La differenza generazionale

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Il tema della differenza generazionale è forse il più difficile da affrontare a scuola perché mette in campo la necessaria diversità dei figli rispetto ai genitori e degli alunni rispetto agli insegnanti. Una diversità che è però l’anima dell’educazione.

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La differenza che devono esibire gli/le insegnanti ha però un'ulteriore declinazione: essi/e devono essere diversi dai genitori, devono esibire un modello adulto che non sia sovrapponibile a quello della mamma e del papà.

Solo attraverso la differenziazione delle figure di cura che incontra nella sua vita un bambino o una bambina può iniziare a capire le differenziazioni del mondo adulto al quale si allena ad accedere.

Una certa dose di estraneità è allora essenziale per l’educazione: estraneità che è conflitto positivo tra adultità e infanzia, e che si sostanzia nel popolare le classi anche di oggetti adulti. Spesso nelle scuole dell’infanzia sono del tutto assenti le sedie a misura di adulto; forse per una lettura superficiale e affrettata di una vulgata montessoriana (che nulla ha a che vedere con la genialità della Montessori), si ritiene che tutti gli arredi della scuola debbano essere “a misura di bambino” “a misura di incontro – e anche di conflitto – tra bambino e adulto”, ci chiediamo come possano i bambini giocare al re e ai sudditi se il trono del re è una seggiolina piccola come le altre e se non vengono le vertigini a salirci sopra.

La scuola è il luogo dell’accesso al mondo adulto e non può e non deve essere il luogo della conferma in un mondo infantile che si comincia, lentamente e gradualmente, ad abbandonare già dal momento del taglio del cordone ombelicale.

La differenza generazionale è dunque il vero motore dell’educazione. Se siamo convinti che si cresce solo attraverso il confronto con il diverso, e vogliamo che questo non sia solamente uno slogan, dobbiamo far leva su questa differenza e sulle microdifferenze che essa porta con sé perché per i nostri bambini diventare adulti non sia un diventare uguali a noi: l’ultimo gesto dell’educatore allora è il congedo nei confronti dell’allievo/diverso, un lasciare andare il diverso che non più è diverso perché bambino ma in quanto adulto pronto a tuffarsi nel mare agitato di sei miliardi di diversi.
 

Raffaele Mantegazza: 30 Agosto 2011 Cultura e pedagogia

La differenza che devono esibire gli/le insegnanti ha però un'ulteriore declinazione: essi/e devono essere diversi dai genitori, devono esibire un modello adulto che non sia sovrapponibile a quello della mamma e del papà.

Solo attraverso la differenziazione delle figure di cura che incontra nella sua vita un bambino o una bambina può iniziare a capire le differenziazioni del mondo adulto al quale si allena ad accedere.

Una certa dose di estraneità è allora essenziale per l’educazione: estraneità che è conflitto positivo tra adultità e infanzia, e che si sostanzia nel popolare le classi anche di oggetti adulti. Spesso nelle scuole dell’infanzia sono del tutto assenti le sedie a misura di adulto; forse per una lettura superficiale e affrettata di una vulgata montessoriana (che nulla ha a che vedere con la genialità della Montessori), si ritiene che tutti gli arredi della scuola debbano essere “a misura di bambino” “a misura di incontro – e anche di conflitto – tra bambino e adulto”, ci chiediamo come possano i bambini giocare al re e ai sudditi se il trono del re è una seggiolina piccola come le altre e se non vengono le vertigini a salirci sopra.

La scuola è il luogo dell’accesso al mondo adulto e non può e non deve essere il luogo della conferma in un mondo infantile che si comincia, lentamente e gradualmente, ad abbandonare già dal momento del taglio del cordone ombelicale.

La differenza generazionale è dunque il vero motore dell’educazione. Se siamo convinti che si cresce solo attraverso il confronto con il diverso, e vogliamo che questo non sia solamente uno slogan, dobbiamo far leva su questa differenza e sulle microdifferenze che essa porta con sé perché per i nostri bambini diventare adulti non sia un diventare uguali a noi: l’ultimo gesto dell’educatore allora è il congedo nei confronti dell’allievo/diverso, un lasciare andare il diverso che non più è diverso perché bambino ma in quanto adulto pronto a tuffarsi nel mare agitato di sei miliardi di diversi.
 

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