Dialogo con una giovane maestra

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Da quest'anno sono in pensione. Una giovane insegnante, Cecilia, arriva nella mia scuola e mi vuol conoscere, prima di cominciare. Mi chiede alcuni consigli. Condivido domande e risposte con voi. Buon inizio a Cecilia e a tutti: che lo stupore dei bambini abiti i vostri giorni!

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"Ciao, maestra. Mi chiamo Cecilia, ho trentacinque anni e sono mamma di tre bambini. Oggi sono stata assegnata alla tua classe quinta. Insegno nella primaria dal 2005 ma ogni anno è come ricominciare per la prima volta. Vorrei scambiare qualche idea...". È iniziato così il mio dialogo con l'insegnante appena arrivata nella scuola dove ho insegnato per tanti anni. In pensione da quest'anno, volentieri ho condiviso le mie idee con Cecilia. E le ho chiesto di condividere la nostra chiacchierata con voi, riportandola più o meno come è avvenuta. Mi ha detto di sì...

Tutti parlano oggi delle relazioni come fondamento dell'agire educativo. Dopo tanti anni a scuola, quali pensi che siano gli ingredienti per costruire con i bambini una relazione autentica, amorevole e autorevole?

Che bella domanda! Direi una buona competenza professionale, se contempla il “sapere di non sapere” e quindi la ricerca costante, il mettersi in gioco nell’affrontare le difficoltà e gli inciampi, la capacità di lavorare in gruppo per approfondire conoscenze teoriche e metodologiche. E soprattutto la passione per questo mestiere così impegnativo e affascinante, da sempre in equilibrio tra scienza e arte, “la cui ricompensa non è il potere, ma la bellezza” (G. Bateson), che ti consentirà di lavorare in modo profondo e creativo e di trasmettere a bambine e bambini il piacere di imparare.

Come si conquistano l’autorevolezza e la fiducia dei bambini?

Innanzitutto avendo fiducia in te stessa. Mario Lodi diceva che non bisogna preoccuparsi troppo di come fare per fare scuola, ma di come bisogna essere. Porsi in ascolto e dialogare, suscitare e mantenere viva la curiosità verso i grandi temi del sapere, creare le condizioni per affrontarli in modo giocoso. A scuola, prima di tutto, occorre stare bene, sperimentare nelle attività didattiche e nello studio il calore dell’intelligenza che crea relazioni empatiche. Se saprai dare fiducia a tutti i bambini, valorizzando le piccole conquiste di ciascuno, e costruire una comunità-classe dove si lavora in modo cooperativo condividendo regole e incarichi, riceverai da loro altrettanta fiducia e l’autorevolezza verrà da sé.

Che bisogni hanno, cosa ti chiedono i bambini a scuola? E tu quali strumenti hai per rispondere?

Le Coccinelle e i Coccinelli hanno già fatto un pezzetto di strada guardandosi attorno curiosi, sostando a giocare insieme, chiedendo sempre il perché delle cose. In questi quattro anni non è stato facile orientarsi tra le nuove conoscenze, acquisire capacità nel fare da soli, in coppia e poi in gruppo, trovare soluzioni ai conflitti e strategie per risolvere i problemi e vincere le paure. Come tutti i bambini di oggi sono esigenti, curiosi, attenti. Ma anche fragili, insicuri e spesso travolti dalla quantità delle sollecitazioni esterne che provengono dalla complessità del mondo. Chiedono attenzione, ascolto, possibilità di esprimere il proprio pensiero, di sperimentare i vari linguaggi del corpo come fanno nel gioco. Quali strumenti? Metterei in cartella l’osservazione partecipe, la cura verso la parola e le cose, la capacità di accogliere le differenze e di essere aperta all’imprevisto.

Sono importanti le conoscenze? E come farle acquisire?

Le conoscenze significative, quelle che non si dimenticano, scaturiscono dall’esperienza e da un apprendimento che procede per ricerca e scoperta. Il discorso vale anche per l’acquisizione delle competenze, dell’imparare a imparare.

Motivare, catturare l’attenzione e accendere l’entusiasmo… che consigli puoi dare sulle metodologie a una giovane insegnante, ci sono delle coordinate per la navigazione?

