base per gli alunni della scuola primaria. Nei quartieri a rischio lavoreremo sulla valutazione dei risultati per programmare interventi di rafforzamento dell’Italiano, Matematica e Inglese là dove si riscontrano criticità. Si tratta di un lavoro di tipo cooperativo con le scuole. La scuola primaria svolge in modo positivo i propri compiti, ma a volte fa fatica a consolidare gli apprendimenti essenziali – quelli che sono gli alfabeti di cittadinanza – proprio in quei ragazzi più a rischio di dispersione. Si tratta di intervenire, laddove possibile, prima che il ragazzo abbia già collezionato una serie di fallimenti personali e scolastici.

La dispersione è oggi problema soprattutto degli alunni figli di immigrati: è vero o è un luogo comune?

Le scuole – soprattutto le scuole primarie – da anni svolgono un lavoro eccellente per l’integrazione degli alunni di cittadinanza non italiana. Questo sta consentendo a una prima generazione di ragazzi con genitori provenienti da Paesi stranieri di arrivare ai gradi più alti di istruzione, in primis le scuole secondarie superiori ma in parte anche all’università. Sono percentuali in forte crescita che ci rassicurano. La dispersione non è automaticamente collegata all’essere di cittadinanza non italiana. Purtroppo sono i fattori economico-sociali di marginalità, esclusione e povertà a determinare dispersione, in generale, anche per gli italiani. Se sovrapponiamo le mappe della dispersione scolastica a quelle della povertà delle famiglie possiamo trovare una perfetta corrispondenza, a Milano come a Napoli.

Le componenti degli alunni di cittadinanza non italiana a forte rischio di dispersione scolastica sono principalmente i nuclei familiari senza fissa dimora, i minori stranieri non accompagnati. Sulle comunità rom c’è una novità importantissima: il tavolo interministeriale sull’integrazione di rom, sinti e camminanti, fortemente voluto dal Ministro della Cooperazione internazionale Andrea Riccardi per rispondere alle tante critiche che ci ha rivolto l’Europa. Si sta lavorando per superare il modello dei campi nomadi, per interventi coordinati su istruzione, sanità, occupazione, abitazione.

Comunque la popolazione scolastica di cittadinanza non italiana è composta in maggioranza da nati o interamente scolarizzati in Italia, e questa è un’altra storia, che vede anche significative differenze tra bambini di provenienze diverse, per modi di arrivo, contesto di accoglienza. Sono cose che le maestre e i maestri sanno benissimo e sono contenute nel rapporto sugli alunni di cittadinanza non italiana del 2010/11, realizzato dall’Ismu (Iniziative e Studi sulla Multietnicità) insieme al Miur.

Un secondo impegno dell’attuale ministero mi pare sia la realizzazione dell’autonomia. È legge ormai da anni: perché allora si parla di “parziale realizzazione”? Che cosa l’ha frenata?

Un continuo alternarsi di spinte centralistiche e impulsi verso l’autonomia. Una legislazione affollata e complicata. L’accavallarsi di continue riforme. La mancanza di risorse e la precarizzazione del personale. Il contesto è molto difficile e il tempo di questo Governo è poco. Però possiamo ambire a una semplificazione dei meccanismi esistenti, a uno snellimento delle procedure. Il decreto “Cresci Italia” contiene le prime indicazioni in questo senso: provare a far sapere alle scuole per tempo quanti soldi e quanto personale avranno, rendere queste dotazioni stabili per un triennio almeno. Completare l’istituzione delle reti di scuole. Semplificare il funzionamento delle supplenze.

A che punto sono le Indicazioni nazionali per il curricolo?

Come sapete, il DPR n. 89 del 2009 prevede un periodo transitorio, non superiore a tre anni scolastici, durante il quale le scuole fanno riferimento sia alle Indicazioni del 2007 del Ministro Fioroni che a quelle precedenti del 2004 del Ministro Moratti. Questo periodo si conclude al termine del corrente anno scolastico 2011-2012. Ora si tratta di tenere conto dei monitoraggi svolti nelle scuole e delle opinioni più diffuse circa i punti di forza e debolezza delle indicazioni per stendere rapidamente un testo definitivo a partire da quello del 2007.

