Contro il cattivo uso della lingua: abbiamo trovato il colpevole?

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Contro il cattivo uso della lingua: abbiamo trovato il colpevole?

Oltre il 50% della popolazione adulta non è in grado di comprendere un testo minimamente complesso. E la scuola fatica molto a rimuovere il macigno dell’incultura linguistica che si tramanda di generazione in generazione. Di chi è la responsabilità? Che cosa possiamo fare noi insegnanti, dalla primaria all'università? Di Franco Lorenzoni.

bambini lettura biblioteca cerchio

Un nutrito gruppo di rettori di diverse Università, insieme a intellettuali di gran peso accademico e mediatico a cui si sono uniti ben 600 professori universitari, sembra abbia trovato il colpevole riguardo alle gravi carenze linguistiche riscontrate nelle matricole. Fra i responsabili vi sarebbero le maestre elementari, professoresse e professori delle medie e le Indicazioni nazionali per il curricolo, cioè la legge approvata nel 2012 che delinea gli obiettivi e le priorità della scuola di base. Leggendo la lettera/appello ho la sensazione che questo gruppo di illustri studiosi sia stato contagiato dalle proliferanti matricole illetterate tanto da ammalarsi esso stesso, speriamo in modo lieve, del diffusissimo virus della semplificazione.
Sarebbe davvero fantastico se, per fermare questa allarmante deriva che è giusto denunciare, bastasse rivedere una legge e introdurre momenti di verifica da parte dei docenti delle medie e delle superiori agli allievi in uscita dalla primaria e dalla scuola media, “rimettendo così al centro della didattica del primo ciclo scolastico le competenze linguistiche di base: scrivere e parlare in italiano corretto, possedere un buon bagaglio lessicale, conoscere la grammatica e la sintassi”.

Una scuola impoverita

Siamo un paese in cui oltre il 50% della popolazione adulta non è in grado di comprendere un testo minimamente complesso e la scuola fatica molto a rimuovere il macigno dell’incultura linguistica che si tramanda di generazione in generazione.
Proviamo allora ad assumerci tutti le nostre responsabilità, discutendo con serietà e provando a vedere cosa ciascuno può fare in modo efficace a partire dalla propria postazione.
Sono certo che molti dei 600 firmatari dell’appello non hanno letto e non conoscono le Indicazioni ministeriali, divenute legge nel 2012 grazie all’ostinata volontà di Marco Rossi Doria, allora sottosegretario. Gli obiettivi che prescrivono riguardo alla lingua sono alti e assai difficili da raggiungere. Viene data importanza alle diverse funzioni cardini della lingua - oralità, scrittura, ampliamento del lessico, elementi di grammatica e di sintassi - e per l’acquisizione di ciascuna competenza viene fornita una dettagliata descrizione di come favorirne lo sviluppo in classe. Riguardo alle verifiche, forse molti firmatari ignorano che da diversi anni nelle classi 2° e 5° della primaria e in 3° media le prove Invalsi danno conto ad allievi e insegnanti del grado di preparazione linguistica e matematica. Tali dati rilevano, tra l’altro, che la scuola primaria si pone a un buon livello rispetto alle classifiche internazionali, mentre è dopo che cominciano ad aggravarsi i problemi. Riguardo all’esile proposta avanzata è dunque difficile credere in sincerità che la questione si possa risolvere con qualche prova di verifica in più o con momenti di controllo da parte di insegnanti di grado superiore.

Insegno nella scuola elementare da 38 anni e mi domando ogni giorno come aiutare bambine e bambini ad arricchire il loro pensiero e il loro linguaggio. Noi maestre e maestri ci accorgiamo subito, in prima elementare, quanto il numero di parole a disposizione di ciascun bambino sia profondamente e ingiustamente diverso. Pare che dalla nascita ai 7 anni si impari una nuova parola ogni ora, ma questo non è vero per tutti. La ricchezza del lessico dipende da molti fattori: da quanto è pescoso il mare linguistico familiare, da quanto ascolto ricevono in casa i più piccoli e da quanto tempo è stato dedicato loro da genitori, fratelli o amici nell’intessere domande, dialoghi e conversazioni ricche di vocaboli e argomentazioni.
Dispiace allora constatare che, mentre alcune famiglie straniere prestano grande attenzione e pretendano dai loro figli costanza e impegno nello studio, un numero sempre maggiore di famiglie italiane non credono più alla scuola come luogo di crescita culturale. Trent’anni di continuo dileggio e insulto pubblico verso la cultura “che non dà da mangiare” da tempo stanno regalandoci i loro frutti avvelenati.