Nella mia pratica didattica ha trovato spazio l’apprendimento cooperativo: metodo che si differenzia da altri competitivi e favorisce l’organizzazione della classe in piccoli gruppi eterogenei in cui gli alunni, interagendo tra loro, possono costruire e migliorare il loro apprendimento. Una classe cooperativa si distingue per i comportamenti efficaci che tutti i bambini dimostrano, per lo scambio di materiali, idee, risorse, determinato dalla consapevolezza che, per portare a termine un compito, è necessario l’aiuto di tutti. L’aiuto reciproco, che pone l'accento sulla responsabilità condivisa e non si configura come sostitutivo dell’impegno personale, è la modalità grazie alla quale ciascuno può fare quello che da solo non sarebbe in grado. Un altro strumento efficace è la comunicazione aperta e diretta che promuove stima e consolida tra i bambini la fiducia e il rispetto. Ricordi Celestin Freinet? Rilevava che gli educatori trasmettono sempre un messaggio attraverso la struttura del lavoro che propongono e gli interventi che effettuano. Per me “I care”, il motto tradotto da don Lorenzo Milani nella scuola di Barbiana, è stato una buona coordinata per navigare senza andare a sbattere contro gli scogli dell’indifferenza.

Lo spazio dell’aula, e delle attività. Come lo sogni? Come sei riuscita negli anni a realizzarne uno in cui stare bene con i bambini?

Ho sempre pensato all’aula come a una seconda casa, uno spazio collettivo da abitare rendendolo piacevole e accogliente. Prestare attenzione agli strumenti e agli arredi è condizione essenziale per avere cura dei materiali, dei libri e dei sussidi didattici, ma anche delle relazioni e dell’uso della parola nella conversazione e nella scrittura. E’ desolante entrare in aule dalle pareti spoglie, senza tracce tangibili della presenza dei bambini; prive di colori, testi scritti, disegni, fotografie utili a documentare l’esperienza didattica e a fare memoria della loro vita. A volte basta davvero poco: una piccola biblioteca, del verde sui davanzali delle finestre, un angolo dedicato alla lettura, alla musica, alla pittura. La sistemazione dei banchi in semicerchio, a gruppi o singoli, non dovrebbe essere fissa, ma dinamica e funzionale all’attività che la classe svolge in un determinato momento. Tuttavia, conosco situazioni insostenibili dovute all’esiguità di spazi occupati da classi troppo numerose dove non ci si può proprio muovere!

Il tempo: quali tempi non vanno mai sacrificati e come hai imparato nel tempo a gestire questa dimensione? Qualche consiglio…

Penso il tempo del dialogo e dell’ascolto, del “fare” consapevole con le mani, delle esperienze pratiche condotte fuori dall’aula. Jean-Jaques Rousseau raccomandava che nell’educazione chi vuol guadagnare tempo, lo deve perdere. Ce ne siamo dimenticati imponendo ai bambini i nostri ritmi frenetici invece di rispettare i ritmi naturali d’apprendimento di ciascuno. La nostra è diventata la scuola della fretta, della competizione, della quantità: fotocopie da completare e colorare, voti e verifiche d’ingresso-intermedie-finali, un sovraccarico di compiti che occupano i pomeriggi. La vera rivoluzione che possiamo fare oggi tra i banchi è rallentare, riprendendo il contatto diretto dei bambini con la natura, valorizzando le abilità manuali, come raccomanda Gianfranco Zavalloni nella Pedagogia della lumaca. L’ultima volta che lo incontrai mi regalò un suo disegno con una chiocciola sorridente e una scritta: “Cielo, casa, erba, terra…la lumaca ha tutto”. Un invito a ritrovare l’essenziale, un bel pensiero con il quale ritornare tra i banchi. Ci sono maestre e maestri che ci provano. Nella scuola primaria di San Mauro Pascoli (FC), appeso alla porta di un’aula, c’è un cartello: “Non importa con quanta velocità un bambino arrivi a una meta…l’importante è che ci arrivi felice”.

Come si costruisce la collaborazione con i genitori?

Nella mia esperienza il rapporto con i genitori è stato, in generale, sereno e improntato a una collaborazione reciproca. Sono risultati strumenti efficaci una comunicazione chiara e diretta, la distinzione dei rispettivi ruoli e delle funzioni, il confronto nel delineare gli obiettivi del progetto educativo. Le divergenze, a volte, hanno riguardato scelte metodologico-didattiche che, tuttavia, una volta spiegate con chiarezza, sono divenute punti di forza perché l’entusiasmo dei bambini, nel partecipare alle attività, e i risultati conseguiti sono stati positivamente contagiosi. Cercherei di evitare atteggiamenti amicali, riserva allo scambio di informazioni e alle valutazioni individuali momenti formali all’interno del contesto scolastico, privilegia gli incontri collegiali per comunicazioni relative al percorso educativo e didattico.

Ansia da prestazione dei bambini e dei genitori, come gestirla?

