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Dimenticare senza dimenticare: identità, lingua, luoghi

La pluralità dei profili e delle biografie linguistico-culturali che si affacciano oggi a scuola è multiforme e complessa. Di Giovanna Masiero e Maria Arici

di Redazione GiuntiScuola02 febbraio 20186 minuti di lettura
Dimenticare senza dimenticare: identità, lingua, luoghi | Giunti Scuola

Esattamente dieci anni fa uscì una ricerca sulla socializzazione linguistica di un gruppo di adolescenti marocchini. Si trattava di uno studio etnografico longitudinale che considerava un periodo di cinque anni: dal primo inserimento a scuola alla soglia del diciottesimo anno di età. Il cuore della ricerca erano le percezioni rispetto al proprio plurilinguismo e all’apprendimento dell’italiano. Gli intervistati erano tutti ragazzi di prima generazione o generazione 1,5, cioè arrivati in Italia con già un percorso di scolarizzazione nel Paese d’origine.
Sfogliare le parole dei ragazzi e delle ragazze intervistati ci porta a riflettere sui cambiamenti che hanno coinvolto la scuola e la sua capacità di resilienza nel suo farsi luogo di integrazione.
Due grafici raccoglievano la sintesi delle lunghe interviste: da una parte l’Italia e l’italiano, dall’altra Il Marocco e l’arabo. Due luoghi e due lingue, i confini ben definiti e la consapevolezza di ciò che si perde e di ciò che si prende.
"Sono cresciuta con due lingue materne: il giapponese e il francese li ho imparati nello stesso momento, da bambina ero bilingue e vivevo in un costante senso di colpa, la condizione di chi ha una doppia vita, di chi ha due amori".
Queste parole invece non sono di uno studente immigrato in Italia, bensì di Amélie Nothomb , scrittrice prolifica contemporanea, la quale, in un’intervista (in Robinson , la Repubblica del 7.01.2018), cosi racconta la sua identità complessa e stratificata. Messo da parte il giapponese all’età di cinque anni, Nothomb scrive in francese, ma avverte l’influenza di quella lingua che ha dimenticato senza dimenticare, il giapponese.
Dimenticare senza dimenticare : è bello questo modo di descrivere le lingue, perché da qualche parte del corpo stanno e vengono avvertite.

Cultura e identità ieri

Ma torniamo alla ricerca condotta e rileggiamo insieme alcune tabelle della fase preparatoria che raccolgono e mettono a confronto le percezioni dei singoli ragazzi in due diversi momenti. Il materiale è stato raccolto sulla base di testi scritti e lunghe interviste.
Ne vediamo due esempi:

Nel rispetto della soggettività del percorso si è proceduto nel fare una sintesi con quegli aspetti generalizzabili e riscontrabili in tutti: i primi anni d’inserimento si caratterizzano per un forte riconoscimento dei valori della cultura d’origine, che si esprimono in particolare nell’attaccamento e nella partecipazione alle feste musulmane più importanti; c’è un forte senso di radicamento nel Marocco e di riconoscimento nell’identità marocchina (prima di araba e musulmana). Nei testi scritti tre anni dopo, è chiara la consapevolezza che la vita ormai è qui, in Italia; le feste musulmane sono meno sentite e partecipate e non è come essere in Marocco; il Paese d’origine appare quasi come un luogo esotico, un posto dove andare in vacanza, ma c’è la chiara sensazione di aver perso qualcosa; c’è maggior consapevolezza degli stereotipi che gli italiani nutrono verso gli immigrati (non solo marocchini) e alcuni se li fanno propri.
Senza dubbio, nella crescita e nell’adattamento, maturano più riflessioni critiche verso se stessi e la società, sia di partenza sia di accoglienza. Queste riflessioni coinvolgono la lingua, la famiglia, e i modi di fare: tutte componenti attraverso le quali ci si definisce e ci si rappresenta in una “cultura”.

Cultura e identità oggi

Mettendo a confronto il processo di cambiamento delle percezioni di qualche anno fa con il presente, la riflessione spontanea è che quell’involucro culturale che definiva l’identità dei ragazzi migranti forse ci appariva più chiaro, più tracciabile e definibile. La pluralità dei profili e delle biografie linguistico-culturali che si affacciano oggi a scuola è multiforme e complessa . Le domande che danno inizio all’accoglienza che avevamo imparato a fare un tempo sono a volte fuori luogo. Da dove vieni? Ho chiesto ieri a uno studente. Perché?! Mi ha risposto, lo sguardo diffidente e ostile. Pronto a dire di essere nato qui, o di essere venuto quand’era molto piccolo e di essere italiano, tranne forse per quel riconoscimento di cittadinanza su cui ancora si discute; o che solo uno dei genitori è straniero; o che non ci sono affatto genitori o comunità di riferimento. Per includere tutti - prima e seconda generazione, profughi, ricongiungimenti familiari, rifugiati, migranti economici, climatici, politici...- bisogna ora porre attenzione a come si formulano le domande . Ma davvero c’entrano i luoghi d’origine con l’identità? E quanto c’entrano tutti quei luoghi che si toccano lungo il percorso migratorio? La lingua è una delle componenti essenziali della cultura e andare quindi ad indagare i repertori linguistici - quanto, per quanto, dove, con chi sono parlate le lingue di cui uno dispone - appare davvero importante. è per questo motivo che in Trentino l'Istituto provinciale per la ricerca e la sperimentazione educativa (IPRASE) ha coinvolto il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell'Università di Trento e "Bilinguismo conta" in una ricerca, tuttora in atto, sugli usi linguistici dei bambini plurilingui che frequentano le classi prime e seconde delle scuole primarie. L'indagine viene svolta tramite questionario, destinato ai genitori, eventualmente aiutati nella compilazione da somministratori appositamente formati. Il questionario chiede, mediante diverse domande chiuse a scelta multipla, informazioni specifiche sulla storia linguistica del bambino nonché su modalità, quantità e varietà di esposizione alle sue due o più lingue. Esso non ha ovviamente alcun carattere valutativo ma si propone come strumento di raccolta di importanti dati che possono portare a significative riflessioni ai fini di una comprensione più profonda della situazione linguistica degli alunni e di una sensibilizzazione delle persone che, dentro e fuori la scuola, operano per il loro sviluppo linguistico e culturale. Per facilitarne la comprensione e la compilazione da parte dei genitori non italofoni, il questionario è stato tradotto nelle principali lingue d'immigrazione parlate sul territorio trentino (albanese, arabo, cinese, francese, inglese, rumeno, serbo, spagnolo, ucraino e urdu).
La rappresentazione delle lingue parlate è una chiave di accesso e un modo di conoscere l’altro , di accettare di descrivere l’identità come un processo, dove ogni pezzettino è dimenticato senza esserlo veramente.
Come dice un proverbio della Guadalupa: Il faut déshabiller un maïs pour voir sa bonté (Bisogna scartocciare il mais per scoprirne la bontà).