Dei begli oggetti

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Riempire la scuola di cose belle ha poco a che fare con l’acquisto di oggetti costosi. Occorre piuttosto attivare processi di identificazione e affettivizzazione nei confronti degli oggetti.

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Troppo, troppo poco: le bellezze opache

Le cose belle sono poche. Nella vita di ciascuno di noi la bellezza balugina, particolarmente negli oggetti, a tratti, per poi magari ritirarsene. Accade così che un oggetto che ci appariva bello a 15 anni può perdere la sua “aura” quando ne abbiamo 30. C’è certo una oggettività della bellezza, un equilibrio o uno squilibrio, un canone o un “contro canone” che definiscono l’oggetto “bello” nelle differenti epoche: ma ci sono certamente oggetti la cui bellezza consiste soprattutto nell’entrare in consonanza con le vibrazioni dell’anima di chi li incontra o li utilizza.

Le scuole spesso hanno pochi oggetti “belli”; a volte sono spoglie, a volte troppo ricche di oggetti, a volte rincorrono le nuove tecnologie ipnotizzate dal loro fascino perverso e dalla perversione pedagogica per cui si pensa che senza una LIM alla scuola d’infanzia non è possibile lavorare. La clonazione degli oggetti inutili è tipica del nuovo approccio produttivo, soprattutto nelle nuove tecnologie.

Ci sono tropo cose nelle nostre case e nelle nostre borse della spesa: e questo ovviamente fa il paio con l’assenza delle cose essenziali nelle case (o con l’assenza delle case!) del terzo dell’umanità che non può permettersi di scegliere. Per questo la scuola deve scegliere la strada della sobrietà, soprattutto nell’uso degli oggetti: una sobrietà che si differenzia dalla povertà per il semplice fatto che la prima è scelta mentre la seconda è subita.

La scelta di sobrietà è una scelta che proviene dall’élite occidentale; come tale, non può essere estesa a tutto il mondo. Oggi, però, ciò che in molti vogliono estendere a tutto il mondo è il sistema di vita occidentale, che spaccia democrazia fittizia con slogan del tipo “un frigorifero in ogni casa e un’auto in ogni garage”. Lungi dal voler davvero portare frigoriferi, auto e garage in Africa, questi slogan hanno il solo scopo di perpetuare e di naturalizzare il western way of life: è così che si vive, dunque è così che si deve vivere, è impensabile l’altrimenti.

Per una pedagogia della sobrietà

L’abitudine alla clonazione degli oggetti rende difficile la scelta della sobrietà. Tale scelta può però essere presentata ai bambini come reale esperienza dell’oggetto mio, ovvero percezione di quell’unicità dell’oggetto che ci consente l’investimento affettivo ed emotivo sulle cose nel mondo materiale e, per così dire, l’umanizzazione dell’oggettualità. L’oggetto mio è unico e non riproducibile, perché è la riscoperta del mio senso nell’oggetto; un senso che è il rispecchiamento di ciò che io ci ho fatto, che io ci ho trovato, che io ho subito dall’oggetto. 

Nelle nostre scuole ci sono troppe cose, si studiano troppe cose, si spreca troppo. Una sobrietà pedagogica passa attraverso la riscoperta di quei pochi oggetti (in senso sia materiale sia spirituale: la Nona di Beethoven è un oggetto) che permettono di scrivere la “mia autobiografia oggettuale”. Al potere dell’oggetto, che decide su di me, si affianca così il potere sull’oggetto, il fatto che io lo scelgo. I giovani devono essere guidati a gettare uno sguardo critico sugli oggetti, a classificarli, infine a scegliere l’oggetto migliore non solo perché funzionale ma perché è mio e solo mio, nostro e solo nostro in quello specifico momento.

A nostro parere, la sobrietà deve essere anche un carattere dell’oggetto stesso: che senso ha riempire le pareti delle scuole d’infanzia di immagini di Paperino e Topolino, magari scaricate da Google? E la biblioteca di una scuola primaria deve per forza essere coloratissima? Non avrebbe più senso, per esempio, realizzare insieme ai bambini della scuola dell'infanzia le immagini da appendere? Oppure proporre ai bambini delle ultime classi della primaria di rapportarsi in maniera più elegante con i libri, anche scegliendoli da una libreria più sobria, leggendoli in spazi meno “colorati” ma più adatti alla concentrazione e carichi di una valenza affettiva per gli stessi ragazzi?

Se gli oggetti sono tutti uguali non hanno più una storia, e gli elementi differenziali introdotti in essi per poterli vendere sono altrettanto astorici, in quanto non restituiscono all’oggetto quella dimensione di autenticità che ha smarrito nell’era della riproducibilità. Ma se quell’oggetto è il mio perché mi narra una storia mia, se è il nostro perché noi ci abbiamo lavorato o giocato, se è il vostro perché è deposito di una memoria che io/noi non conosciamo ma che attraverso esso voi potete narrarci, allora l’unicità dell’oggetto riverbera sull’unicità del soggetto.

Scuole arredate con meno cose, ma con cose scelte dai bambini e portate dalle loro case; meno poesie da studiare ma quella specifica poesia da imparare e sulla quale piegarsi per estrarne il mio senso, il senso del poeta, il senso per noi; cartelle scolastiche e zaini scout meno rigonfi ma con quei due o tre oggetti la cui perdita causerebbe dispiacere e smarrimento. Sono queste le strategie per liberare il deposito di senso che è bloccato nell’oggetto: riscoprire i propri oggetti, le proprie cose, quelle di cui il bambino può dire che parlano a lui e soltanto a lui, che i nostri alunni possono dire che parlano a loro e soltanto a loro, come classe e come comunità.

Si tratta di semplici strategie per sentirci meno nemici delle cose, a loro soggetti e di loro soggetti, ma non più dominati e dominatori. Circondati da poche cose ma davvero nostre; e forse di cose che ci sentono, anch’esse, un po’ più loro

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