Le 100 proposte di Confindustria per l'Education

Entra in Giunti Scuola

Hai dimenticato i dati di accesso?

Non sei ancora registrato?

Entra anche tu a far parte della più grande community di insegnanti italiani sul web!

Perché dovrei registrarmi?

Array
(
    [cmg_userData] => Array
        (
            [localhost%%gs_prod] => Array
                (
                    [profile] => ANONYMOUS
                    [groups] => Array
                        (
                            [-2] => SanchoEverybody
                        )

                )

        )

    [cmg_channels] => Array
        (
            [Z9VBL4I3] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => cmg_processURL
                )

            [2K6P1ZUZ] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => sancho_Object_showUp
                )

            [QNDGPGUA] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => sancho_Object_showUp
                )

        )

    [cmg_lang] => 
)
/var/www/custom/src/gs/loginBar/index.html:20:boolean true
/var/www/custom/src/gs/loginBar/index.html:21:string '-3' (length=2)
/var/www/custom/src/gs/loginBar/index.html:22:int -3

Le 100 proposte di Confindustria per l'Education

Intervista a Claudio Gentili

Il 7 ottobre Confindustria ha presentato le sue "100 proposte per l'Education". Ne parliamo con Claudio Gentili, responsabile Education di Confindustria. 

COPERTINA

Le "100 proposte di Confindustria" si aprono con una valutazione tutto sommato positiva del documento "La Buona Scuola". Qual è a suo modo di vedere l'aspetto più originale e forte di quest'ultimo documento? Quale il suo più evidente punto debole?

La valutazione di Confindustria su “La Buona Scuola” è tutto sommato positiva perché le linee guida sono pensate e progettate con il fine di ricucire quel rapporto tra sistema educativo e realtà da troppo tempo mancante. Le linee guida possono costruire ponti tra scuola e lavoro, tra scuola e impresa, tra scuola e società civile, che si fanno necessari per rendere il nostro sistema educativo un vero volano di sviluppo del Paese. Concretamente questi ponti possono diventare realtà puntando sul merito e sulla premialità per coloro che rappresentano il motore di ogni buona riforma della scuola: gli insegnanti. “La Buona Scuola”, prevedendo la premialità per gli insegnanti, permette loro di costruire una carriera personale basata sul merito e sui risultati ottenuti.

Confindustria sostiene “La Buona Scuola” perché il 75% del funzionamento della scuola dipende dalla professionalità degli insegnanti e dal riconoscimento del loro valore. Bisogna premiare le competenze e non l’anzianità. Ma sappiamo che non sarà facile: in passato sono stati fatti dei tentativi che sono costati anche cari per chi li ha proposti, ma l’alleanza tra corporativismo e burocrazia è stata impossibile da scardinare.

L’aspetto più apprezzato dagli imprenditori nel testo del Governo è la ricerca di quella “via italiana” alla dualità con investimenti su buoni modelli di alternanza scuola-lavoro: dualità significa non copiare il sistema tedesco in toto, ma chiarire una volta per tutte che si può educare e lavorare nello stesso momento. Non prima una cosa, poi l’altra. I giovani italiani hanno il diritto di imparare lavorando.

Sui punti deboli de “La buona scuola” è troppo presto per fare una valutazione: il testo è ben strutturato ma deve seguire un’adeguata execution. Da troppi anni buone promesse di riforma si sono infrante su procedure normative contorte che le hanno snaturate. “La Buona Bcuola” è un programma ambizioso di ammodernamento della scuola italiana, ma per attuarlo servirà il contributo di tutti e gli industriali italiani hanno dimostrato di volerlo e poterlo dare.

Laddove proponete di "ridurre di un anno il curriculum scolastico (da 13 a 12 anni)" a quale modello fate riferimento? Come influirebbe tale riduzione sull'attuale articolazione della Scuola primaria e secondaria di primo grado?

Intanto un dato: siamo di fatto l’unico paese occidentale in cui gli studenti entrano in università a 19 anni. Il che significa che si entra più tardi nel mercato del lavoro (per una triennale l’età media di laurea è poco più di 25 anni, per una magistrale 27). Anche nel percorso di uno studente brillante e preparato questo anno aggiuntivo si può rivelare un importante fattore di svantaggio competitivo in un mercato del lavoro decisamente più europeo, anzi globale.

