Parigi: una casa mancata?

Perché quelle che alcuni sentono come le proprie città, i luoghi della propria vita, per tanti altri non lo sono? La riflessione di Vincenzo Matera, antropologo, su "La città nuova" del Corriere della Sera.

di Redazione GiuntiScuola · 15 novembre 2015
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Amo Parigi - di Vincenzo Matera

Amo Parigi. Fin dalla prima volta che ci sono andato, ormai molti anni fa, mi sono sempre sentito a casa. Parigi è per me una città accogliente, aperta, entusiasmante, innovativa. Sono profondamente ferito dalle notizie che ho sentito ieri sera e ho letto stamattina. Persone che escono il venerdì sera, vanno a cena o in un bar o a un concerto, vanno in giro per strade e luoghi familiari, secondo uno stile di vita orami consueto, e vengono prese a fucilate. Persone che vanno allo stadio, a vedere un incontro di calcio, un’amichevole, e esplodono. Ragazzi, per lo più. Come sono ragazzi quelli che escono con un mitra nascosto da qualche parte addosso al loro corpo e, carichi di esplosivo, sapendo già che quella sarà la loro ultima camminata, raggiungono il loro obiettivo, e sparano. Con calma, hanno riferito i testimoni, senza panico. Puntano e sparano, ricaricano, puntano e sparano di nuovo. A caso. In tutte le direzioni. Per uccidere più persone possibile. Secondo un copione già scritto. Ripetendo lo slogan già noto che invoca una divinità e che dovrebbe dare un senso alla loro azione. Che dà, per loro, un senso a quell’azione, anzi, a quell’immolazione. Perché poi, come sempre è accaduto, quando non possono fare altro, si fanno esplodere. Tutti morti. Questo è l’epilogo. I luoghi della socialità, dell’incontro, della convivialità, dell’interazione, della vita che vengono negati in modo totale, assoluto.

Quale significato c’è, se c’è, in tutto questo? Non voglio fare analisi, che lasciano il tempo che trovano, ci sono già fiumi di inchiostro dedicati al terrorismo suicida. È una punizione contro gli infedeli? È una vendetta per gli interventi militari? È la reazione di disperati senza nulla da perdere se non un’esistenza sbandata e senza valori? Non lo so.

È noto che per lo più i ragazzi che compiono queste immolazioni devastanti sono nati in Europa , o vi hanno trascorso gran parte della loro vita, sono dentro le società europee, vivono nelle nostre città, come Parigi, che sono anche le loro, o che, mi correggo, noi pensiamo che dovrebbero essere anche le loro. Perché così non è, evidentemente. Evidentemente per loro Parigi non è casa, come lo è per me. Anche se ci sono nati e cresciuti, non è diventata la loro casa, il loro luogo di vita.

È da qui che dobbiamo partire, almeno per quanto mi riguarda, per dare un senso a quanto accaduto ieri, come tante altre volte, a Parigi o in altri luoghi. Domandarci perché quelle che per noi sono le nostre città, i luoghi della nostra vita, per tanti altri non lo sono, inspiegabilmente, insensatamente, sono i luoghi della morte, della nostra, e della loro.

Questo articolo è apparso su "La città nuova" del "Corriere della Sera" il 14 novembre 2015.

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