Le cose raccontano. Intercultura attraverso gli oggetti

Si può fare educazione interculturale a partire dalle cose che vengono da lontano o che fanno parte del nostro vivere quotidiano. Una proposta per una “oggettoteca multiculturale” da allestire grazie ai viaggiatori ma anche ai sedentari. 

di Redazione GiuntiScuola · 03 giugno 2016
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Fonte immagine: paneartemarmellata.it

Ci sono cose...

Ci sono cose nella vita dei bambini e dei grandi che evocano immediatamente persone, luoghi, situazioni, momenti felici o tristi. Cose che fanno ricordare, ridere, piangere, pensare e ripensare. Ci sono cose che scandiscono il tempo e segnano la nostra giornata; servono a svegliarsi, uscire, giocare, imparare, lavorare, andare per il mondo. Oggetti indispensabili, che hanno cambiato il nostro modo di vivere, dei quali non possiamo più fare a meno e senza i quali ci sentiamo persi. Ci sono cose che aiutano e consolano ; altre che minacciano o feriscono; cose per bene e cose per male; cose alle quali chiedere grazie e altre da gettare via senza pensarci due volte.

Ci sono cose che ci fanno fare un tuffo nel tempo e ci rimandano ai giorni vissuti dalle generazioni precedenti, quelle dei nonni e degli antenati. Oggetti e manufatti che da soli sono in grado di esprimere le scoperte e l’intelligenza degli uomini, di dare spessore alla storia dell’umanità e ai passaggi di epoche. Ci sono cose, un po’ misteriose e strane, che ci fanno volare lontano e che non sono di qui, ma appartengono all’altrove, ad altri luoghi, a Paesi diversi. Oggetti che ci parlano del tempo e della dimensione diacronica – il prima e il dopo – e della dimensione sincronica: il mondo tra il vicino e il lontano.  Oggetti vissuti, ammaccati, consumati, come scrive Bertolt Brecht in Oggetti felici :

Fra tutti gli oggetti, i più cari
sono per me quelli usati.
Storti agli orli e ammaccati,
i recipienti di rame,
i coltelli e le forchette
che hanno di legno i manici,
lucidi per tante mani:
simili forme mi paiono
fra tutte le più nobili.

Un’oggettoteca multiculturale

Possiamo allargare lo sguardo, raccontare le differenze e “fare” educazione interculturale in maniera operativa e concreta anche a partire dagli oggetti, dalla loro origine e dagli usi, dalla loro collocazione in altri contesti e dalle storie che con loro hanno a che fare.
Prima che si chiuda l’anno scolastico possiamo fare una proposta ai grandi e ai bambini: quella di portare a settembre uno o più oggetti raccolti nei luoghi in cui ognuno andrà durante l’estate : una cosa che viene dal paese o dalla regione dei genitori e dei nonni, dai luoghi di vacanza vicini o lontani, oppure dalle mete della gita di un giorno appena fuori città. Un sasso, una piuma, un gioco; un oggetto utile o inutile; un prodotto costruito dalle mani di un artigiano o fatto in serie; un oggetto trasparente, rispetto alla sua funzione, oppure misterioso e inconsueto.

Si comporrà così una curiosa oggetteca da ammirare e da scoprire, da raccontare e da catalogare. Potremo fare delle ipotesi sull'uso degli oggetti più misteriosi e tentare di indovinare il nome delle cose che vengono da lontano. Potremo inoltre dare alle cose nomi diversi a seconda delle lingue o dei dialetti conosciuti dai bambini e dagli adulti che li hanno portati fin qui, sperimentando e valorizzando in questo modo la diversità linguistica che ci circonda. E naturalmente potremo raccontare la storia delle cose che abbiamo raccolto: narrazioni di appartenenza e di uso, testimonianze di legami e di consuetudini.
Le cose, comuni e quotidiane, minute o importanti, sono infatti testimoni muti e protagonisti di storie e compagni di viaggio e di avventura e hanno mille racconti da condividere.

Come le briciole di Pollicino

Il destino di molti oggetti che circondano i bambini e i ragazzi, ma non solo loro, sembra oggi segnato dall’invisibilità, dalla velocità e l’insignificanza. Le cose appaiono e scompaiono in tempi brevi, sostituite in fretta da altre in un avvicendamento quasi compulsivo. Spesso non c’è il tempo di creare un legame con un giocattolo o un oggetto, di imprimervi la propria impronta, di farli entrare nella propria storia e autobiografia d’infanzia. Questa fluidità eccessiva impoverisce i punti di riferimento, riduce gli angoli rassicuranti nei quali rifugiarsi, toglie bussole e segni che definiscono il cammino di crescita.

Gli oggetti sono invece degli a ccompagnatori privilegiati della vita d’infanzia e dell’adolescenza : attraverso le cose s’imparano e si sperimentano il rispetto e la cura, la curiosità e lo stupore, l’immaginazione e la scoperta. Si interiorizzano anche il valore e la fatica che ci sono dietro le cose. Le cose, come le briciole o i sassolini di Pollicino, ci permettono di andare verso il mondo, ma di poter anche tornare indietro e riconoscere la strada compiuta perché segnano il cammino, scandiscono la nostra storia, fanno da pietre miliari.

Le scarpe, per esempio...

