Per Giorgio Bini: maestro, pedagogista, deputato

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Si è spento pochi giorni fa Giorgio Bini. Carla Ida Salviati ne ricorda la storia di insegnante attivo nelle periferie di Genova, deputato (sostenne l'introduzione dell’istruzione sessuale a scuola), pedagogista quanto mai attuale, per la sua apertura al dialogo e l'inimicizia nei confronti degli slogan.

Soffione

Con Giorgio Bini se ne è andato uno degli ultimi “maestri” a tutto tondo della scuola italiana. Nato a Genova nel 1927 da un padre toscano che ancora esercitava la grande arte marinara di “mastro d’ascia”, ha percorso con grande passione tutti i gradini della scuola, da insegnante nella periferia genovese fino alla direzione della Scuola Magistrale Ortofrenica e fino alla Camera dei Deputati, dove venne eletto nelle file dell’allora PCI e sedette per un decennio, dal 1968 al 1979. Vi sedette per modo di dire, visto che vi fu membro attivissimo sia nelle Commissioni scuola sia come firmatario di proposte di legge: quella sulla riforma universitaria, (firmatario Napolitano), ad esempio, o quella da lui stesso capeggiata sull’istruzione sessuale nella scuola “sicuramente il primo tentativo” di introdurre tale “materia”: erano anni vivissimi anche attorno a tale tema e la relazione esposta in Parlamento da Bini, riletta oggi, è ancora un documento di grande respiro sociale e culturale.

Nel ’79, non va dimenticato, vengono promulgati i Programmi per la scuola media alla cui stesura Bini ha collaborato intensamente. Giornalista per l’“Unità” e “Paese Sera”, è stato anche prolifico saggista: La pedagogia attivistica in Italia (1971) e La scuola dell’alfabeto (1998), per citare i più famosi, sono stati testi imprescindibili per i maestri che preparavano in quegli anni i concorsi. Polemista garbato, lettore onnivoro e curioso (una volta ebbe a dire che la maggior ricchezza accumulata negli anni di Montecitorio è stata per lui la possibilità di poter avere disposizione i tanti libri della Biblioteca del Senato, cui non smise di attingere a lungo pure dopo la pensione) era anche abile e mai vacuo conferenziere.

Uno dei suoi ultimi lavori, idealmente dedicato alla nipotina che stava vedendosela con le mille contraddizioni della scuola italiana, è Lettera a una maestra (2001). Quest’opera, agile e sapiente insieme, meriterebbe una ristampa e una maggiore diffusione, per i tanti giovani che intraprendono la carriera del docente. Essi avrebbero così modo di confrontarsi con un pensiero quanto mai attuale, che ha sempre prediletto il confronto del dialogo e del contraddittorio alle risposte nette e acritiche. Sarebbe insomma una salvifica lettura alternativa agli slogan sulla scuola che rimbombano in questi mesi.

Carla Ida Salviati

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