Il mio oggetto... la mia storia

Gli oggetti possono diventare strumenti per alimentare il senso di appartenenza e la costruzione dell’identità. Per un bambino sono imprescindibili strumenti di conoscenza. Di Antonella Sada. 

di Redazione GiuntiScuola · 14 novembre 2017
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Perché un oggetto può diventare strumento per alimentare il senso di appartenenza e la costruzione dell’identità? Tutti noi adulti viviamo circondati da oggetti, ne facciamo usi pratici e estetici. Agli oggetti possiamo associare ricordi, opinioni, sensazioni strettamente privati perché facenti parte della storia individuale, ma anche memorie collettive che accomunano chi ha condiviso un certo periodo storico.Per un bambino gli oggetti sono imprescindibili strumenti di conoscenza: come educatori sappiamo che manipolando le cose e i materiali si alimenta l’immaginazione e la scoperta, si accrescono la curiosità e lo stupore, s’imparano concetti logici come quelli di spazio e di tempo, si sperimentano il rispetto e la cura. Con alcuni di loro i bambini stabiliscono anche legami affettivi , come accade con l’oggetto transizionale di winnicottiana memoria, e diventano quindi elementi essenziali della loro autobiografia.

“Da piccolo il mio riccio lo tenevo sempre nella mia culla e poi lo abbracciavo tanto tanto perché era morbido e mentre l’abbracciavo gli ciucciavo il nasino. Lo tenevo sempre con me tutto il giorno” dice Lara di 5 anni.
Le cose sono quindi come le briciole o i sassolini di Pollicino che, come dice Graziella Favaro, permettono di andare verso il mondo ma di poter anche tornare indietro e riconoscere la strada compiuta perché segnano il cammino, scandiscono la nostra storia .

Gli oggetti di mamma e papà raccontano

Il primo passo per costruire il senso di appartenenza ad una comunità allargata è innanzitutto riconoscere di appartenere al primo nucleo sociale che il bambino sperimenta che è la famiglia. Un papà che con una maglietta in mano racconta a suo figlio la passione sportiva della sua adolescenza o la mamma che mostra le prime scarpette da ballo regalatele dalla nonna, ci dicono che gli oggetti possono diventare uno strumento di dialogo tra generazioni e offrire occasioni per narrarsi e guardare insieme il passato . A volte le cose fanno rivive le emozioni che hanno accompagnato la crescita di un bambino, come quando una mamma mostra alla figlia il pentolino con cui le ha cucinato la prima pappa e dice…" lavoravo tanto e non ero molto brava a cucinare... ma, con la necessità di invogliarti a mangiare, è nata, piano piano, anche la mia passione per la cucina” (Francesca, mamma di Vittoria); oppure "…questo termometro-pesciolino ci ricorda il momento del bagnetto che, per noi due neogenitori, era un momento importante, fatto di coccole, tenerezza e anche ansia che la temperatura dell'acqua non fosse mai giusta" (Magda e Orazio genitori di Edoardo)

Oggetti che vengono da lontano

Se poi gli oggetti appartengono ad una terra lontana e hanno viaggiato tra continenti ecco che divengono ancora più preziosi: ci permettono di non dimenticare le origini, le tradizioni e offrono anche occasioni per parlare con chi questo viaggio non l’ha fatto.La mamma di Yousef ci porta a scuola una terrina e dice: “…in arabo si chiama sultaneya. È dell’Egitto, l’abbiamo portata da lì. Mi piace cucinare: dentro ci metto frutta e insalata per la mia famiglia.”
Come dice Concetta Tortolici talvolta gli oggetti sono utili ad alimentare la memoria etnica. Alcuni hanno valore nel ricordo dei singoli individui, altri vivono nel ricordo collettivo come simboli di identità: una bandiera, una campana, un costume permettono di rivivere la propria appartenenza.

