E noi insegnanti, che competenze dovremmo avere?

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Osservando un gruppo di insegnanti umbri in un percorso di autoformazione, sono emerse le tante qualità necessarie al mestiere dell’educare. Oltre a ragionare sulle competenze dei nostri allievi, è il caso di riflettere sulle competenze su cui dovremmo lavorare noi insegnanti. Da questa esigenza sono nate le 8 competenze di Montecastrilli.
 

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Si parla tanto delle competenze che la scuola dovrebbe permettere a bambini e ragazzi di costruire, molto meno delle competenze attorno a cui noi insegnanti dovremmo ricercare, per essere all’altezza del nostro difficile mestiere.
Negli ultimi tre anni ho partecipato da lontano, come osservatore, ad un ricco progetto di autoformazione tra docenti, messo in atto da cinque dirigenti intraprendenti della provincia di Terni uniti in rete, in uno dei percorsi messi in atto a livello nazionale per l’accompagnamento delle Indicazioni nazionali per il curricolo del 2012.
Il segreto del successo di questo corso stava nell’offrire l’opportunità a un gruppo consistente di docenti (oltre 200 in tre anni) di mettersi in gioco in attività di laboratorio adulto. Il primo anno non si è partiti dal contenuto, ma dal metodo proposto. Sono state individuate le qualità umane e didattiche presenti nei cinque Istituti a partire da ciò che alcune e alcuni insegnanti amavano proporre a bambini e ragazzi a partire da una loro particolare inclinazione e ricerca, sperimentata con efficacia in classe da anni.
Il gruppo delle 10 insegnanti tutor, insieme ai 5 dirigenti presenti in ogni incontro, hanno formato un vero e proprio gruppo di ricerca che ha messo a punto il percorso. Si sono poi formate delle coppie tra docenti esperte di diversi gradi di scuola (quasi tutte donne), perché fin dalla progettazione di ciascuna proposta di formazione prevalesse l’idea di un percorso unitario pensato per alunni dai 3 ai 15 anni.
Sono stati affrontati i temi più vari: dalla relazione tra matematica e musica alla letteratura come territorio di inclusione, da proposte di logica e metacognizione alla fisica sperimentata costruendo con le mani semplici macchine. Ciò che accomunava i diversi percorsi stava nel fatto che, nei 5 incontri di laboratorio tra adulti, i docenti di scuola dell’infanzia, primaria e secondaria si mettevano in gioco insieme e poi proponevano segmenti di quella esperienza ai bambini e ragazzi delle loro classi, ci riflettevano su e, sulla base delle loro sperimentazioni sul campo, cercavano di individuare quali fossero gli ostacoli e le possibilità che si aprivano per una reale innovazione della didattica.
Osservando i materiali di questa ricca esperienza messi in mostra alla fine dell’anno, ascoltando le considerazioni del gruppo e discutendo a lungo con Roberta Passoni, una delle animatrici ed ideatrici del progetto, ho cercato di delineare alcune qualità emerse e avvertite come necessarie.
Le abbiamo chiamate scherzosamente le 8 competenze di Montecastrilli, in una sorta di controcanto delle 8 competenze di cittadinanza elaborate a livello europeo. Montecastrilli è infatti il nome del paese dove risiede la scuola capofila diretta da Stefania Cornacchia, che ha coordinato il progetto di formazione.

Le 8 competenzed i Montecastrilli

1. Competenza dell’affacciarsi, dello sporgersi.

Non solo osservo, mi sporgo. Accetto il pericolo e faccio qualcosa di più: mi butto, mi metto in gioco. Per mantenere viva quella curiosità elementare di cui sono dotate bambine e bambini provo a rompere il recinto, spesso angusto, delle mie conoscenze. Affacciandomi e sporgendomi verso i saperi e i linguaggi di un’altra disciplina, scopro quanto la matematica sia parente della musica e la pittura dialoghi con il raccontare storie. Cerco di scoprire queste connessioni abitando con bambini e ragazzi i luoghi di confine, che sono spesso i più interessanti. E l’attitudine allo sporgermi, allo sbilanciarmi, non riguarda solo i contenuti, ma anche i metodi e le strade con cui compio le necessarie manovre di avvicinamento ai nuovi territori che abbiamo deciso di esplorare. Ma per mettermi in gioco davvero devo sperimentare diversi linguaggi, perché posso incontrare la storia con il teatro, entrare nella geografia e nella geometria con il corpo o cercare il ritmo che accomuna le diverse arti. Un’insegnante di musica quasi in pensione si è appassionata nello scoprire quanta matematica c’era nella sua disciplina, altre si sono incuriosite, osservando un maestro che giocava con palline, elastici, molle e piani inclinati, sperimentando quel modo di presentare la fisica senza spaventarsi dell’apparente confusione, senza tirarsi indietro.