Non mi sembra che nel 2008 si siano stati levati gli scudi da parte dell’accademia e della stampa quando il Governo Berlusconi tagliò alla scuola di base 8 miliardi: quasi una finanziaria sulla pelle dei più piccoli! Quel taglio netto all’istruzione, unico in Europa, comportò una drastica diminuzione delle compresenze in classe nella scuola primaria e in diversi casi una diminuzione dell’orario, cioè l’aggravamento di alcune condizioni materiali che rendono possibile una scuola di qualità, perché diminuiscono le possibilità di seguire e sostenere i più deboli. Fu in quella stessa occasione che la reintroduzione dei voti fu presentata e propagandata come ritorno della serietà e del rigore nella scuola.
Di fronte alla gravità della situazione denunciata, l’appello di rettori e professori si riduce alla proposta di mettere sotto esame la scuola primaria da parte dei professori delle medie e la scuola media da parte dei professori delle superiori, mentre non si fa accenno ad eventuali controlli da parte dei professori dell’Università sulla qualità dell’insegnamento nei licei e, ancor meno, all’idea di sporcarsi le mani andando a vedere cosa accada negli Istituti tecnici e professionali, tanto quegli allievi non andranno a disturbare i professori dell’Università con le loro carenze linguistiche.
Quanto siamo lontani dal rigore di Piero Calamandrei che, consapevole di quanto la sorte della democrazia sia da sempre legata al grado di istruzione della popolazione, si batteva perché la scuola - la scuola pubblica di tutti - riuscisse a divenire incubatrice di vocazioni. Ma il professor Calamandrei, pur insegnando all’Università, non esitò a impegnarsi nel dopoguerra nel “Gruppo d’azione per le scuole del popolo”, costituitosi a Milano tra maestri elementari. Altri tempi, altre coerenze.

Apriamoci al confronto professionale tra docenti di ordine diversi, ma nei due sensi

Da maestro elementare sono d’accordo all’idea di ospitare nelle nostre classi professori di scuola media e superiore e, perché no, anche dell’Università. Ci potrebbero aiutare a osservare le attività che proviamo a mettere in atto riguardo alla lingua da un altro punto di vista. Ma per realizzare un incontro fruttuoso dovremmo poterli ospitare in qualche occasione per qualche tempo, non solo vederli arrivare come controllori all’esame.
Per stimolare il confronto professionale tra docenti dei vari ordini di scuola forse c’è bisogno di completare la proposta. Non ci può essere infatti un confronto fattivo tra insegnanti che lavorano con ragazzi di diverse età senza reciprocità. Propongo dunque di essere ospitati qualche volta anche noi, maestre e maestri di scuola primaria, in alcune classi delle scuole superiori e nelle facoltà universitarie, magari in quelle dove si formano i futuri insegnanti.
Sarebbe interessante, ad esempio, osservare nelle nostre Università quali e quanti sono i momenti di discussione ben curati e guidati, in cui studentesse e studenti sono invitati a mettere a confronto le loro opinioni maturate in un corpo a corpo vivace ed efficace con testi di grande spessore proposti dai professori, “sfregando e limando il (proprio) cervello contro quello degli altri”, come invitava a fare Montaigne. Sarebbe una bella palestra in cui allenare e affinare un uso proprio e ricco della lingua, non limitando l’ascolto dei giovani al solo momento dell’esame. Mi piacerebbe domandare quanti sono i momenti in cui si usa la lingua scritta per articolare i pensieri, non limitandosi a chiedere l’uso della penna o del computer solo per rispondere a prove d’esame che prevedono esclusivamente test a risposte chiuse (rapidi e comodi da correggere).
Riguardo alla qualità dei testi in uso, sarebbe interessante ragionare su quanto aiuti l’approfondimento degli argomenti il proporre di studiare prevalentemente o solo su manuali, scritti a volte in un italiano che non è dei migliori. Quanto danno provochi il frequentare così poco testi impegnativi, i classici del pensiero filosofico e pedagogico - da Platone a Montaigne, a Dewy - che permettano di entrare in relazione con un pensiero complesso, profondo, con cui battagliare.
Sarebbe interessante infine ragionare con rettori e professori sull’organicità del disegno complessivo che sta dietro alla scelta delle discipline e dei docenti a cui affidare il compito delicatissimo di formare i giovani insegnanti, nelle Facoltà di Scienze della formazione.
Scambiamoci idee e proposte allora, ma facciamolo seriamente e a fondo perché la realtà è complessa e ciascuno di noi ha le sue responsabilità!
La scuola primaria fatica tanto, è vero. Da anni noi maestre e maestri affrontiamo ad esempio l’enorme compito di accogliere, integrare e cercare di includere una grande quantità di bambini che provengono da famiglie straniere. Sono circa il 20% a livello nazionale, ma in molte classi sono più della metà. Accanto a loro ci sono una quantità sempre crescente di bambini e ragazzi che portano dentro la scuola disagi dovuti alle più diverse ragioni, accentuati dalla crisi e dalle tante difficoltà di ogni genere che investono molte famiglie.