Giochi e simboli per condividere le tradizioni del proprio paese

Raccolta di oggetti: indicazioni operative per un percorso didattico

Come stimolare il desiderio di condividere questi simboli e come fare per coinvolgere tutta la scuola in questo progetto? Si può partire da un invito, magari tradotto in più lingue, in cui si sollecitano le famiglie a scegliere un oggetto che ricordi qualcosa di speciale o significativo nella propria vita e a portarlo a scuola. Per alcuni genitori questo è sufficiente per indurli a raccontare di sé. Romolo, papa’ di Giovanni, porta un piccolo oggetto con allegata una scritta: “Questo è un pezzetto del pavimento della nostra casa. Per me ha tanti significati…su questo legno Giovanni ha imparato a camminare, i suoi fratelli sono diventati ragazzi, noi adulti facciamo quotidianamente il nostro percorso. Sul pavimento in legno le persone lasciano piccoli unici segni del loro passaggio.” E’ molto più di quanto ci si possa aspettare!
In molti altri casi invece non è semplice spiegare a tutte le famiglie cosa portare a scuola ma l’imitazione ha un forte potere. Quando cominciano ad arrivare i primi oggetti è bene metterli in mostra in un angolo visibile della sezione e la pressione dei bambini che ancora non hanno il loro oggetto esposto, spingerà le famiglie a chiedere, a capire e così l’angolo si riempirà.
Ogni bambino che porta a scuola il suo oggetto gode di un momento privilegiato nella conversazione del mattino: si siede sulla sedia più alta e comincia a descriverlo, poi è invitato a raccontare la storia di quello che ha portato. Nel parlare di ciò che ha in mano in realtà parla di sé: “Questi sono cucchiaio e forchetta di quando ero piccolo. Hanno le ruote. A Peppe piace molto mangiare...anche quando ero piccolo!".
Si sollecitano i compagni a fare domande e così si sviluppa una sorta di intervista. Se il bambino non sa cosa dire l’adulto lo sollecita ad inventare possibili risposte, altre volte lo invita a chiedere a mamma e papà. È questo il primo passo verso il coinvolgimento dei genitori: dal chiedere notizie sull’oggetto del figlio si passa a chiedere in modo più diretto di portare a scuola qualcosa ritenuto importante per sé.
Chi invece preferisce mostrare personalmente il proprio oggetto caro viene invitato in classe: “Ho scelto questo oggetto perché racchiude tutte le cose belle della mia terra: la Moldavia!” dice la mamma di Christian quando viene a scuola.

Oggetti in mostra: biografia di una scuola

La dimensione individuale però non è sufficiente: il passaggio successivo è favorire uno scambio, un dialogo mediato da questi oggetti, in cui si possano trovare punti in comune e sentire che si fa parte di una comunità. Tutte le comunità, per essere tali, debbono elaborare una “struttura connettiva” che leghi gli individui mettendoli in grado di pensare nella forma del “noi”. Tale struttura connettiva è costituita, da regole e valori comuni, da un lato, e da ricordi condivisi dall’altro.
Allora basta mettere i pupazzi, le macchinine, i succhiotti e i sonagli, gli abitini e gli attrezzi da cucina e ogni “memorabile” oggetto portato da casa dentro grandi armadi di legno e offrirli agli sguardi di tutti ed ecco che da narratori di memorie individuali essi diventano segno tangibile dell’identità culturale di un gruppo. È molto più di quanto si possa trovare in un museo: si leggono ricordi, emozioni, speranze, progetti, si coglie quello che davvero è ritenuto importante per gli adulti e i bambini che vivono in una variegata comunità scolastica e questo contribuisce a creare le basi per sentirsi cittadini.

Ecco che cosa resta
di tutta la magia della fiera
quella trombettina
di latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi,
c’è la banda d’oro rumoroso,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.
Come, nello sgocciolare della gronda,
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;
nell’umido cerino d’una lucciola
che si sfa su una foglia di brughiera
tutta la meraviglia della primavera.

Corrado Govoni, La trombettina

Per saperne di più

D.W.Winnicott, Gioco e realtà . Armando editore
Silvia Tamberi, Gli oggetti raccontano. Erikson
Concetta Tortolici - A ppartenenza, paura, vergogna. L’Io e l’altro antropologico. Ed. Monolite