Alcune sperimentazioni sono state fatte in questo senso, ma hanno contemplato la riduzione da 5 a 4 anni dei percorsi di Scuola secondaria superiore. Non credo sia questa la strada da seguire. Non basta infatti ridurre il percorso scolastico di un anno, serve anche riprogettarlo per offrire allo studente una bussola per affrontare le sfide successive al diploma, dall’ITS all’università.

Serve allora una riduzione affiancata ad un piano di orientamento più efficace che vada a incidere dopo la scuola primaria. Si potrebbe infatti ridurre da 3 a 2 anni la Scuola secondaria inferiore, più nota come “scuola media”, che è stata la figlia non sempre virtuosa della riforma che negli anni Sessanta ha cancellato le scuole di avviamento. In questo ciclo di 2 anni si può inserire un percorso di orientamento più strutturato che accompagni gli studenti nella scelta della scuola superiore. Una scelta che non può e non deve essere soltanto il Liceo a tutti i costi, ma che si può orientare anche su gli Istituti tecnici e professionali che, con robuste dosi di alternanza scuola-lavoro, possono aiutare i giovani a sviluppare le giuste competenze per la loro crescita personale e professionale.

Avete individuato alcune "anomalie" della scuola italiana rispetto al panorama europeo e mondiale. Tra queste, "l'inadeguato sistema di formazione iniziale e in servizio degli insegnanti". Come proponete di migliorare la formazione iniziale? Per quanto riguarda la formazione in servizio, di cui proponete l'obbligatorietà, con quali modalità dovrebbe svolgersi per evitare che si ripeta il feed back negativo che finora hanno segnalato la maggior parte dei docenti che, volontariamente, vi si sono sottoposti?

Intanto la vera anomalia è che per gli insegnanti non si adottano le buone regole di una moderna cultura di gestione delle risorse umane (formazione iniziale, selezione, reclutamento, formazione in servizio, valutazione dello sviluppo professionale, incentivi e carriera). Buone regole che non sono prese soltanto dalle imprese ma anche da amministrazioni pubbliche virtuose di cui in Europa abbiamo tanti esempi.

In Italia tutti i docenti sono inquadrati in un unico livello e i miglioramenti retributivi sono solo conseguenza di anzianità. È evidente che non potrà e non dovrà più essere così e la formazione per gli insegnanti sarà la vera piattaforma su cui si giocheranno le sfide del merito per gli insegnanti nella scuola che verrà.

Gli insegnanti hanno mostrato la loro volontà di continuare a formarsi e il loro impegno in questi percorsi, ma è necessario offrire loro una formazione adeguata e più strutturata sul cambiamento in corso: ad esempio si possono sviluppare anche percorsi di e-learning, magari utilizzando le piattaforme INDIRE, oppure, come abbiamo proposto, stage in azienda che aiutino i docenti a conoscere le realtà produttive e quindi portare in classe quel know-how delle imprese che in tutta Europa è ritenuto strategico nella crescita dei ragazzi.

Va detto che, nei territori, ci sono già esperienze di questo tipo che vengono portate avanti (non senza difficoltà) da insegnanti illuminati che si fanno aiutare dagli imprenditori e dalle nuove tecnologie nel loro percorso. Serve lavorare su questo e abbattere le barriere tra formazione e produzione che tanto male stanno facendo agli studenti italiani e agli stessi insegnanti.

Un'altra anomalia viene da voi identificata nel "ritardo nella digitalizzazione". Quali ne sono le cause e come proponete di porvi riparo?

Una premessa necessaria: la digitalizzazione tout-court non salverà la scuola. Certamente il ritardo tecnologico dei nostri istituti scolastici rispetto ai competitor internazionale è evidente: ma non basterà un robusto investimento in LIM e Wi-fi per colmare il gap. La rivoluzione che nasce dalle nuove tecnologie infatti non può sortire effetti positivi in classe se non si accompagna ad una adeguata didattica innovativa. Per Confindustria le due cose stanno insieme, anche perché i “nativi digitali” spesso dispongono di tutte le conoscenze necessarie per poter gestire procedimenti informatici.

La questione è: cosa farsene di queste conoscenze durante le ore di lezione? In alcune scuole sono gli stessi studenti che, con l’aiuto degli insegnanti, costruiscono i loro e-book con gli appunti presi in classe. Ci sono tanti studenti che utilizzano abitualmente Google sul loro tablet mentre il docente spiega per contribuire loro stessi al rafforzamento del percorso di apprendimento e non per passare giornate su Facebook o per distrarsi con altro.

