Quale formazione serve davvero all'insegnante?

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Quale formazione serve davvero all'insegnante?

Troppo differenti sono le tipologie di professionalità. Bisognerebbe pensare in maniera diversa a coloro che si affacciano per la prima volta all’insegnamento, agli insegnanti esperti, ai senior in uscita. Di Mariella Spinosi

gruppo genitori scuola lavagna

Non si può certamente sostenere che solo ora la scuola stia attraversando momenti difficili, e neanche che gli insegnanti in passato abbiano vissuto la professionalità in termini più sereni e senza stress.
Le difficoltà, il senso di inadeguatezza, l’affaticamento eccessivo hanno da sempre accompagnato tutti i momenti della vita professionale. Oggi, tuttavia, sembra quasi che l’insoddisfazione stia raggiungendo la strada del non ritorno.

La normativa ancora troppo aggrovigliata, la distanza tra esigenze reali della scuola e sollecitazioni burocratiche, i tempi degli studenti sempre così diversi dai tempi dell’amministrazione hanno spesso l’effetto di ridurre le buone idee e le buone pratiche, di tante scuole virtuose, in formalismi procedurali.
E sembra anche che tale meccanismo non si possa fermare.

Il bonus 500 euro per la formazione


In passato era assai diffusa l’idea che maggiori risorse per i docenti e soprattutto per il loro sviluppo professionale avrebbero migliorato la situazione. Oggi questo problema è stato affrontato con un certo impegno. La legge 107/2015 ha messo a disposizione 381 milioni di euro (DPCM 23 settembre 2015) da assegnare direttamente agli insegnanti (500 euro ogni anno), per sostenere la loro formazione continua e per valorizzare le loro competenze professionali. Sono state anche aumentate le risorse per le iniziative delle scuole: circa 40 milioni di euro annui (comma 125), a decorrere dal 2016. A questi fondi si devono anche sommare quelli dei PON che sono pure di una certa consistenza.
La stessa legge si preoccupa di come rendere maggiormente proficua la formazione imponendo alle scuole di inserire nel PTOF un piano articolato per i docenti e per tutto il personale della scuola, istituendo un piano nazionale triennale, ma anche inserendo la cura delle professionalità nei punti strategici su cui il dirigente è chiamato a rispondere.
Eppure la situazione non sembra ancora risolutiva.

Quali sono le strategie vincenti? 

Ma che cosa chiedono veramente i docenti? Ci sono strategie vincenti?
Le risposte non sono semplici perché troppo differenti sono le tipologie di professionalità. Per esempio bisognerebbe pensare in maniera diversa a coloro che si affacciano per la prima volta all’insegnamento (a parte l’anno di prova); agli insegnanti esperti con una preparazione collaudata; ai senior, quelli in uscita, che spesso sono costretti a spendersi su novità che non avranno mai una ricaduta sul sistema d’istruzione.

Un docente neofita ha bisogno di capire cosa accade veramente a scuola e come può intervenire in maniera efficace, come trasformare i propri saperi in competenze professionali vere. Bisognerebbe quindi rendere più praticabili gli incontri con altri docenti, le visite reciproche, le azioni di peer to peer, i momenti di debriefing.
Un docente esperto è una risorsa pregiata, si riconosce dalla profondità della cultura che trasmette, dalla passione con cui affascina gli studenti e dai buoni risultato di apprendimento. Questo ricco pa-rimonio professionale può diventare sterile routine se non viene alimentato e messo costantemente alla prova. Possono essere utili quindi tutte le iniziative di approfondimento disciplinare e metodologico didattico, ma ancor più momenti di condivisione e di scambi professionali.
Le esigenze professionali dei docenti senior, in uscita dalla scuola, non sono mai considerate con attenzione. Essi sono molto spesso costretti a seguire le scelte prevalenti, a volte anche onerose, pur nella consapevolezza che non ci sarà ricaduta proficua sui propri studenti. I docenti senior costituiscono una ricchezza che il nostro sistema scolastico non riesce quasi mai a capitalizzare. Perché non professionalizzarli ulteriormente affinché diventino un riferimento stabile per l’accompagnamento dei neo insegnanti? Perché non specializzarli come tutor o coach? Potrebbero essere di grande utilità per il supporto organizzativo, per il coordinamento della formazione, per aiutare a collegare le diverse esperienze formative con le diverse situazioni che ogni insegnante vive poi nella sua realtà d’aula.
 

Mariella Spinosi: 15 Dicembre 2019 Articoli

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