Perché fare libri per ragazzi oggi

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Pubblicare buoni libri, crescere lettori: una tra le pratiche che può contribuire ad aprire spiragli in questo periodo storico così cupo e disorientante? Partendo dalla testimonianza di Gabriella Armando sulla storia dell’editoria per ragazzi degli anni ’70, una piccola riflessione. Che sarei felice di condividere. Di Della Passarelli. 

A scuola si scopre la lettura

Nella pausa natalizia, serena e necessaria come sanno esserlo le pause che si possono godere e che non sono imposte, ho avuto più tempo per leggere e per iniziare una riflessione sulla letteratura per ragazze e ragazzi adolescenti della quale, se mi porterà a qualcosa, vi racconterò. E ho riletto con calma e attenzione le belle testimonianze pubblicate nel volume – curato da Paola Vassalli e Silvana Sola – I nostri anni 70- Libri per ragazzi in Italia volume che ha accompagnato una mostra allestita nel 2014 dal Palazzo delle Esposizioni.

Una in particolare ho trovato particolarmente legata alle mie riflessioni, quella di Gabriella Armando – fondatrice delle Nuove Edizioni Romane il cui catalogo oggi è stato accolto da Giunti e dalla nuovissima casa editrice Parapiglia.

L'editoria ieri e oggi

Gabriella Armando si chiede all’inizio del racconto della storia della sua sigla editoriale, che senso avesse “scrivere, illustrare, pubblicare libri per ragazzi”. E coglie un nesso interessante, tra “quanto accadde negli anni Trenta, quando nacquero due collane a indicare, proprio partendo dall’attenzione alla letteratura giovanile, possibili ripartenze culturali [..] volte ad arricchire lo scarso patrimonio cognitivo di una intera popolazione”. Le collane cui si riferisce sono La scala d’oro di Utet e La Biblioteca dei miei ragazzi di Salani.

Così, negli anni ’70 nacquero e si consolidarono progetti editoriali di grande valore, “in controtendenza con tanti drammi e tante delusioni in corso, ma in sincronia con le spinte del tempo” , cito sempre Gabriella Armando che conclude la sua testimonianza interrogandosi sul senso, oggi, di continuare a pubblicare libri per bambine e bambini, ragazze e ragazzi. “Il presente […] vede nascere e/o resistere, quasi fosse una salutare reazione al dilagare del libro ‘seriale’ super pubblicizzato e reperibile ovunque, nuovi laboratori di ricerca, nuove sigle di piccole o medie-piccole case editrici specializzate e pronte ad avventurarsi sui territori sempre rischiosi dell’originale e dell’’unico’. Tutto ciò a contrastare, attraverso la difesa spesso assai difficile di una letteratura giovanile onesta e di qualità, non tanto l’inevitabile competizione degli strumenti informatici, degli e-book ecc., quanto il degrado e l’impoverimento nell’uso della lingua italiana, la progressiva perdita della ‘capacità di leggere’ che quest’ultimo e recente ventennio ha proposto e imposto, nonché, ove possibile, la disattenzione del megastore del libro e la cieca contrapposizione delle sole leggi del mercato all’originaria natura della vera editoria”.

Sono domande fondamentali per chi – come me – fa il mestiere dell’editore per bambini e ragazzi. Scegliamo i libri con cura, selezioniamo quelli che riteniamo siano gli autori migliori per i nostri cataloghi, le loro storie e le loro illustrazioni. Pensiamo che la lettura di quelle pagine, possa aggiungere senso e possa aprire alla riflessione, al ragionamento, all’immaginazione. A volte, quando con maggior forza troviamo nel libro che stiamo pubblicando quei valori che ci piacerebbe venissero accolti e condivisi, ci illudiamo che quel libro possa essere tassello per promuovere riflessione, comportamenti diversi: il rispetto delle regole che sono alla base della convivenza tra persone, dei limiti che ciascuno di noi ha essendo sempre in relazione con gli altri e con il territorio che abitiamo, la capacità di riconoscere gli errori e di ripararli per quanto è possibile, la capacità di comprendere, perdonare, accogliere accompagnando l’empatia con la lungimiranza e l’intelligenza di oltrepassare i tanti “io” e trovare soluzioni per un “noi”. Penso ad uno degli ultimi titoli usciti per Sinnos, Il Club della Via Lattea, di Bart Moeyart: libro non scontato, che mi ha aperto il cuore.

Per non assecondare stereotipi e ovvietà

In questo momento storico cupo, dove l’informazione diventa “rumore” e forse ci rende incapaci di scindere, di essere resi consapevoli di quanto sta avvenendo, siamo anche immersi in una grande quantità di proposte editoriali per l’infanzia. Spesso quello che è più facilmente reperibile nelle grandi catene, nei supermercati, sono libri “facili”, che rispondono ad esigenze di mercato: contengono qualcosa che non anticipa, che non aggiunge, ma che semmai asseconda stereotipi e ovvietà, semplificando e omogeneizzando concetti e argomenti. Questo non aiuta la crescita di pensiero e immaginazione complessi e in grado non solo di interrogarsi e di provare a comprendere, ma anche di saper godere dei piccoli universi che siamo, delle relazioni che abbiamo, delle possibilità che ci offre la vita.

Sulla lettura: Gigerenzer, Calvino, De Mauro...

I neuroscienziati ci stanno dicendo da un bel po’ di tempo che l’azione di leggere allena parti del nostro cervello insostituibili. Ho letto recentemente su La Lettura una bella intervista allo psicologo cognitivo Gerg Gigerenzer, che ad un certo punto dice: “Il miglior uso che il governo può fare delle conoscenze crescenti sulla mente umana è per potenziare, con l’istruzione, la capacità analitica e deliberativa autonoma dei cittadini. Insegnando loro a non cadere preda delle trappole di dati statistici fuorvianti. Formandoli ad affrontare problemi complessi con soluzioni semplici”. Tullio De Mauro diceva che “Leggere è tutt’altro che facile. Osserva un bambino mentre sta imparando e lo capisci”.

Educare, allenare alla complessità e al ragionamento è anche compito della buona letteratura. Credo sia necessario mettere in campo tutte le opportunità per la nostra infanzia e per la nostra adolescenza perché abbiano a disposizione tutti gli strumenti per affrontare la loro vita, individuale e sociale. Per comprendere, e per attivare comportamenti che non dico possono in tempi brevi cambiare le cose, ma sicuramente che possono aprire la strada alle soluzioni. Possibili e partecipate.

Calvino ha scritto: “Il massimo del tempo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. Ne sono contento, perché l’editoria è una cosa importante nell’Italia in cui viviamo”. Io credo lo sia ancora, soprattutto oggi.

Compito di noi adulti è quello di provare a mettere in atto tutto il possibile per dare vita a quelle “possibili ripartenze culturali” di cui scriveva Gabriella Armando. Dobbiamo quindi continuare a pretendere che ci siano biblioteche, che nelle scuole si legga e che ci siano spazi e tempo per leggere. Dobbiamo garantire la vita alle librerie indipendenti dove ci sono libraie e librai in grado di aprirci all’”ignoto ignoto”.

Chiudo con un pensiero grato a tutti quegli insegnanti, bibliotecari, librai, singoli cittadini che operano (e non sono pochi per fortuna) con pochissimi sostegni, per far sì che questo accada. E sono sempre felice di potermi confrontare con chi mi legge.

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