Testimonianza e letteratura

I libri, la letteratura, sono fondamentali per costruire identità solide e capaci di conoscere se stessi e gli altri. Alcuni spunti di riflessione e un paio di domande sulle quali potremmo dialogare.

di Redazione GiuntiScuola · 13 ottobre 2016
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Vengo da una storia editoriale che nasce sulla testimonianza: i racconti degli immigrati che arrivavano qui in cerca di un futuro migliore , in cerca di un lavoro che consentisse loro di mandare soldi nei loro paesi di origine dove spesso avevano lasciato figli piccolissimi, in cerca di pace, di vita decente. Ce ne siamo accorti alla fine degli anni ’80 che stavamo diventando paese di “immigrazione”, dopo essere stati un paese di emigrati. Sono passati 26 anni ormai dai primi Mappamondi , libri bilingui per bambine e bambini: una collana di testimonianze e di narrazioni sul perché si sceglie di intraprendere un viaggio per venire qui, da noi. Accanto ai libri bilingui, accolti poi nei progetti di Carthusia , sviluppatisi per Sinnos in collane con le fiabe di tradizione e in alcuni albi illustrati, anche l’editoria rivolta agli adulti scopriva Pap Kuma e altri immigrati che, con la nostra lingua, ci raccontavano come eravamo, che cosa significava conoscerci. E ci hanno rivelato (Ghermandi, Regina di Fiori e di Perle ) che poi tanto brava gente non lo siamo stati, quando avevamo fregole colonialiste. Flaiano ci aveva già provato. Ma nei nostri libri di storia non se parla o se ne parla poco .

Libri e foto

Con l’arrivo di tanti migranti, che hanno come obiettivo primo la fuga disperata, per arrivare chissà dove, molto spesso per non fermarsi da noi, si è riaperto un filone e una richiesta di “testimonianza”. E ci troviamo di fronte a diversi tipi di narrazione. Fabio Geda, con il famosissimo Nel mare ci sono i coccodrilli , pur narrando una vicenda vera gli ha dato il ritmo di una fiction. Di recente sono usciti alcuni libri scritti a “doppia mano”, proprio come i primi che uscirono a fine anni ’80 subito dopo l’arrivo dei primi immigrati. Uno straniero e un giornalista italiano, come Solo la luna ci ha visto passare , di Maxima e Francesca Ghirardelli (Mondadori) o Stanotte guardiamo le stelle , di Ali Ehsani e Francesco Casolo, Feltrinelli. Oppure sono interviste, come quella di Christiana Ruggeri uscita per Giunti: Dall’Inferno si ritorna , la storia di Bibi che nel suo paese, il Ruanda, vede massacrata tutta la sua famiglia e che oggi studia medicina in Italia.
Sono strumenti utilissimi, questi, che accanto ai documentari e alle fotografie, possono farci conoscere il dramma umano di queste persone. Le ingiustizie, le motivazioni, le speranze, l’orrore che hanno vissuto.
Per quanto riguarda le fotografie vi segnalo un bellissimo reportage sul campo profughi di Eidomeni, quello di Danilo Balducci che mi è capitato di vedere nel piccolo museo del paesino abruzzese dove è nato mio padre, Alfedena. Grazie al lavoro di Sali d’argento e al Comune, per tutto il mese di agosto è stata ospitata la mostra Another step and you’re elsewere.

Le mamme di Andrea Satta

Poi ci sono quelle restituzioni “speciali” di un percorso di vita che evidentemente ha avuto un senso. Penso al lavoro di Andrea Satta , pediatra, con le mamme del suo ambulatorio. È tanto che Andrea Satta lavora su questo (e su molto altro, ma …c’è chi ci riesce!) Pediatra di base in un ambulatorio periferico di Roma, con mamme italiane e immigrate, un bel giorno, dopo aver ascoltato lo sfogo di una mamma straniera che si sentiva sola in questa grande città, mette un cartello invitando le donne a raccontarsi le fiabe di quando erano piccole. Avete presente uno studio di un pediatra di base, soprattutto in una grande città? Visite una dietro l’altra, pochissimo tempo. Andrea ha invece fatto della sala d’aspetto del suo ambulatorio un luogo di incontro, di scambio interculturale . Ne è nato un libro. Pubblicato da Treccani: Mamma quante storie! Non mi dilungo sulle scoperte di quante fiabe simili si possono trovare in diversi paesi, sul senso delle fiabe, qui su Sesamo se ne è parlato molto. Ma vorrei sottolineare l’importanza dei pediatri, come Andrea e come i molti di Nati per Leggere (penso a Manuela Orru’, che nella sala d’aspetto del suo ambulatorio ha tanti libri e ospita letture ad alta voce) per alzare l’asticella sull’educazione interculturale.

Niente è scontato, viva le imperfezioni!

