Crescere nonostante. Intervista a Stefano Laffi

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Crescere nonostante. Intervista a Stefano Laffi

"Il pensiero divergente è dei bambini, l’energia di rinnovamento è dei ragazzi, lo spirito di avventura è dei giovani". A dialogo con Stefano Laffi, ricercatore sociale e curatore del volume appena uscito "Crescere nonostante".

Crescere nonostante

I giovani sono spesso percepiti come un "problema", mentre vanno guardati e valorizzati come una risorsa: questo è un messaggio che lei da tempo cerca di far passare. L'antologia Crescere nonostante da lei curata per le Edizioni dell'Asino mette a fuoco, tra le altre cose, le responsabilità del mondo adulto nelle difficoltà dei giovani a trovare un futuro. Quali sono, specie da parte di scuola e famiglia? E quali difetti si possono riconoscere già negli adulti che lavorano o sono a contatto con i più piccoli, per esempio i bambini della scuola dell'infanzia e primaria?

Un futuro si apre quando ci si riconosce capaci, si vedono possibilità, si presentano opportunità. Viceversa, il futuro scompare quando si è circondati da una retorica di crisi, di impossibilità, di chiusura. Il pensiero dei bambini e dei ragazzi è naturalmente orientato al presente, ovvero all’orizzonte dentro il quale si muovono e vivono le emozioni più forti, ma da qualche tempo quella retorica li ha costretti a pensare al futuro, a preoccuparsi di quello che in qualche modo si dava scontato, secondo un movimento innaturale, che dal sogno e dal desiderio è precipitato giocoforza sull’ansia delle scelte giuste per salvarsi da un destino di disoccupazione e precariato, se non di pianeta allo stadio terminale.
Quel racconto è una responsabilità degli adulti, nei fatti e nelle parole: gli stessi adulti che godono delle rendite di posizione – pensioni, impieghi garantiti, diritti, case di proprietà, ecc. – denunciano questa sorte, ma senza cedere nulla di quelle stesse rendite (in nessun paese il tasso di disoccupazione giovanile è 4 volte quello adulto, il segno dell’ingiustizia sociale è evidente). È chiaro che a livello di sistema occorre riequilibrare poteri e diritti, e che nelle relazioni dirette ed educative occorre riabilitare il desiderio, il sogno, l’aspirazione, dentro un orizzonte di possibilità e non di naufragio.

Nel testo, si mette in evidenza come da parte dei più piccoli e dei più giovani ci siano forze e creatività per affrontare il futuro nel migliore dei modi. Quali sono i segnali al proposito, quali le storie, i consigli più preziosi che il mondo adulto può raccogliere?

I ragazzi di oggi ci sono cresciuti nella precarietà – la crisi dura almeno da 6 anni – per loro non c’è lo shock della perdita del posto garantito, che non hanno mai avuto. I giovani da tempo si muovono senza soldi e inventano soluzioni che non passano per le consuete transazioni economiche, cioè se viaggiano condividono i passaggi in auto, i posti letto e tutto quello che possono. Non solo, se studiano usano il web per scambiarsi lezioni o appunti, e se sperimentano qualcosa di nuovo usano il web per raccogliere finanziamenti o acquirenti. Oppure provano a fare delle loro passioni artistiche un mestiere, assai più di quanto succedeva in passato. Credo che il suggerimento più prezioso sia non giudicare le loro azioni coi parametri che ci vengono dall’esperienza di adulti, perché gli adulti non sono la loro misura, le nuove generazioni vivono esperienze e apprendimenti radicalmente diversi. È assai più saggio affiancare, riconoscerli e legittimarli, aprire opportunità, fare ricerca insieme, perché dalle loro scoperte dipende il futuro di tutti.

Gli adulti dunque debbono imparare dai più piccoli e dai più giovani, ascoltarli, prendere spunto da quel che pensano e che fanno. Come favorire la nascita e l'ascolto di queste risorse preziose sin dai primi anni?

Il pensiero divergente è dei bambini, l’energia di rinnovamento è dei ragazzi, lo spirito di avventura è dei giovani e un mondo che deve cambiare mestieri, economie, istituzioni, ecc. ha bisogno di tutto il capitale di innovazione disponibile presente nella sua società. Occorre quindi legittimare il contributo di tutti all’intelligenza collettiva, e affidare a nuovi circoli del sapere – quindi non scuole dove vanno in scena lezioni frontali dove un adulto docente insegna a 20 o 200 “discenti non sapienti”, perché il sapere si sta redistribuendo secondo linee che non seguono le età, ma luoghi di dialogo e scambio aperto, di circolazione orizzontale delle conoscenze e sperimentazione collettiva - compiti di realtà (i libri di testo e la scuola di domani, i mestieri e gli strumenti da inventare, un’economia più sostenibile e istituzioni più giuste…). Faccio solo un esempio del paradosso in cui viviamo: pensiamo a quanti esami o tesi si fanno su temi irrilevanti al benessere collettivo anche in discipline che ne avrebbero la possibilità, perché non affidare a quell’immenso capitale di tempo e di pensiero degli studenti cose di cui abbiamo davvero bisogno, tutti? Io credo che i bambini, i ragazzi e i giovani siano dei potenziali scienziati, con enormi chance di scoperta, e noi li lasciamo in un laboratorio dove ci sono solo giocattoli…

