"Non cambierei la mia professione di insegnante per niente al mondo"

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"Non cambierei la mia professione di insegnante per niente al mondo"

Una classe è luogo di incontro e scambio, un'aula è luogo di riflessione e attesa e tu, docente, non sei mai lo stesso del giorno precedente. Tu impari con loro, per loro e grazie a loro. Di Chiara Amico

classe multiculturale tangram gruppo

A dodici anni, nei pomeriggi sonnolenti dell'estete siciliana, radunavo tutti i bambini delle tre palazzine condominiali in cui abitavo e facevo "scuola". Avevo organizzato uno spazio disponibile e "insegnavo". Questa professione mi insegue e mi segue, mi affascina da allora.
Oggi ho superato i quarant'anni e insegno da diciotto, italiano e storia. Da quei miei dodici anni sono certamente cresciuta ed è stata una crescita lenta, ma so che la mia professione è la più bella del mondo. Sicuramente mal pagata ma qualcuno deve farla, con amore, con dedizione, senza ridurla ad un mestiere per vivere o, peggio, per tirare avanti. In questo caso rischia di far danno. E a me piace tantissimo e mi dichiaro fortunata e privilegiata perché sono convinta che, ogni giorno, "costruisco il futuro": plasmo coscienze, come l'artista da una creta informe, trasferisco sapere e con esso la consapevolezza di crescere e cominciare a sentirsi donne o uomini. Si sa che dopo i dodici anni il più è fatto e questa è una responsabilità enorme che mi sento addosso e a volte mi spaventa.


Ricordo ancora il giorno in cui mi comunicarono che ero entrata in ruolo. Non avevo mai fatto supplenze. I primi mesi furono difficili. Ritrovarsi circondata da occhi che ti guardano desiderosi di scoperta e nuove conoscenze, mi spiazzò. Mi aggrappai ai miei ricordi condominiali e alla mia preparazione universitaria. Mi feci forza e andai avanti sicura. Certo, mi impressionarono negativamente burocrazia e legislatura che circondano l'ambiente scolastico di cui sapevo soltanto per via degli studi.
Lavorare con i ragazzi affinché imparino ad usare un linguaggio più ricco, preciso e articolato cosicché i loro pensieri possano farsi chiari e i loro ragionamenti possano proteggerli da chi, giocando con le parole, vuole manipolarli e assoggettarli; adoperarsi affinché i giovani, guardando al passato, imparino a non ripetere gli errori commessi e si proiettino verso il futuro con consapevolezza e fiducia; aiutare gli alunni a pensare con la loro testa, affinché, nel rispetto delle differenze, sappiano argomentare e gestire emozioni, significa nutrirli (dal lat. alumnus, der. di alêre, "nutrire") e crescere dei bravi cittadini.


Mentre fuori il mondo va avanti, all'interno della mia aula che profuma di ardesia e carte geografiche plastificate quando non di Lim o di banchi modulari, io illustro la Costituzione, chiedo il silenzio, leggo racconti e cestino lezioni preparate per accogliere il dibattito che si accende sulla varietà dei punti di vista presenti e delle culture differenti che convivono in pochi metri quadri. Io insegno a pensare. E, in questa continua tensione verso la conoscenza, continuo ad imparare.
C'è un articolo di Roberto Vecchioni nel quale il Professore ringrazia uno studente per tutto ciò che, nei cinque anni di liceo, quest'ultimo gli ha insegnato. Ebbene, una classe è luogo di incontro e scambio, un'aula è luogo di riflessione e attesa e tu, docente, non sei mai lo stesso del giorno precedente. Tu impari con loro, per loro e grazie a loro.
Forse era proprio questo che all'inizio mi aveva tanto spaventata: scommettere con me stessa. Probabilmente per sempre. Forse è questo, oggi, il motivo per cui non cambierei questa mia meravigliosa professione per nulla al mondo.
Sperando di poter continuare a dare e consapevole di ricevere tantissimo.

 

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25 Ottobre 2019 Articoli

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