La lingua è relazione, la cultura è relazione

Costruire una lingua comune, articolata, ricca e capace di dare dignità alla voce di tutti è un compito enorme che ci sforziamo di adempiere e per il quale - certo! - molte volte le nostre competenze ci paiono insufficienti. Lo sforzo è titanico, perché si tratta di andare controcorrente rispetto a ciò che accade nella società, trasformando le nostre classi assai disomogenee in piccole comunità dove cerchiamo di valorizzare tutti. Tutti, perché questo è ciò che prescrive la Costituzione nel suo articolo 3, che invita con forza a superare gli ostacoli che trasformano le disuguaglianze in discriminazione.
Ora una comunità si costruisce, a mio avviso, quando si rompono gli stereotipi, cresce la curiosità reciproca e riusciamo a non lasciare indietro nessuno. Ed è su questo terreno, nel grande sforzo di includere tutti, che cresce e si affina l’uso della lingua, che è prima di tutto relazione. Non mi convince la contrapposizione tra la scuola seria dei contenuti e la scuola buona della cura e delle relazioni. La lingua, proprio la lingua, è il territorio in cui queste due esigenze si intrecciano, perché non c’è arricchimento di linguaggio senza fiducia reciproca e buona considerazione di sé. Un bambino continuamente giudicato come inadeguato smetterà presto di esprimere il suo pensiero faticando con le parole.
La questione dell’arricchimento del linguaggio è enorme in un paese in cui le percentuali di adulti lettori sono tra le più basse in Europa e dove il discorso pubblico, in televisione e sui social, è sempre più semplificato, ridotto ai minimi termini. Le parole spesso si rapprendono in slogan da brandire e si va sempre più restringendo il terreno del dialogo pacato, dell’argomentazione che cerca nella logica e nella coerenza del discorso la sua capacità di convincere e persuadere.
Domandiamoci allora di quale ricchezza lessicale disponiamo noi docenti? Con quanta logica articoliamo i nostri discorsi? Quanti e quali libri leggiamo? Facciamoci tutti un esame di coscienza, guardiamoci allo specchio e domandiamoci: quanto la scuola - da quella dell’infanzia all’Università - rende appassionante l’accesso alla cultura e nutre e alimenta il desiderio di conoscere dei ragazzi? Quanto sa presentare agli adolescenti gli oggetti culturali come luoghi in cui rispecchiarsi, riconoscersi, capire qualcosa più di più di se stessi e degli altri? Se un qualsiasi negozietto di jeans è enormemente più curato e accogliente di gran parte delle aule scolastiche, che messaggio sta dando la società adulta ai più giovani?
Acquisire la correttezza ortografica è importante, certo, e forse anche l’uso del corsivo può essere utile (forse un giorno riusciremo a leggere anche la calligrafia dei medici), ma ciò che sembrano dimenticare i firmatari dell'appello è che la lingua è prima di tutto relazione, qualità di relazione con il mondo e con gli altri. L’intera cultura è relazione o non è. E dunque, per educare a un uso articolato e ricco della lingua, dobbiamo capire come riuscire a offrire ad ogni età contesti di ascolto e dialogo e ricerca, perché solo quando la parola è piena di senso acquista valore e la si cerca, la si sperimenta, ne si gode la bellezza.
Nella mia esperienza con i bambini so che il linguaggio si arricchisce leggendo insieme ad alta voce un bel testo, anche difficile, scrivendo lettere ad amici lontani a cui dobbiamo fare immaginare il mondo in cui viviamo e, soprattutto, ascoltando le parole che affiorano, a volte a fatica, in un cerchio di ascolto e narrazione in cui si parla liberamente di sé o si confrontano ipotesi, si abbozzano teorie, ci si contraddice e si argomenta intorno alle più diverse esperienze vissute possibilmente con tutto il corpo. Ma perché ciò accada dobbiamo essere capaci di far sentire a tutti che la voce di ogni bambina e bambino è importante, necessaria. Solo così è possibile dare dignità al pensiero di ciascuno, nessuno escluso.
Avvicinarci alla memoria di un altro diverso da noi e moltiplicare gli sguardi arricchisce la nostra visione della realtà, ma non è facile farlo. Se la lingua non è vissuta e percepita come il principale strumento per rendere meno ostico il mondo, difficilmente si alimenterà il desiderio di riconoscerla e abitarla come un luogo proprio, insieme intimo e sociale.

È ciò che ha sempre sostenuto Tullio De Mauro, uno dei pochi intellettuali davvero interessato a ciò che accadeva nelle scuole dell’infanzia ed elementari, che si è speso per tutta la vita per migliorare la qualità della scuola di tutti. È lui che rivide le pagine dedicate alla lingua delle Indicazioni del 2012, oggi messe sotto accusa con sconcertante superficialità. Peccato. Porre un problema così rilevante e poi avanzare proposte così riduttive sembra davvero un'occasione mancata. 

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