Un tema su cui l'antologia invita ad aprire il dialogo con giovani e piccoli è quello dell'errore, della discussione dell'errore e sull'errore… ci può spiegare meglio?

Ci sono almeno due livelli di ragionamento. Una, diciamo, è più macro: in un’epoca come questa il futuro non è noto, non ci sono strade maestre, nessun genitore o insegnante sa dire ad un ragazzo o una ragazza cosa fare così da avere garanzie sul suo futuro. In breve, deve cambiare il nostro stile cognitivo, non si tratta di apprendere esattamente una lezione per poi applicarla, non siamo nella situazione in cui l’errore segnala la deviazione dalla strada maestra. Abbiamo bisogno di raccontarci e condividere gli errori, dirci cosa abbiamo scoperto sbagliando, evidenziare (non cancellare) gli errori per farne apprendimento collettivo, intelligenza condivisa di una società che sta spostando le sue frontiere della conoscenza. Oltre la fatto che in una condizione dinamica può essere difficile dire cosa è davvero errore, perché diverse invenzioni sono state generate da errori. A livello individuale, invece, l’errore è la differenza, l’informazione, è ciò che racconta ciascuno di noi, è la guida per migliorare e crescere: una valutazione centrata sulla persona ne ragiona così, una centrata su un sapere codificato lo stigmatizza e chiede al più presto di correggere.

Un campo in cui gli adulti potrebbero imparare molto dai ragazzi e dai bambini, si legge in Crescere nonostante, è quello dell'intercultura. Perché?

Bambini e ragazzi di oggi ci sono nati dentro una condizione di maggior pluralismo culturale, hanno un sapere che non somiglia a quello dei genitori. La migrazione è nella storia di questo Paese e anche dei loro genitori, ma questi non hanno idea di cosa vuol dire cambiar lingua o cultura, ricongiungersi a 12 anni o finire laddove il colore della tua pelle è diverso. I ragazzi cresciuti così hanno abilità speciali – nel libro le chiamiamo “superpoteri” – che molti adulti o pari età italiani non hanno, generate proprio dalla fatica di questa approssimazione all’altro. Noi spesso guardiamo i ragazzi per quello che non hanno – la competenza linguistica, i documenti in regola, un lavoro con contratto, una famiglia tradizionale, ecc. – e non per quello che sono, così non ci rendiamo conto che un ragazzo che arriva dall’Afghanistan ha attraversato 5 frontiere, è sopravvissuto a condizioni fisiche ed emotive terribili, ha retto l’impatto con lingue diverse, sa procurarsi da vivere senza avere soldi, lavoro, casa… Fra l’adulto che giudica e il ragazzo, chi è allora in questo caso davvero l’esperto?

Gli adulti dunque non hanno più nulla da insegnare? E allora quale ruolo positivo può avere la scuola nel futuro dei bambini e dei ragazzi? Come deve cambiare?

Non credo non ci sia più nulla da insegnare, credo piuttosto che tutti si debba apprendere, gli uni dagli altri. Ci sono ancora cose fondamentali della vita che si apprendono a scuola, e penso alle materie fondamentali, e in generale un’epoca come questa senza un futuro scritto chiede a tutti di studiare molto e fare continua ricerca, per attrezzarsi ad un destino di cui non è dato sapere oggi cosa servirà domani. Peraltro, proprio l’osservazione di alcune dinamiche ci porta a dire che non siamo di fronte a sviluppi lineari: immaginavamo un futuro tutto digitale e immateriale e oggi i ragazzi si sono messi a inventarsi lavori nelle officine e nei laboratori. Credo quindi a rapporti fra le generazioni e ad una scuola più onesti, che rinuncino allo schema unico della lezione frontale, ad un sapere codificato solo nei testi, ad una valutazione come distanza da conoscenze date una volta per tutte: dialoghi e non solo lezioni, circolarità e non verticalità, compiti di realtà e non esercitazioni, più domande e ricerca che addestramento alla risposta giusta, legittimazione di aspirazioni e interessi e non solo competenze (mestieri di oggi come “social media editor” erano il tempo perso dei ragazzi ieri!). Forse più faticoso, ma anche più divertente.

Per saperne di più

[intervista a cura di E. Frontaloni]

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