L'educazione dei figli al tempo del registro elettronico e di Whatsapp

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L'educazione dei figli al tempo del registro elettronico e di Whatsapp

Il registro elettronico e i gruppi Whatsapp dei genitori sono un freno allo sviluppo dell'autonomia dei bambini? Dipende da come si usano. E anche da come sono progettati. Una modesta proposta per ricordare che le “nuove tecnologie” sono pensate dagli uomini per gli uomini, e che dunque ciascuno può fare la sua parte. 

Kee Calm and parliamone!

Come molti, mi sono riconosciuto in questo pezzo di Monica D’Ascenzo apparso sul blog del "Sole 24 Ore".
Nell’articolo, l’esperienza quotidiana dell’impazzare di messaggi sui compiti nei gruppi Whatsapp dei genitori diventa l’occasione per una riflessione critica di estremo interesse: non è che tutta questa massa di informazioni che circolano sulle attività dei nostri figli a scuola rischia di deresponsabilizzarli e diventare quindi un freno per lo sviluppo della loro autonomia?

Prima dell’avvento degli smartphone, ci dice l’autrice dell’articolo, “se avevo scritto sul diario i compiti esatti allora andavo a scuola preparata, altrimenti rischiavo la figuraccia, il brutto voto o la nota sul diario”. Insomma ero messo di fronte alle mie responsabilità. Mentre adesso non si scappa: la foto dell’esercizio da fare a pagina 52 arriva implacabile a colmare il vuoto sulla pagina del diario.

E che dire poi dei registri elettronici che i genitori possono  consultare in ogni istante per verificare voti, assenze, presenze, attività svolte in classe? Non sarà un po’ troppo? Non si rischia di invadere una sfera nella quale è invece opportuno lasciare ai figli una qualche libertà di movimento?

L’articolo ha suscitato numerosi commenti. A seguito di alcuni di essi, in un post-scriptum l’autrice (e vengo all’aspetto di cui mi interessa parlare qui) ha tenuto a sottolineare che non era certo nelle sue intenzioni scrivere un articolo “contro la tecnologia e l’innovazione”, ma piuttosto riflettere sulla costruzione della responsabilità e della fiducia: “è un post sull’educazione dei figli”.
Il mondo sta cambiando, commentano infatti in molti: resistere (appunto alla tecnologia, all’innovazione) è da ottusi, sono ragionamenti vecchi, gli strumenti non hanno colpe (sic) il nostro paese ha bisogno di recuperare il ritardo nello sviluppo delle competenze digitali...! E se il gruppo di Whatsapp delle mamme non ti sta bene, puoi abbandonarlo quando vuoi!

Alt. Fermi tutti. Campanello d’allarme. Quando la discussione vira sui pro e i contro della “tecnologia”, dell’”innovazione”, di “internet”, del “digitale” è segno sicuro che ci stiamo allontanando da questioni focalizzate e probabilmente più degne di attenzione. Dovremmo rinunciare al nostro senso critico solo per non ostacolare il cammino inarrestabile – quasi fossero forze naturali autonome – della tecnologia e dell’innovazione? Perché non chiederci se oltre ai vantaggi di poter comunicare con gli altri genitori rapidamente e di avere a disposizione in tempo reale risultati, profitto e frequenza dei figli ci sono anche aspetti più delicati e non sempre necessariamente positivi che vale la pena portare alla luce?

Non si tratta banalmente di una questione dentro-o-fuori, del tipo: ti ha stufato il chiacchiericcio su Whatsapp? Esci dal gruppo! Preferisci parlare con i figli piuttosto che guardare il registro elettronico? E chi te lo impedisce? Spegni il computer! “Non è lo strumento, è come lo usiamo” recita il buon vecchio caro senso comune. 

Già. Ma da una parte è proprio il “come lo usiamo” che fa emergere con maggior evidenza dinamiche o tendenze alle quali non è detto che ci si debba adeguare per forza. Se il gruppo Whatsapp è monopolizzato da un ristretto manipolo di genitori un po’ stressati e iperprotettivi, dobbiamo veramente accettare che influenzino il “mood” del gruppo? Ci sono antidoti? Sicuramente riflettere, discutere e condividere temi come quelli proposti nell’articolo è un primo passo. 

E poi, riguardo agli strumenti (e qui il discorso si fa più complesso): siamo proprio certi che la questione si limiti al loro buono o cattivo uso? O dovremmo anche discuterne le funzioni, capirne gli obiettivi, sapere dove come e chi gestisce i dati che questi strumenti accumulano senza posa? Evgeny Morozov, lo studioso bielorusso considerato uno dei massimi esperti di rete e comunicazione digitale, noto per il suo approccio critico nei confronti del cosiddetto “internet-centrismo”, nel suo saggio Internet non salverà il mondo ci propone un interessante confronto fra la metropolitana di New York, progettata in modo che l’accesso ai treni sia fisicamente impossibile per chi non ha il biglietto, e quella di Berlino, in cui non ci sono tornelli o barriere da superare: chiunque può entrare liberamente, salvo essere multato se trovato sprovvisto di biglietto. Due approcci radicalmente diversi: il primo semplicemente non consente la trasgressione, la rende inattuabile; il secondo fa appello al senso civico e in qualche modo prova a svilupparlo.  

E noi – ripensando ad esempio al registro elettronico – che opinione abbiamo su un sistema che potrebbe inviarci un SMS tutte le volte che i nostri figli sono assenti? Che scelta faremmo se il sistema ci consentisse di decidere se ricevere o no il messaggio?
Gli strumenti non sono “neutri”: non si colgono sugli alberi né discendono dal cielo. Dipende da come sono progettati. E almeno per ora li progettano esseri umani. Se ne può parlare.

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