2. Competenza del decentrarsi, divertirsi e saper vedere le cose da un altro verso.

Bambini e ragazzi spesso imitano noi docenti ridendo. Saper guardare con ironia gli spazi della scuola e il nostro operare fa bene. Osservare le cose da un altro punto di vista, accorgerci del lato comico, surreale, a volte grottesco dei nostri comportamenti - come quando urliamo di non urlare - ci aiuta a considerare il nostro ruolo con meno presunzione. Sapere ridere di sé aiuta lo stabilirsi di relazioni più aperte ed umane, non nascondendo le nostre fragilità.
Se prestiamo attenzione al linguaggio, che è sempre un buon alleato del pensiero, scopriamo che diversità e divertimento hanno la stessa etimologia ed evocano il capovolgimento, il guardare da un’altra parte e cambiare verso.
La diversità a volte è tragica e lascia senza parole. Spesso provoca forme palesi o nascoste di discriminazione. Il più delle volte è complessa, sfaccettata, non tollera la sola tolleranza e commiserazione. Cerca verità nella relazione e chiede autenticità e audacia. Diversità è ricchezza è una frase che rischia la retorica. Diversità è anche fatica, ostacoli da superare. Perché diventi davvero ricchezza agli occhi di tutti c’è un gran lavoro da fare e l’attenzione al contesto è fondamentale. Dobbiamo coltivare una sorta di sguardo antropologico verso le condizioni in cui si sviluppano le relazioni in quell’universo chiuso e in certi casi asfissiante che sono a volte le nostre classi. Il comico, anche dissacrante, può aprirci a prospettive inaspettate e a considerare con maggiore intelligenza e indulgenza tante nostre mancanze.

3. Competenza del provare curiosità e amore verso la cultura in ogni suo aspetto.

Credo sia d’obbligo, nel nostro lavoro, leggere tanto, vedere film, assistere a qualche concerto o spettacolo teatrale, essere aperti verso le scoperte della scienza, incuriosirci delle musiche e dei giochi in cui sono immersi bambini e ragazzi. Se non incarniamo l’amore per la conoscenza, se non ci mostriamo capaci di riconoscere la straordinaria stratificazione di storia e arte che caratterizza ogni angolo del nostro paese, cosa ci stiamo a fare a scuola?
Cos’è la cultura, se non curiosità critica e capacità di discussione di ciò che accade? Che cos’è l’arte, se non ribellione al proprio tempo e proposta di altri sguardi sul mondo? Cos’è la scienza, se non il rimettere continuamente in causa ciò che diamo per scontato e per vero? Far sì che la scuola sia tempio di cultura, arte e scienza è nostra responsabilità: vive nel comportamento e atteggiamento di ciascuno di noi.

      

4. Competenza del fringuello picchio delle Galapagos.

C’è un piccolo uccello, nelle isole Galapagos, che non si spaventa di fronte agli aculei del cactus. Al contrario, li stacca col becco e li trasforma in un efficace strumento per procacciarsi cibo, piegandone leggermente la punta e facendone un piccolo arpione capace di scovare dai buchi dei tronchi i vermetti di cui si nutre. Anche noi, in classe, a volte ci troviamo di fronte a bambini e ragazzi che mostrano i loro aculei, spuntati a causa di sofferenze e difficoltà. Riuscire a trasformare queste armi di difesa aggressiva in elementi di nutrimento è il compito più arduo a cui siamo chiamati, ma questa capacità costruttiva concreta è una competenza che abbiamo l’obbligo di coltivare, se abbiamo l’ambizione di rendere la nostra scuola davvero inclusiva. C’è un ulteriore suggerimento che ci offre il fringuello picchio. Dopo avere utilizzato l’aculeo-arpione, il piccolo uccello delle Galapagos lo conserva poggiandolo su una foglia perché anche altri lo possano utilizzare, ricordandoci quando il darci suggerimenti reciprocamente, scambiarci percorsi e materiali di lavoro efficaci e cooperare tra noi insegnanti sia essenziale, per sviluppare questa competenza.

5. Competenza dell’improvvisazione jazz e del navigare di bolina.

Nel mare agitato delle relazioni reciproche, che tanto condiziona ogni processo di apprendimento, dobbiamo sapere improvvisare. Saper rinunciare al programma che avevamo stabilito per quel giorno e deviare il nostro cammino, reagendo positivamente all’inaspettato. “Improvvisare - ci ricorda il grande jazzista Paolo Fresu - significa utilizzare il proprio strumento, qualsiasi questo sia, per portare all’esterno le nostre idee maturate e sedimentate grazie allo studio e all’apprendimento, ma anche il nostro stato d’animo e l’espressione della nostra personalità”. La competenza del saper improvvisare non s’improvvisa. Si affina giorno dopo giorno, navigando di bolina, controvento. Alcuni penseranno forse che siamo un po’ pazzi, perché non andiamo mai nella stessa direzione e a volte ci incliniamo tanto da sembrare che ci si rovesci, ma per risalire il vento è obbligatorio procedere a zig zag e la qualità nel nostro mestiere si misura nella capacità di non dare mai nulla per scontato e sapere continuamente cambiare strada, cercando di seguire e trovare il percorso più adatto anche per il più lontano dei nostri ragazzi. La scuola deve essere un po’ meglio della società che la circonda, altrimenti cosa ci sta a fare?

