“Non uno di meno”: i maestri di strada nelle scuole di comunità

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“Non uno di meno”: i maestri di strada nelle scuole di comunità

Un racconto in “presa diretta” di un’altra Italia, quella dei quartieri difficili delle “periferie” dove attecchiscono e prosperano analfabetismo e dispersione scolastica. Di Lorenzo Luatti

Vichi De Marchi

“Siamo come alpinisti, l’asperità della roccia non è ostacolo ma punto di appoggio” è il motto dell’associazione educativa “Maestri di strada” di Napoli, sorta alla fine degli anni ’90 per iniziativa di Marco Rossi Doria e Cesare Moreno, e che oggi raccoglie più di quaranta educatori e professionisti provenienti da esperienze diverse. Maestri di strada significa “andare là dove i giovani stanno con la mente e con il cuore, assumere il loro disagio esistenziale e sociale come l’unica materia prima con cui edificare il proprio progetto di vita”.

La scuola dei “buoni a nulla”

C’è ora un romanzo scritto per i giovanissimi, di agile lettura ma denso di storie, che cala il lettore all’interno di una scuola un po’ speciale. Il libro è Maestri di strada (Einaudi ragazzi, 2018, p. 124, euro 10) e lo ha scritto Vichi De Marchi, giornalista e autrice di libri per ragazzi, molto attenta alle tematiche sociali. La scuola invece è quella organizzata nel quartiere Barra di Napoli per dare un diploma ai ragazzi pluriripetenti, usciti dal percorso scolastico, e avviarli verso un lavoro, toglierli dalla strada.

Sono ragazzi pieni di rabbia, rabbia inespressa, rabbia inelaborata; sono ragazzi e ragazze che hanno una disistima di sé sconfinata sovente trasmessa loro da genitori e amici; sono ragazzi aggressivi nelle relazioni o, viceversa, ragazzi molto chiusi alle relazioni. Le storie sono quelle di Ciro che ha il padre in galera ed è sempre pronto ad attaccare briga; di Vincenzo che adora il suo cane Sandokan, un randagio che lo accompagna a scuola e lo aspetta all’uscita; di Carmela che bada ai due fratellini da quando la madre se n’è andata, mentre il padre vende fazzoletti di carta per strada (vedi la bella intervista dell’autrice).

Scuola comunitaria

Cesare e Laura, i maestri di strada, si prendono cura di questa umanità e cercano di recuperare il tempo perduto: chiedono ai ragazzi di rispettare un patto d’onore che li vincola alla frequenza, vanno a cercarli a casa quando non si presentano, li portano in gita a Ischia, organizzano feste di compleanno, li fanno sfogare nel circle time del lunedì e recitare in uno spettacolo.

Il libro di De Marchi non è soltanto una buona per quanto “scomoda” lettura giovanile. Offre anche al lettore adulto alcune riflessioni. Mettendo al centro la “scuola comunitaria”, cioè una scuola veramente aperta al territorio. Una scuola innanzi tutto “per sé”, cioè più vicina ai giovani, come occasione per lo sviluppo di relazioni umane, sociali, cooperative, e soltanto dopo, conoscenze e competenze che possono essere spese nella società. Una scuola intesa come incontro antropologico, cioè basato sulla diversità, “perché non sono diversi i bambini stranieri, sono diversi i bambini” (C. Moreno).

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