Le parole contano, e i pregiudizi si vincono a scuola

Esce un nuovo numero della rivista "Studi Emigrazione". A tema, le parole che si usano per descrivere la migrazione. Centrale il tema della scuola, e la necessità di pensare percorsi educativi positivi per tutti, dentro "classi mosaico" in cui si lavori per gruppi, tramite l'apprendimento cooperativo. 

di Redazione GiuntiScuola · 14 giugno 2015
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Come viene raccontata l'immigrazione? Con quali parole? Quali sono i dati e le immagini che formano le parole medesime? E perché è tanto importante che dati e immagini siano esatti, perché anche le parole vengano usate e costruite nella maniera più opportuna, lontana da stereotipi inventati? Questo il tema, importante e complesso, dell'ultimo numero della rivista " Studi Emigrazione" .

Il fascicolo, presentato in aprile a Roma, raccoglie gli atti della scuola estiva Mobilità umana e giustizia sociale organizzata, tra gli altri, dall'Università Cattolica di Milano nel 2014. Contiene spunti anche per il lavoro delle persone di scuola , evidenziati Tullio De Mauro in un articolo pubblicato su " Internazionale " la settimana scorsa.

De Mauro, in particolare, ha dato rilievo al contributo di Giovanni Giulio Valtolina dell’Istituto per lo studio della multietnicità (ISMU) di Milano. "Dalle scuole di vari paesi viene un’indicazione", scrive De Mauro. "Processi educativi positivi per tutti, i nuovi arrivati e i bambini del luogo, si sviluppano se le scuole si impegnano a promuovere fin dalla prima infanzia le jigsaw classes , le classi mosaico, privilegiando in queste l’apprendimento attraverso il lavoro collaborativo, per piccoli gruppi . Questo è sempre efficace, ma qui è decisivo per far cadere, anzi per non far nascere il pregiudizio etnico".

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