La nostra oggettoteca può diventare un piccolo museo del mondo e contenere cose che raccontano il prima e il dopo, il qui, il là e l’ancora più in là. Dal mouseion , luogo immobile di raccolta di manufatti e testimonianze, grazie agli oggetti raccolti dai bambini, possiamo costruire invece una vera e propria wunderkammer, o stanza delle meraviglie , per approdare al museo di concezione moderna che implica partecipazione, interattività e multimedialità. In questo senso partecipativo, oggetti “banali” come le scarpe possono diventare metafore simboliche, immediate e potenti per parlare di viaggio, ascoltare le storie di altri, sollecitare l’empatia. Le esperienze illustrate di seguito ce lo insegnano.

  • Un miglio nelle scarpe degli altri - A Londra è sorto da un paio d’anni il primo museo mondiale dell’empatia. Si tratta di uno spazio di esperienze e di condivisione che ha fatto proprio il motto “a mile in my shoes” che a sua volta si richiama al detto indiano ” Per conoscere davvero un uomo, devi camminare per tre lune nelle sue scarpe ”. A ogni paio di scarpe che il visitatore sceglie e dentro le quali percorre almeno un miglio, è abbinata la storia di una persona: camminando dentro le sue calzature (fisicamente o metaforicamente), si è invitati ad ascoltarla, a entrare per un po’ nella sua biografia, a immedesimarsi nelle sue vicende e ad approssimarsi agli altri. enlightened Vai al sito

  • Porta le tue scarpe e racconta il viaggio - Sempre a proposito di scarpe, a Montebelluna c’è da vari anni il museo dello scarpone e qui viene proposta, a ragazzi e adulti, italiani e stranieri, l’attività interattiva e narrativa “Nelle scarpe degli altri”. Ognuno è invitato a portare le proprie scarpe, o la loro foto, legate a un evento speciale, a un viaggio – di esodo, migrazione, piacere, scoperta - vissuti calzandole. Un viaggio che è stato importante per sé, per la propria vita e per la propria famiglia. E naturalmente, ognuno è invitato a raccontare e a condividere, ripercorrendo i propri passi in viaggio tra il qui e l’altrove, le ragioni, gli incontri, i cambiamenti. enlightened Vai al sito
  • Il giro del mondo in 80 scarp e - Le scarpe fanno subito venire in mente Cenerentola e la scarpetta perduta a mezzanotte. Un libro racconta che vi sono almeno 345 diverse Cenerentole in giro per il mondo, ognuna dlele quali calza – e perde nella fuga – calzature diverse. Vi sono scarpette di vetro, d’oro e d’argento, di sughero e di stoffa. Scarpe di tutte le fogge: pianelle, sandali, babbucce, zoccoli e perfino stivali per la Cenerentola che vive nel freddo Tibet. Il libro, edito da Sinnos, ha il titolo Le altre Cenerentole: il giro del mondo in 80 scarpe , di Vinicio Ongini e Chiara Carrer. enlightened Leggi un assaggio

Empatia e autobiografia

Gli oggetti sono dunque forti sollecitatori di evocazioni, storie e racconti e possono aiutare a “mettersi nei panni degli altri” e a condividere narrazioni di sé e degli altri.

  • Tu, cosa porti nella tua valigia? - Un libro e un video, La zattera di Lucia Salemi, coinvolgente e commovente racconta il viaggio di cinque amici che si trovano su una zattera alla deriva in mezzo al mare. Hanno con sé le valigie in cui conservano i doni dei loro genitori, insieme ai sogni, alle speranze, alle paure di quello che li aspetta di là del mare. Solo mettendo in comune ciò che ciascuno conserva nella sua valigia, i cinque amici fanno sì che i pericoli si dissolvano e l’approdo sia finalmente possibile.

  • Un museo grande come il mondo - A partire dalle suggestioni del libro, video e blog “La zattera” l’associazione Arcadia Didattica ha realizzato nella scuola primaria “Salvo D’Acquisto” di Padova il progetto Un museo grande come il mondo . Per far conoscere la pluralità delle classi, è stato condotto un laboratorio partecipato nel quali sono stati gli stessi bambini e ragazzi, e le loro famiglie, a raccontare la loro storia, le loro origini grazie agli oggetti portati da casa. Mediante sollecitazioni ludico- artistiche, gli alunni sono stati coinvolti in attività di storytelling e di catalogazione dei materiali: oggetti, racconti, fotografie. La ricerca di similitudini tra gli oggetti, il racconto di tradizioni e di contesti ha coinvolto adulti e bambini così come l’allestimento di mostre aperte alla città. enlightened Scopri il progetto

Io sono come una sedia, un pallone, una nuvola

Un oggetto può rappresentarci, diventare la metafora che esprime emozioni, storia, sentimenti, come il ricorso all’oggetto poetico di montaliana evocazione ci insegna. Lo vediamo nelle poesie scritte da alunni che frequentano le scuole delle periferie milanesi, fortemente multiculturali, nelle quali Chandra Livia Candiani svolge da anni un lavoro di sollecitazione alla scrittura di poesia. Ecco come alcuni bambini si rappresentano a partire da un oggetto (nel libro Ma dove sono le parole? A cura di Chandra Livia Candiani e Andrea Cirolla, Effigie edizioni).

La sedia

Grazie per la sedia
e di avermi dato una casa,
io sono piccolo, ma dentro
sono un gigante che è sbocciato
da una briciola.

(Christian, dieci anni, filippino)

I sassi

Sassi fanno troppo rumore
e puoi lanciarli.
Però puoi fare male
e devi stare attento
quando li tiri.
Come i sassi, sono le parole.

(Mark, otto anni, filippino)

Pallone e nuvola

Io sono un pallone
quando mi lanciano
voglio sempre segnare
e sfondare la porta.
Ma sono anche nuvola
e mi piace essere bianca.

(Noè, dieci anni, romeno)

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