  

6. Competenza del saper sostare nelle domande e abbandonare le proprie abitudini mentali.

Bambini e ragazzi riconoscono al volo se le domande che poniamo loro sono legittime, cioè sono domande attorno a cui anche noi ci interroghiamo cercando risposte, o sono domande fatte solo per controllare che sappiano ripetere ciò che abbiamo loro detto o fatto studiare. Bambini e ragazzi hanno diritto a incontrare nella scuola adulti in ricerca, capaci di abbandonare le loro abitudini mentali, sostare a lungo intorno a domande di fondo insieme a ragazze e ragazzi. Adulti capaci di trasformarsi, almeno in alcuni momenti, in nomadi erranti, capaci di immaginare nuove mappe da disegnare mentre si è in cammino.
Se vogliamo costruire ponti tibetani sospesi nel vuoto, capaci di congiungere scienza, storia e cultura ai ragazzi di oggi, dobbiamo coltivare e predisporci a uno sguardo creativo ed aperto.
Carla Melazzini, che è stata una straordinaria maestra di strada a Napoli, ci ricorda che per lavorare con ragazzi dalla vita dissestata e disarticolata, è necessaria “una didattica itinerante lungo strade che non sono quelle della propria nicchia antropologica, ma sono tutte le strade della città. Nessun percorso mentale di conoscenza fatto su libri e quaderni può essere innescato dentro aule scolastiche - almeno per i ragazzi come i nostri, ma non solo - se il cammino di piedi materiali su strade non conosciute non sblocca le emozioni da una paura paralizzante. (…) La didattica itinerante diventa per noi di Chance materia curricolare per costruire competenze di cittadinanza, competenze professionali e competenze cognitive. In quest’ordine, perché le prime sono condizione e motore delle altre.”

7. Competenza dell’essere insegnanti rabdomanti, capaci di scoprire sorgenti nascoste in coloro che abbiamo la pretesa di educare.

Checché se ne pensi noi adulti, bambini e ragazzi non sono mai superficiali. Possono non avere parole o riferimenti culturali per esprimere le proprie emozioni e i propri sentimenti, ma c’è in tutti una profondità nel loro sentire. E’ necessario, dunque, affinare la nostra capacità di comportarci da veri e propri rabdomanti, capaci di individuare dove si trovi la sorgente profonda dove è nascosta l’acqua che ciascuno sente come propria fonte più pura e naturale. E scavare insieme per farla emergere e poterla condividere con gli altri.
Il pensiero infantile, diverso da tanto nostro ragionare, così come il pensiero adolescente, colmo di ossimori e paradossi, possono essere straordinari alleati se pensiamo che la costruzione culturale che cerchiamo di realizzare a scuola debba essere una costruzione collettiva capace di rendere ogni classe una comunità. E comunità si dà quando si desidera ascoltare l’opinione e il punto di vista degli altri, di tutti gli altri.

8. Competenza dell’accorgersi delle discriminazioni grandi e piccole fin dal loro primo affiorare e di non poterle tollerare.

Ci sono discriminazioni evidenti e discriminazioni nascoste. Piccole e grandi angherie che bambini e ragazzi subiscono dai compagni e molte volte anche da noi insegnanti, senza che nemmeno ce ne si accorga. La discriminazione è una delle maggiori cause di sofferenza nell’infanzia e in tutta la vita. Accrescere il nostro senso di giustizie e accorgerci di ogni forma di esclusione e discriminazione è una qualità necessaria. Coltivare una sensibilità che renda intollerabile ogni forma di discriminazione è una competenza fondamentale per chi educa. E’ condizione imprescindibile perché si creino condizioni positive per l’apprendere. Se non si ha fiducia in se stessi, se non si sente di essere ascoltati ed accolti, difficilmente ci costruisce una relazione viva con la conoscenza. Cercare di conoscere il mondo, aprirsi agli altri e scoprire qualcosa di sé sono processi profondamente intrecciati. La cultura è relazione o non è.

 

Nelle foto il confronto tra le aree di un triangolo e di un cerchio 
con lo stesso perimetro, misurate con i corpi dei bambini,
e momenti della mostra che illustrava le sperimentazioni nelle classi.

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