Nella maggioranza dei casi, a indurre l’ansia nei bambini sono mamme e papà esigenti, assenti o troppo presenti, che non accettano i risultati scolastici dei figli, non permettono loro di sbagliare, li vogliono in gara per arrivare primi, secondo modelli di una società basata sull’individualismo e la competizione. Il ritorno ai voti ha fatto crescere nella scuola l’ansia e il confronto negativo. Incontrerai ragazzini insicuri e convinti di non farcela, in tasca la paura di non essere all’altezza delle aspettative degli adulti. Eppure è proprio dagli errori che si apprende, ci si misura con i problemi, si diventa grandi. Dovremmo tutti, maestri e genitori, guardare all’errore come a una possibilità per autocorreggersi e migliorare nello studio. “Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli”, sottolineava Gianni Rodari, perché “non stanno nelle parole, ma nelle cose. Allora bisogna correggere i dettati, ma bisogna soprattutto correggere il mondo”. Su questo tema Natalia Ginzburg ha scritto un pezzo straordinario: Non opprimere i figli con l’idea della scuola (da Le piccole virtù). Per alcuni anni l’ho proposto ai genitori come base di discussione nella stesura del patto educativo.

Educare è ancora compito dell’insegnante? Cosa significa per te?

Penso di sì, purché accetti di mettersi in gioco accanto alle altre agenzie educative. L’e-ducazione serve a “condurre fuori”, a sviluppare il pensiero critico e la responsabilità, l’autonomia e la libertà. “Il nostro tempo è il tempo della disperanza: despérance non significa disperazione, significa assenza di futuro”.
Lo sostiene M. Galzign e, purtroppo, questo è uno stato d’animo diffuso che oggi si respira anche nella scuola. In molti insegnanti si percepiscono disincanto ed estraneità verso un’istituzione considerata oramai soltanto un apparato di potere, priva di reciprocità solidale. Forse le singole buone pratiche didattiche perseguite da molti con coraggio e nel silenzio assordante dei media, seppur così necessarie, oggi non sono più sufficienti. A mio avviso, per ritrovare il senso profondo di questo lavoro, occorre imboccare la strada della resilienza collettiva, costruire reti dal basso scambiando saperi, progetti, pratiche didattiche di qualità. Ritornare a stare con le parole accanto a ciò che accade. 

Hai una proposta per i primi giorni… da dove inizio?

C’è un silent book che sembra pensato apposta per i bambini e le bambine che conoscerai. Si tratta de La gara delle Coccinelle di Amy Nielander (Terre di mezzo). Potresti iniziare sfogliando insieme alla classe soltanto le prime pagine e porre la domanda: “Chi vincerà la gara delle coccinelle?”. I bambini, avendo sperimentato l’apprendimento cooperativo, sanno già lavorare a gruppi: basterà che tu ne segua le discussioni, li inviti ad esporre e ascoltare le ipotesi formulate, a confrontarle con il bellissimo finale proposto dall’autrice. La trascrizione a più mani dei pensieri, sulle pagine bianche del libro, completerà la storia con le loro parole. Se ti piace, può essere una proposta-gioco con cui iniziare a conoscerli, a respirare il clima della classe, a valutare le competenze linguistiche e le abilità sociali acquisite. Alla fine dell’attività avrete un libro speciale da affiancare a quelli della biblioteca di classe. Mi dirai, sono curiosa di sapere se i semi messi a dimora nel terreno cominciano a dare qualche frutto.

In qualsiasi modo comincerai questo nuovo cammino, ti auguro di realizzare, insieme a colleghe e genitori, una scuola dell’inclusione verso tutti, attenta a non perdere per strada nessuno. Alcuni segnali positivi ci sono: so di maestre che costruiscono ponti e hanno scelto la leggerezza di una bella canzone con “il verso giusto e il giusto slancio per ripartire”: Life is sweet, di Fabi, Silvestri, Gazzè.

Di molte altre che lavorano insieme nella preparazione del VI convegno nazionale della Rete di Cooperazione Educativa. Di alcune che, insieme a penne e quaderni, faranno trovare un paio di scarpe a una piccola, arrivata in Italia dal Pakistan con i genitori dopo aver attraversato a piedi in tre mesi di cammino: Iran, Turchia, Macedonia, Ungheria, Serbia.

Buon inizio, Cecilia, che lo stupore dei bambini abiti i tuoi giorni!

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Commenti

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    beatrice.lillo

    19:48, 16 Maggio 2017
    che bella intervista! grazie per aver trattato temi così importanti, mi ha fatto tanto bene leggere e condividere le parole e i suggerimenti di Luciana Bertinato a lei mando un caro saluto con stima e ammirazione, anche io insegno e sono quasi al traguardo , mi manca ancora un triennio, farò tesoro delle belle idee espresse. un grande in bocca al lupo alla giovane Cecilia. Beatrice Lillo