Come editrice ho smesso da tempo di pubblicare testimonianza. Non perché non ritenga sia doverosa e necessaria, ma perché credo sia bene che accanto a questa, soprattutto per i bambini e ragazzi, ci sia anche la letteratura . Insomma che si dia anche ai più piccoli la possibilità di costruirsi come persone capaci di comprendere oltre che conoscere, di immaginare soluzioni, di avere gli strumenti, nella ragione e nei sentimenti, per essere nella loro vita, per avere desiderio di cambiarla quando è necessario, per disubbidire quando non si tratta di un capriccio ma di un sovvertimento di qualcosa di ingiusto. Per ritrovarsi. Per avere la consapevolezza di non essere onnipotenti, ma un po’ imperfetti, semmai. E che tutti siamo imperfetti e che nulla è scontato.

Leggere non basta

Dunque non basta leggere. Bisogna – soprattutto in questo momento storico in cui siamo subissati da cose da vedere e leggere – essere educati alla lettura e avere accesso a libri che possano crescere le nostre capacità intellettuali ed emotive.
Come scrive Maria Teresa Andruetto in Per una letteratura senza aggettivi (libro che consiglio vivamente di leggere non solo agli insegnanti, ma soprattutto a chi vuole essere uno scrittore per ragazzi).
“Oggi la minaccia consiste in una destabilizzazione al contrario, una disintegrazione per eccesso di adattamento, di sottomissione, di accettazione che produce una letteratura asservita, stereotipata, poco entusiasmante, senza aperture. Se la scrittura per bambini tende a ciò che è asettico e neutrale, se invece di essere estremista inopportuna emozionante o indomabile è rassicurante innocua e sottomessa al perentorio desiderio di vendere copie, allora la letteratura infantile e giovanile è perduta”. E ancora:
“Oggi la sfida enorme che ci tocca come lettori, scrittori, insegnanti, specialisti (io direi anche editori, ndr) è quella di selezionare, con competenza e criteri personali, i libri migliori , nel mare di libri pubblicati: con criteri che siano in grado di andare oltre le raccomandazioni editoriali, la pubblicità, gli indici di vendita e i nomi consacrati. Oggi più che mai diventa necessario esercitare il nostro diritto a dissentire, a scegliere, a far valere il nostro potere di lettori su ciò che ci vendono o ci vogliono vendere.

Tante domande, la ricerca come risposta

Perché scrivere, perché leggere, perché raccontare, perché scegliere un buon libro in mezzo alla fame e alle calamità? Scrivere perché ciò che è scritto sia coperta, speranza, ascolto dell’altro. Perché la letteratura è ancora quella metafora della vita che continua a riunire in uno spazio comune chi narra e chi ascolta per partecipare a un mistero , per far nascere una storia che almeno per un momento ci curi con la parla, raccolta i nostri pezzi, metta insieme le nostre parti disperse, oltrepassi le nostre zone più inospitali per dirci che anche nell’oscurità c’è luce, per mostrarci che ogni cosa nel mondo, anche la più misera, ha un proprio barlume.”

Una breve nota, anzi tre...

Vi lascio con una breve nota su un concorso, quello che il Centro Astalli fa da qualche anno e che vede ragazze e ragazzi delle scuole superiori cimentarsi nella scrittura di un racconto sul tema della immigrazione. È la prima volta che sono in giuria ed è stata una bellissima esperienza. I vincitori saranno proclamati il 28 ottobre e quindi non posso anticipare nulla. È stato interessante leggere i racconti, trovarvi quello che – come ha detto Vinicio Ongini, anche lui in giuria – è la “ narrazione nazionale ” su questi argomenti: dolore, sofferenza, ingiustizia, morte, assenza di speranza. I racconti hanno quasi tutti un tono drammatico. Con alcune voci diverse, che invece hanno capovolto le situazioni, ricreato sfondi e possibili soluzioni, parlando magari di spazio o sovvertendo con finali inaspettati. Ecco questo è quello che cerco nei libri che faccio come editrice.
Ho detto una bugia: due ultimissime cose che voglio condividere con voi, e mi piacerebbe molto – se siete arrivati fino a qui – avere le vostre opinioni.

  • Quest’estate ho letto un articolo dell’autore giamaicano Marlon James che ha scritto Breve storia di sette omicidi (Frassinelli), vincitore del Man Booker Prize 2015. Perché non dobbiamo più parlare di diversità . Lui sostiene che spesso “ confondiamo le discussioni sulla diversità con il fare qualcosa di costruttivo ” e che “di tutto questo dialogare sulla diversità non facciamo altro”. Il suo ideale sarebbe quello di non parlare più di diversità, di non aver più bisogno di un autore “nero” ad un tavolo di bianchi per parlarne, perché il concetto di diversità può portare alla segregazione. E che “ sta alla persona di pelle bianca diventare meno razzista ”.
  • A Mantova ho ascoltato Ilvo Diamanti, che a un certo punto ha chiesto alla platea: " cosa ne pensate del concetto di confine? " Mormorio di disapprovazione. "Sbagliato!" Ha detto Diamanti. I confini sono necessari per aprirsi e rispettare gli altri. Non dobbiamo confondere il confine con i muri. Se sappiamo chi siamo, conosciamo le nostre radici, se ne siamo consapevoli, allora siamo capaci di accogliere e comprendere. E qui mi viene in mente una canzone ormai storica dei Sud Sound System.