C’è anche un lavoro di integrazione con i documenti precedenti. Inoltre vi è stata l’esperienza delle Prove Invalsi in seconda e quinta elementare. Siamo convinti che ci sia tutto il materiale per completare presto e bene il lavoro e il Miur ci tiene perché un documento chiaro che indichi le conoscenze e competenze da imparare presto e bene è un fattore decisivo per migliorare la scuola.

Nord e Sud: sono ancora due scuole molto diverse? Che cosa possiamo fare per colmare un divario storico?

Le differenze sono molto forti soprattutto tra tipologie di scuola e tra aree diverse, al Sud come al Nord. In generale possiamo dire che la scuola primaria ha una qualità più uniforme, nonostante il forte divario nell’offerta di tempo pieno e prolungato. Vi è anche una autentica abnegazione di tanti docenti che, in aree meno fortunate, fanno un lavoro straordinario spesso senza strutture, senza tempo pieno, in territori difficilissimi. Le differenze si fanno macroscopiche nelle scuole secondarie, soprattutto superiori, ma anche qui non è bene generalizzare: vi sono ovunque esperienze di buone pratiche ed eccellenze, nei licei, nei tecnici, nei professionali, anche nei percorsi di scuola-lavoro.

Potenziare l’autonomia, rafforzare il sistema di valutazione e auto-valutazione responsabile, prevedere strumenti ad hoc per le aree più difficili, con una sorta di discriminazione positiva, sono linee di azione che stiamo seguendo per colmare questi divari. E poi, importantissimo, cercare di far partire l’innovazione, per una volta, dal Sud. È un’idea dei Ministri Profumo e Barca, che attraverso il “Piano di Azione Coesione” vogliono investire sulla digitalizzazione e informatizzazione.

Il prossimo numero monografico di “La Vita Scolastica” sarà dedicato alla professione docente: avrà come titolo “Parliamo di noi”. Quali sono a Suo parere oggi i principali nodi della professione docente?

I nodi legati alle profonde trasformazioni del mondo: la caduta degli steccati fra discipline, l’ampliarsi della conoscenza umana, le nuove tecnologie e il rapporto che instaurano fin da piccoli i ragazzi con questi potenti mezzi, il modificarsi della piramide demografica a svantaggio dei giovani, il moltiplicarsi dei luoghi dell’apprendimento, insieme a una certa abitudine a parlare di scuola strombazzando contro i docenti anche senza avere mai passato un giorno in classe. Eppure credo che guardare al cambiamento in atto senza nostalgie per il passato sia una grande opportunità per rifondare la nostra professione.

Devo dire che le maestre e i maestri sono stati in questi anni eccezionalmente capaci di sperimentare e innovare. Si tratta di continuare con coraggio e determinazione su questa strada. Al Ministero spetta supportare questo impegno e questa dedizione trasmettendo un po’ di fiducia, riconoscimento e stabilità al bellissimo mestiere di insegnare. E riaprendo le porte ai giovani nella scuola italiana.

Se potesse lanciare un messaggio dalle pagine di “La Vita Scolastica”, che cosa vorrebbe dire alla nostra scuola mentre questo (difficile) anno volge al termine?

Al Ministero siamo consapevoli della difficoltà e della bellezza di quello che gli insegnanti fanno ogni giorno quando entrano in classe. Abbiamo fiducia nelle capacità, nelle energie e nel senso di responsabilità degli insegnanti. Non per via astratta, ma perché questo è anche il mio mestiere ed è quello che troviamo quando, insieme al Ministro, andiamo nelle scuole di tutta Italia.

La situazione rimane purtroppo difficile; ma crediamo possa considerarsi conclusa l’era dei tagli. Ed è tempo di valorizzare le tante esperienze positive realizzate a scuola e metterle in rete. È con questo atteggiamento che siamo al lavoro, per provare a rendere le cose più semplici, anche con poco tempo e pochi soldi. 

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