Convivenza. Tecniche e rischi di un'arte difficile il 6 aprile a Torino

Nell'ambito di un percorso di formazione per animatori interculturali, il centro interculturale di Torino promuove l'incontro Convivenza. Tecniche e rischi di un'arte difficile. L'appuntamento è per il 6 aprile alle 17.00. Interviene Francesco Remotti, docente di Antropologia Culturale all'università di Torino.

di Redazione GiuntiScuola · 02 aprile 2016
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Ingresso libero fino ad esaurimento posti al seminario di formazione Convivenza. Tecniche e rischi di un’arte difficile .

Promosso dal Centro Interculturale di Torino, l'incontro è destinato ad animatori interculturali, educatori, insegnanti e cittadini interessati . Si terrà mercoledì 6 aprile 2016 dalle 17.00 alle 18.30 presso la Sala Conferenze Giovani di Utoya, nella sede del centro interculturale (corso Taranto, 160). Interviene Francesco Remotti , docente di Antropologia Culturale dell'università di Torino.

Ecco la presentazione del seminario:

Cercare di convivere è senza dubbio uno dei compiti più difficili e nello stesso tempo esaltanti che si presentino agli esseri umani in quanto “animali sociali”. Infatti la convivenza è qualcosa di più e più problematico di una semplice coesistenza. Se coesistere si basa in gran parte sul riconoscimento delle differenze e sul rispetto di delimitazioni, convivere comporta non soltanto un superamento delle barriere, ma anche un reciproco coinvolgimento in progetti di vita. Più ancora che per la coesistenza, occorre parlare di “tecniche”, cioè di idee e procedure con cui “costruire” convivenza. La maggior parte di queste tecniche possono essere comprese nell’espressione “curare le differenze”: non quindi semplicemente riconoscerle e rispettarle (come nella coesistenza), ma favorirle e sfruttarle come risorse per progetti di vita comuni.
Proprio qui si annidano però i dilemmi e i rischi della convivenza. In primo luogo, tutte le differenze sono forse accettabili per qualsivoglia progetto di convivenza? Quali differenze sono compatibili e quali no? Il rischio di vedere infrangersi i progetti di convivenza sull’incompatibilità delle differenze è molto elevato.
In secondo luogo, la partecipazione a progetti comuni di convivenza non presenta forse il rischio (opposto) di annullare le differenze e quindi di trasformare la convivenza in processi di assimilazione? In questo caso, una cultura dominante finisce per inglobare le culture minori, disperdendo le loro peculiarità e i loro valori, e ottenendo così di distruggere la base e il senso stesso del convivere. È per questo che occorrerebbe istituire e programmare una vera e propria cultura della convivenza.

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