Quali esperienze per un’alternanza sensata?

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Per ragionare sulla legge della cosiddetta alternanza scuola-lavoro, raccogliamo e raccontiamo esperienze positive e negative per approfondire un argomento delicato e rilevante. Di Franco Lorenzoni.

Pompei_wikipedia

Alcune leggi cambiano profondamente a seconda dei modi in cui vengono interpretate e applicate. È il caso della legge sulla cosiddetta alternanza scuola-lavoro che nella dizione stessa nasconde un equivoco, perché il lavoro, se non è retribuito, non è propriamente un lavoro.

Comprendo bene come ragazze e ragazzi, che hanno di fronte a sé la mancanza o precarietà del lavoro, siano ragionevolmente diffidenti verso simulazioni anticipate di probabili forme di sfruttamento che li attendono. Per questo ci sono state numerose contestazioni e certamente vi sono esempi di applicazione della legge che indignano o perlomeno lasciano perplessi, perché un conto è il volontariato scelto, altro far lavorare gratis. Eppure ritengo che il tema sia di così grande rilievo che valga la pena ragionarci su oltre ogni pregiudizio.

Avanzo dunque una proposta: raccogliamo e documentiamo esperienze positive e negative al riguardo per acquisire più elementi possibili e iniziare a discuterne in modo ampio e approfondito.

Per cominciare parto da un’esperienza incontrata con la mia classe il mese scorso. Sono andato due giorni in gita a Pompei e a Paestum con le bambine e bambini della quinta elementare di Giove in cui insegno. Di fronte ai magnifici templi di Paestum, sotto un cielo che minacciava pioggia, ci ha accolto inaspettatamente un gruppo di ragazzi della 3° e della 4° del liceo scientifico dell’Istituto di Formazione superiore di Roccadaspide, che porta il nome del filosofo Parmenide.

Ci hanno spiegato che loro erano lì da una settimana per un progetto di alternanza e si sono detti disponibili ad accompagnarci tra le rovine di quell’antica città.

La nostra classe si è divisa in gruppetti di cinque e mi sono limitato a informare le ragazze e ragazzi campani che avevamo deciso di aiutare i nostri sguardi con il disegno. Avevo preparato due cartoncini bianchi e neri per ogni alunno perché con carboncini e matite bianche lasciassero tracce dell’incontro con quei mirabili ruderi.

Guardare disegnando: un buon modo di soffermarsi sulle cose

Da tempo sono convinto infatti che guardare disegnando sia un buon modo di soffermarsi sulle cose: aiuta a stabilire un contatto più intimo con architetture, oggetti d’arte e monumenti che, nel nostro caso, vengono da molto lontano ed è bene incontrare con particolare cura e attenzione se si vuole azzardare una manovra di avvicinamento che ci permetta di intraprendere un così lungo viaggio di conoscenza.

Divisi anche loro in gruppetti di tre o quattro, gli studenti di Roccadaspide hanno guidato noi ospiti a visitare l’antica città greca di cui conoscevano bene storia e dettagli, facendoci sostare a contemplare diversi siti. Ciascun bambino è stato colpito da particolari diversi, che ha poi disegnato, e a me è piaciuto in modo particolare il modo con cui una ragazza del “Parmenide” ci ha raccontato, amareggiata, come la strada stoltamente voluta dai Borboni, non sia stata deviata al momento della sua costruzione nell’800, e abbia tagliato in due e distrutto gran parte dell’antico teatro venuto alla luce.

I ragazzi, mentre ci accompagnavano a visitare il museo, ci hanno raccontato entusiasti che dieci giorni prima erano arrivati nel sito che molti di loro conoscevano appena, che avevano trascorso la prima giornata con archeologi ed esperti, che si erano poi preparati in gruppo le narrazioni da condividere con i visitatori e che, per loro, questa era stata una delle esperienze più belle e significative fatte con la scuola.

Che fossero motivati e attenti e particolarmente coinvolti lo avevano notato per primi i bambini a cui rispondevano, incuriositi e divertiti dalle tante domande che si accavallavano. Me lo ha confermato Stefania Dormini, loro insegnante, felice di fare decine di chilometri ogni mattina, preferendo quella scuola periferica a quelle della sua Salerno.

Incontrare l’arte in modo attivo sperimentandola come esperienza di lavoro

Proporre l’arte come scoperta da condividere, valorizzare lo straordinario patrimonio storico del nostro paese, così come altre esperienze di cui ho sentito parlare, in cui i ragazzi hanno sperimentato incontri diretti e concreti con le diversità, collaborando con associazioni che lavorano con ragazzi portatori di disabilità, mi sembrano attività formative di grande rilevanza, che la scuola troppo spesso fatica a far vivere a ragazze e ragazzi. Se una buona interpretazione della legge sull’alternanza può produrre questi risultati, anche se ancora in una minoranza di casi, stiamo attenti a non buttare l’acqua sporca con questo fragile neonato dentro.

Abbiamo bisogno di esempi positivi per stimolare e incalzare dirigenti scolastici e noi insegnanti perché ci si metta in gioco in modo sensato, intrecciando le esperienze studio e possibilmente di ricerca che si vivono nella scuola con momenti di collaborazione e scambio con il mondo del lavoro, che è sempre più variegato e in mutamento.

Mi ha colpito lo scorso anno ascoltare Andrea Canevaro sostenere che, forse, la lezione più viva e attuale dell’esperienza di Barbiana sta nella relazione tra studio e lavoro che con lungimiranza proponeva Don Lorenzo Milani, e che tanto avrebbe da insegnare a chi si cimenta a sperimentare forme di alternanza formative e significative.

È certamente giusto rifiutarsi di essere complici di regole di mercato che si reggono sulla precarietà e lo sfruttamento del lavoro giovanile, ma penso che una scuola viva e attiva non può non aprirsi e confrontarsi con il mondo del lavoro, superando ogni supponenza e chiusura in se stessa.

Foto Berthold Werner, Wikipedia

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