Una storia di accoglienza che sembra una favola

Un libro basato su vicende reali, accadute in Italia nel primo dopoguerra.

di Lorenzo Luatti · 26 marzo 2019
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Una storia quasi sconosciuta quella dei “treni della felicità” che a partire dal secondo dopoguerra e fino al 1952 condussero circa 70.000 bambini di tante famiglie meridionali, impossibilitate a sfamare i propri figli, presso donne e famiglie del centro-nord, dove furono ospitati in affidamento temporaneo (per mesi, talvolta per anni), nutriti, sfamati e dove fu offerta loro una possibilità di riparo e riscatto.

Furono le donne le protagoniste indiscusse di questa “eroica” iniziativa e dell’enorme macchina organizzativa: attraverso l’Unione donne italiane e i “Comitati per la salvezza dei bambini”, in coordinamento con il partito comunista, si riuscì tra mille difficoltà a portare quei bambini, laceri e denutriti, vittime delle conseguenze belliche, di rivolte operaie e contadine sedate col sangue, in Emilia e in Toscana soprattutto, dove questi figli del sud scoprirono la loro povertà, facendo confronti e scoprendo cose che non conoscevano.

 

Noi, come eravamo

A raccontare questa pagina dimenticata di storia d’Italia, che oggi potrà apparire fantastica e che invece è profondamente vera, è un libro potente e commovente, necessario: s’intitola Tre in tutto e lo ha scritto Davide Calì e illustrato Isabella Labate (orecchio acerbo, 2018, p. 36, 15 euro).

È un bambino a raccontare: la guerra attraverso i boati delle bombe e il fischio delle sirene, la fame, e la proposta di accoglienza delle famiglie del centro-nord, le paure instillate dal prete sui comunisti “mangiatori” di bambini (il che rivela come l’iniziativa non sfuggisse al clima politico dell’epoca di forte contrapposizione tra Dc e Pci). E ancora: il primo, lunghissimo, viaggio in treno, i canti e l’incanto del mare e della neve visti per la prima volta. La disperazione per la separazione dal fratello e il calore delle altre “mamme”, lo stupore per i tre pasti al giorno (con la cioccolata calda e i tortellini), le lenzuola e la cameretta tutta per sé, il pane fatto in casa e cotto nel forno comune…

Tre (mamme) in tutto

Arriva poi il giorno, sofferto, di fare ritorno al sud. Riprende la vita di prima, adesso però si è un po’ stranieri a casa propria, e le differenze e la miseria non passano inosservate come una volta. Un pacco di tortellini per lungo tempo viene spedito dal nord verso il sud, a testimonianza di legami profondi tessuti durante quella breve esperienza.

Un gioco di sguardi incrociati campeggia sulla copertina del libro: c’è una donna vestita di nero al centro che guarda avanti e altre due che guardano i bambini tra di loro. Si tengono per mano questi protagonisti, a dire l’unità oltre la distanza, il legame di affetto anche quando non è di sangue, il filo che rimane per tutta la vita come quando si è fatto un importante tratto di cammino insieme, non importa se lungo o corto.

Per saperne di più

A questa vicenda, uno dei migliori esempi di solidarietà tra nord e sud del nostro paese, lo storico Giovanni Rinaldi e il regista Alessandro Piva hanno dedicato, rispettivamente, un volume, I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie (Ediesse, 2009), e un film documentario Pasta nera (2011), raccogliendo le testimonianze dei bambini di allora che salirono sui “treni della felicità”. Gli occhi più azzurri. Una storia di popolo (2011) è il film documentario di Simona Cappiello e Manolo Turri Dall’Orto che racconta questa pagina della storia d’Italia.

E infine, non è da dimenticare, il libro per ragazzi che nel 1954 Fernanda Macciocchi, sorella minore di Maria Antonietta, tra le principali organizzatrici dell’iniziativa, dedicò alla vicenda: Treno speciale (Vallecchi).