Bisogna dare fiducia alle nuove generazioni, cercare di capire le loro esigenze, non annoiarle, non avere una preventiva diffidenza nella loro quasi naturale propensione al digitale. Non c’è nulla di scandaloso se i giovani diventano i veri protagonisti della loro formazione e il ritardo di digitalizzazione si colma intanto cominciando a connettere di più gli studenti con le cose che si fanno in classe. E anche qui il ruolo degli insegnanti è fondamentale. Ricordava Einstein: “è l’arte suprema dell’insegnante, risvegliare la gioia della creatività e della conoscenza”. Ebbene questa arte suprema non potrà che trovare un valido alleato nelle risorse digitali.

Nel vostro documento si fa cenno anche alle scuole paritarie, per le quali proponete che "dimostrino il possesso di requisiti fissati centralmente".
Essendo alcuni requisiti già previsti per la concessione della parità, a che cosa vi riferite in particolare?

I requisiti per l’accreditamento di una scuola paritaria vanno costantemente verificati. E sono peraltro sicuro che in moltissime realtà questi requisiti sono più che soddisfatti. Verificare la permanenza nel tempo di questi requisiti, già presenti per l'ottenimento della parità, può essere un importante vantaggio per le scuole paritarie stesse che spesso sono vittima di un’assurda battaglia ideologica che ne vuole stravolgere il ruolo e ridimensionarne l’importanza.

Va ricordato che in tutti i paesi avanzati la collaborazione tra scuole paritarie e scuole statali è un asset vincente di sviluppo del sistema educativo. In Gran Bretagna, Francia e Germania le scuole paritarie sono più del doppio di quelle del nostro Paese, ed hanno una funzione di sostegno al sistema statale che concretamente significa risparmio per le casse pubbliche. Confindustria promuove il valore del pluralismo scolastico perché è incontestabilmente una risorsa per gli studenti italiani e le loro famiglie.

Un settimo della popolazione studentesca italiana frequenta una scuola paritaria. Non si può far finta di non vedere: giusto punire i “diplomifici” ma giusto anche non confondere servizio pubblico con servizio statale. Scuola paritaria è scuola pubblica e garantisce libertà di scelta educativa, merita fiducia e una valutazione attenta e obiettiva sui suoi risultati.

La "valutazione della professionalità dei singoli insegnanti all'interno di ogni scuola" è uno dei "temi caldi" sul quale si sono cimentati, senza successo, ministri di varia estrazione politica. A quale organismo, a vostro parere, dovrebbe essere affidata e con quale procedura dovrebbe essere attuata per garantire oggettività ed efficacia?

Un organismo c’è già, ed è l’INVALSI. Tuttavia l’INVALSI deve essere ulteriormente potenziato per presidiare i processi di valutazione della professionalità dei singoli insegnanti. Ma per funzionare bene ha bisogno di un ambiente che non confonda valutazione con sanzione e che si affidi ad un sistema più trasparente e obiettivo. La valutazione va di pari passo con l’autonomia della scuola e con ruoli direttivi legittimati e responsabili che sono essenziali per favorire un processo di generale e continua valorizzazione degli insegnanti attraverso sistematici confronti.

Oggi il MIUR, assieme agli enti locali, spende oltre 40 miliardi per la gestione del servizio scolastico ma paradossalmente spende molto poco per controllare i suoi risultati. Confindustria propone di valutare il sistema scolastico nel suo complesso, poi quello dei singoli insegnanti all’interno di ogni scuola che premi i migliori. Vanno inoltre valutate le performance degli studenti ma semplicemente per dare informazioni adeguate ai loro insegnanti: la valutazione degli studenti non deve essere percepita come una modo per “punire” o “premiare” gli insegnanti, ma una risorsa ulteriore per orientare le politiche scolastiche verso l’efficienza.

Per tutti questi compiti è necessario un robusto investimento sull’INVALSI, ma anche un ambiente di fiducia e di reciproca, virtuosa, contaminazione tra gli insegnanti. 

Maria Pia Bucchioni: 19 Ottobre 2014 Articoli

Condividi:

Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Entra in Giunti Scuola