Bambini senza. Il nuovo Atlante Save the Children

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Bambini senza. Il nuovo Atlante Save the Children

Esce il nuovo Atlante dell'infanzia Save The Children, disponibile in pdf e come piattaforma da consultare online. Centrato sulle povertà minorili, il testo raccoglie mappe, dati, foto di Riccardo Venturi ed è curato da Giulio Cederna. L'intervista.

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Questo nuovo rapporto si concentra sulle origini e le coordinate delle povertà minorili, s'intitola infatti Bambini senza, e individua alcune privazioni cui sono costretti i minori oggi. Il capitolo iniziale è dedicato alle mafie, il loro potere di uccidere i piccoli e di impedire una giusta crescita ed una dovuta istruzione. Perché questa scelta? E quali sono i dati da tenere in particolare considerazione, in particolare per la fascia d'età che giunge sino agli 11 anni?

Tra i tanti “senza” che caratterizzano la vita dei più piccoli in Italia abbiamo voluto evidenziare quest’anno la diffusa assenza di “legalità” che segna la società italiana e che rappresenta spesso una precondizione delle povertà minorili. La strage dei bambini innocenti ad opera delle mafie è solo la cicatrice più scoperta e terribile di questa malattia: nell’archivio delle vittime innocenti della criminalità organizzata pazientemente ricostruito dall’associazione Libera si contano ad esempio 85 minorenni uccisi da pallottole vaganti, per vendetta, scambio di persone. 39 di loro non avevano ancora compiuto 12 anni!
Oltre alle vittime dirette, bisogna poi mettere nel conto i bambini e ragazzi resi orfani in questi decenni dalle mafie e i tantissimi minorenni, spesso provenienti da contesti difficile e di forte deprivazione, assoldati dai clan, strumentalizzati, avviati a un futuro criminale. Ma i costi della criminalità organizzata per l’infanzia sono naturalmente molto più alti e difficilmente quantificabili: abbiamo calcolato ad esempio che oltre 500 mila minori vivono in circa 150 comuni sciolti per mafia negli ultimi 17 anni. Si tratta di comuni quasi sempre privi diservizi funzionanti, asili nido, campi sportivi, centri giovanili, librerie, eccetera. La gestione clientelare dei servizi dimentica le fogne, riempie le strade di immondizia, spegne l’illuminazione pubblica, svuota i rubinetti, inquina il territorio, trascura perfino le strisce pedonali, attenta alla salute e alla sicurezza dei più piccoli. Alimenta gravi povertà educative.

Dal rapporto, emerge con forza anche il tema della corruzione

Purtroppo in Italia la corruzione è diffusa in tutti i settori e in tutti campi, dalla politica alla pubblica amministrazione alla società civile, con costi molto alti anche per l’infanzia, come ad esempio confermano le recenti indagini epidemiologiche compiute dall’Istituto Superiore di Sanità nella Terra dei fuochi che hanno fatto emergere un eccesso di incidenza di tumori per le fasce minorili. Nell’Atlante ci siamo però soffermati su due ambiti nei quali la corruzione va a colpire in prima battuta e in maniera specifica la popolazione più giovane. Il primo è l’istruzione, il secondo è la partecipazione. Quando è la corruzione a orientare i flussi di spesa, le risorse sono allocate preferibilmente nei settori dove le tangenti rendono di più e assai poco negli ambiti, come ad esempio quello dell’istruzione, che più soddisfano i bisogni primari di una comunità (dove se ne andrebbero in gran parte in stipendi). Inoltre un sistema politico inquinato finisce per scoraggiare la partecipazione attiva dei cittadini alla vita pubblica. Ciò è tanto più vero per i ragazzi e per gli elettori più giovani. La perdita di fiducia nei confronti della politica e l’indebolimento dei meccanismi di partecipazione, sembrano purtroppo disegnare un orizzonte comune a tanti adolescenti.

  

Una parte del rapporto è dedicata ai bambini "senza Stato", con riferimento, tra l'altro, alla mancanza di reti di scuole e servizi per l'infanzia. Ci puoi fornire qualche dato e qualche considerazione al proposito della scuola dell'infanzia e primaria? 

Fin dalle prime ricerche sociali sulla criminalità organizzata è emerso il ruolo strategico della scuola per contrastare il fenomeno e garantire il “rinnovamento sociale e culturale” del paese. Il celebre “Rapporto sulla mafia” di Franco Ferrarotti del 1978, ad esempio, concludeva che “i giovani sono potenzialmente pronti al rifiuto della società mafiosa”. Ma affinché questo avvenga bisogna “indirizzare tali orientamenti verso una consapevolezza critica” e lo “strumento per tale riesame critico è la scuola”. E tuttavia, anche in questo campo l’Italia non sembra aver creduto fino in fondo. I dati Eurostat 2012 mostrano bene il deficit italiano di spesa rispetto a tutti i livelli dell’istruzione: per la scuola dell’infanzia spendiamo lo 0,46% del PIL, meno di un quarto dell’inarrivabile Svezia (1,85%), quasi la metà della Francia (0,70%) e un terzo in meno anche della Spagna (0,65%); per la scuola primaria ci fermiamo all’1,01%, meno della Francia (1,20%), della Spagna (1,15%), della Polonia (1,50%) e di tutti i principali paesi europei. Discorsi analoghi valgono per la scuola media, la secondaria di secondo grado, e per l’istruzione terziaria che continua a rimanere ampiamente sotto i livelli europei di spesa. Ma l’Atlante mostra anche i tanti altri buchi nelle politiche dell’infanzia: bisogna riconoscere che negli ultimi decenni l’Italia si è dimenticata dei bambini.

