Il cibo in valigia

Il Centro interculturale di Torino mette a disposizione un libro che raccoglie storie di migrazione e di vita. Attraverso il racconto del cibo, della sua preparazione, dei modi di stare a tavola, di festeggiare e di curare, tante voci narrano la propria storia, l’appartenenza culturale, la gioia del gusto e dei sapori.

di Redazione GiuntiScuola · 17 maggio 2016
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Il cibo in valigia è una raccolta di narrazioni migranti che hanno come tema comune il cibo, inteso nei suoi molteplici significati e nel suo divenire possibilità di integrazione e di lavoro. Il testo si può leggere online e/o scaricare dal sito del Centro interculturale di Torino . Ecco alcuni passaggi del libro: impressioni di sapori, incontri di culture.

Dolcezze simili e diverse

“I dolci sono molto diversi da quelli italiani, come dimenticare l’halo-halo, mix-mix in inglese, che vuol dire un po’ di questo un po’ di quello. È una vera squisitezza ghiacciata che si mangia come dolce e viene anche dato ai bambini per la merenda. Si prende un bicchiere alto lo si riempie con un cucchiaio di ogni ingrediente precedentemente preparato che più si gradisce, si aggiungono delle scaglie di ghiaccio, il latte evaporato e in fine del gelato alla vaniglia. Volendo prima si mangia la parte superiore, poi si mescola il tutto con un cucchiaio lungo che arrivi sino in fondo al bicchiere e si finisce. Gli ingredienti che si scelgono come i fagioli dolci, fettine di banana, patata dolce, pezzi di cocco, gelatina, riso tostato e sono stati bolliti in uno sciroppo di zucchero” (Agnes).

Mangi tu, mangio io

“La prima volta che ho mangiato cibo italiano è stato al Cottolengo, era il secondo giorno che mi trovavo a Torino, e sono entrata lì con una tessera, perché davano da mangiare alle persone che arrivavano da altri paesi e che non avevano casa, che non avevano niente. Già la circostanza che mi davano da mangiare gratis, senza fare niente, mi sembrava strana e io mi vergognavo ad entrare. Fuori in coda davanti a me, c’era un signore che mi ha detto: 'Dai come mangerò io mangerai anche tu' – e allora sono entrata. Vedevo tante cose ma non capivo, era tipo una mensa, self service, in cui ti sceglievi cosa mangiare. Lì c’era un signore anziano che serviva, forse perché mi ha vista così robusta mi dava più pane, a tutti dava due pezzi a me ne dava quattro. Lui mi coccolava anche con del vino dolce, un giorno mi ha vista che avevo la pelle tutta bruciata, perché era luglio e camminavo sotto il sole tutto il giorno, lui mi guardava, mi parlava, ma non capivo cosa diceva, ho intuito che mi diceva che aveva portato per me un piatto cucinato da sua moglie, forse perché mi vedeva alta e robusta pensava che avevo bisogno di mangiare tanto” (Nadia).

Frutta e verdura di tutto il mondo

“Alcune cose peruviane le trovo a Porta Palazzo, dove vado a fare la spesa. Anche lì ci sono tante culture non solo latinoamericane, peruviane, ma anche i marocchini, egiziani e quindi tante culture. Vedi il cibo a Porta Palazzo proprio come integrazione perché vanno tutti: italiani, peruviani, marocchini, egiziani, pakistani, equatoriani. Vanno anche tanti per conoscere un po’ la cultura di Torino: c’è il mercato dei contadini e vanno in tanti a fare la spesa lì. A Porta Palazzo trovi tutti i tipi di frutta e verdura di tutto il mondo. Secondo me è un posto di ritrovo, di incontro di tutta la gente. Vai in giro, tutti sono passati da lì almeno una volta, da Porta Palazzo. Lì ho trovato anche tanti ingredienti che ho imparato a conoscere quando ho studiato nei miei corsi; oltre agli ingredienti ho trovato anche tante persone: marocchini, rumeni che ho conosciuto nei corsi e anche con loro ci confrontavamo, parlavamo del cibo che conoscevamo e che preparavamo nel nostro paese e anche di quello italiano” (Miriam).

Il gusto delle mani

“A cena mangiavamo pounded yam con sugo di ogbolo, un albero naturale che tu fai nel tuo giardino, che viene da Signore Dio, o con sugo di egusi, una salsa di melone bianco nigeriano oppure riso con sugo di su, sugo con pesce, meats e pomodoro. Quando mangiamo pounded yam, noi mangiamo con le mani, quando mangiamo riso, noi mangiamo con un piccolo cucchiaio; quando mangiamo plantaine, mangiamo con forchetta. Le posate sono uguali, diversa è la mano. A noi piace mangiare con le mani di più, perché quando tu mangi con le mani tu assaggi bene. Quando tu mangi con cucchiaio, disturba, tu non senti quello che mangi, per questo noi africani vogliamo mangiare con la mano” (Terry).

Affetti in cucina

“Cucino e coccolo i miei affetti, se c’è qualcuno sofferente in famiglia preparo la zuppa con la pasta chiamata vermicelli. La tristezza ha un rimedio in un decotto a base di un’erba di cui non ricordo il nome e per combattere il mal di gola c’è un infuso molto amaro fatto con fiori secchi che somigliano e richiamano alla mente la lingua delle mucche, difatti si chiamano gole ghav zabon, letteralmente lingua di mucca. La piacevolezza del cibo e del mangiare ha come protagoniste le mani; la forchetta accompagna il cibo, ma è il cucchiaio che richiama la gradevolezza e ti permette di gustarlo. Toccare con le mani, il cibo, il riso in particolare, lo fa assaporare e lo rende unico, forse un po’ come fare la scarpetta” (Mohammad).

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