Il mare non chiude mai

Einaudi pubblica un libro di Amaltea, una giornalista che nel 2011 ha adottato insieme a suo marito tre bambini russi. Il testo, Il mare non chiude mai, racconta una storia di adozione avventurosa, difficile e intesa. Che pone molte domande sull'essere bambini e genitori nel nostro mondo, in tutto il mondo. 

di Redazione GiuntiScuola · 04 giugno 2015
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Amaltea è lo pseudonimo con cui una giornalista ha da poco pubblicato per Einaudi un testo molto bello, Il mare non chiude mai . Il libro, che è per metà a carattere autobiografico e per metà d'invenzione, affronta un argomento non nuovo ma ancora oggi fonte di dibattiti, incomprensioni burocratiche, domande sull'essere genitori e figli: l'adozione.

In particolare, il testo racconta, attraverso la voce dell'autrice, l'adozione di tre bambini russi, con tutte le difficoltà connesse: "pregiudizi da abbattere, assistenti sociali da convincere", come si legge nella quarta di coperta, e ancora "tanto tempo da far passare in un'attesa che ha ben poco di dolce".

Quando questi problemi saranno superati, arriverà l'avventura più bella e più difficile: trovarsi genitori di tre bambini all'improvviso , e insieme a loro crescere come persone, come mamme e babbi, osservando con premura la crescita degli stessi bambini, anch'essa piena di intralci, tempi da rispettare e da proporre, regole da porre, discutere, e da imparare: ma chi impara da chi?

Vale la pena al proposito dare la parola all'autrice, nelle prime pagine del libro:

Questo libro racconta l’esperienza dell’adozione di due adulti italiani e tre bambini russi. Chi adotta chi? È il mistero della nostra storia, già contenuto nella sublime transitività del verbo "adottare", con l’interno convincimento che non si tratti di un’esperienza parti-colare o straordinaria. È vero, da un giorno all’altro ci si ritrova genitori di bambini che sono già nati e che hanno alle spalle vari anni di vita. Non c’è stata gravidanza, non c’è stata un’ecografia, non ci sarà allattamento. In molti casi non si insegneranno i primi passi, non si cambieranno pannolini, non si assisterà allo spettacolo dei dentini che spuntano. Si è forse per questo meno genitori?

Allo stesso tempo, ognuno di questi passaggi sarà rivissuto e pienamente conquistato grazie alla potenza creativa dei bambini, capaci di inventare assetti da neo- nati, di trasformare tempi, memorie e desideri, di chiamarci a reinterpretare, come in una rappresentazione teatrale, ruoli che estendono al massimo l’arco espres- sivo dell’essere madre e padre.
Si è forse per questo piú genitori?
Se si ha voglia di seguire i bambini in questo gioco di trasformazioni, ecco che anche l’esperienza adottiva diventa qualcosa di molto diverso dal beau geste social- mente accettato e intimamente temuto dalle opinioni dominanti.
E le espressioni di solito riservate al caso – come «che bravi che siete» o «poverini» – verranno rovesciate, am- mutolite, polverizzate, per lasciare spazio a una miria- de di altre piú vere, e spesso piú sconcertanti. Si finirà quasi col credere che la condizione adottiva sia comune a ognuno. Che siamo tutti un po’ orfani.
E che, forse, genitori si nasce.

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