Il capitolo "La crisi (del) capitale" affronta il problema dei bambini privati delle condizioni essenziali di salute. Quale panorama viene fuori dalla vostra ricerca?

Il quarto capitolo cerca di mostrare in particolare gli effetti di quanto cerchiamo di raccontare nei primi tre capitoli, e in particolare delle povertà, sulla crisi della risorsa più preziosa di cui disponiamo: i bambini. Un capitale sempre più raro come mostrano gli stessi dati sulla denatalità che ha raggiunto livelli davvero preoccupanti: sotto la spinta della crisi nel 2014 l’Italia ha conosciuto il record negativo di nascite, appena 504 mila, 70 mila in meno rispetto al 2009, mezzo milione in meno rispetto agli anni del boom. I dati elaborati dai principali istituti di ricerca mostrano d’altra parte come la povertà condizioni negativamente i principali ambiti di vita dei ragazzi: alimenta la sedentarietà e l’obesità, condiziona le opportunità di conoscenza e di istruzione (chi è più povero legge meno, visita meno i musei, eccetera), deprime le competenze. Abbiamo cercato di mostrarlo con l’aiuto di diverse mappe.

Dal rapporto, scopriamo o riscopriamo un'Italia divisa in due: da una parte bambini disconnessi, senza possibilità di accedere non solo al Web ma anche ad occasioni ricreative e creative varie. Dall'altra bambini iperconessi, che si chiudono in casa e tralasciano il mondo e lo studio per dedicarsi ai giochi online. Da cosa dipende questa spaccatura e quali sono i dati in nostro possesso? Quali gli strumenti per cambiare?

Il successo travolgente del web tra i più giovani è un fenomeno unico nel suo genere: è guidato dagli stessi ragazzi e tutto sommato avviene in forme abbastanza democratiche. Se ad esempio in altri campi e attività (ad esempio quella della lettura dei libri) si registrano veri e propri baratri tra alcune regioni del Sud e alcune regioni del Nord, così come tra ragazzi in famiglie benestanti e ragazzi in famiglie più povere, rispetto all’accesso al web le differenze sono più contenute. In tutte le regioni oltre metà degli adolescenti 14-17 anni utilizza tutti i giorni Internet, con un picco nel Friuli, dove a navigare quotidianamente, nell’ultimo anno, sono stati più di 8 su 10. Nel 2014, 3 bambini o ragazzi tra i 6 e i 17 anni su 10 non lo hanno utilizzato. A essere maggiormente off(line) sono stati soprattutto i campani (più di 4 su 10), seguiti da siciliani, pugliesi e calabresi.

Ci sono anche "bambini senza pace", coinvolti in atti di bullismo e ciberbullysmo. Quali sono, anche qui, i dati, e quali le risposte date e da dare al più presto? La scuola può far qualcosa?

Secondo una ricerca promossa da Save the Children nel 2015 per il 69% dei ragazzi/bambini il bullismo è in testa ai pericoli percepiti dai più giovani, e per il 38% il cyberbullismo è la prima minaccia. Veri e propri fenomeni sociali complessi, bullismo e cyberbullismo si intrecciano da una parte ai bisogni e ai nodi problematici della crescita – la paura di essere esclusi, la ricerca di consenso e ammirazione da parte degli altri, il rifugio nel branco – dall’altra a una cultura diffusa basata sull’intolleranza e sulla stigmatizzazione dei diversi. Secondo una ricerca del 2014, la “diversità” nelle sue varie declinazioni gioca un ruolo importante nei criteri di elezione della vittima: l’aspetto estetico (68%), la timidezza (62%), il supposto orientamento sessuale (56%), l’essere straniero (44%), l’abbigliamento non convenzionale (49%), la bellezza femminile che “spicca” nel gruppo (38%) e persino la disabilità (32%) possono essere valide motivazioni per prendere di mira qualcuno. La scuola può avere un ruolo fondamentale nella lotta al bullismo: in Scandinavia, per legge, ogni scuola deve avere un piano contro il bullismo da aggiornare annualmente.

Materiali per saperne di più

[intervista a cura di E. Frontaloni]

Giulio Cederna: 28 Novembre 2015 Articoli

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