Un modesto contributo sul famoso documento “La Buona Scuola”

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Un modesto contributo sul famoso documento “La Buona Scuola”

Il documento “La Buona Scuola” contiene qualche buona idea (l'abolizione delle supplenze brevi). Manca tuttavia di spessore scientifico sul significato della formazione docente e non dà il giusto rilievo alle didattiche delle singole discipline. Di Bruno D’Amore, matematico. 

Ottimismo

Rispetto a tanti documenti ministeriali italiani del passato dedicati alla Scuola e alla formazione dei docenti, letti in 45 anni di personale militanza in questo campo, fra i quali ancora primeggiano per valore i profondi cosiddetti “Programmi del 1985” e il geniale documento istitutivo delle “Ssis”, entrambi saccheggiati all’estero, in questo si fa un tentativo di affondo e di rinnovamento; non si dicono le solite cose sdolcinate e melliflue di altri documenti, si va sul concreto, si tenta di essere pragmatici e, allo stesso tempo, si lanciano messaggi di interessante rinnovamento.

Per esempio, non conosco tutte le realtà nazionali, ma quelle di molti Paesi del mondo, sì; e il fenomeno caotico delle supplenze brevi, per come è vissuto da sempre in Italia, è un unicum, davvero stravagante.

Ma le basi di questo documento sono poco solide e vi si avverte una pochezza analitica e scientifica, per esempio sulle basi del rinnovamento e sul significato profondo di formazione di un docente (che, ricordiamolo, è sempre un docente disciplinare); questi temi sono da vari decenni il centro di un dibattito internazionale forte di alto valore scientifico, che questo documento mostra di ignorare del tutto.

Intanto, rifacendosi come paladini del rinnovamento a Montessori, Don Milani e Don Bosco, personaggi di indubbie qualità che hanno fatto bene al dibattito nel nostro Paese, ma che, oggi, non possono più essere citati ad esempio, a tanti decenni dal loro operato, perché le condizioni sociali sono assai mutate; quell’operato aveva un senso a tempo debito, ma oggi è superato da fatti ed eventi straordinariamente più significativi. È come quando, per citare la forza culturale dell’Italia nel mondo, si citano (sempre!) Leonardo da Vinci, Michelangelo e Dante Alighieri; nulla da ridire, ovviamente; ma poi, non abbiamo partorito più nulla e nessuno? Davvero siamo fermi al Rinascimento, al Medioevo? È questo il messaggio implicito che si vuol dare al Paese? L’Italia ha un ruolo di primissimo piano nella ricerca scientifica internazionale sulle didattiche disciplinari, anche sul piano istituzionale: alcuni italiani sono al governo di enti di ricerca internazionale, partecipano o dirigono dottorati di ricerca in questo settore; lo sanno coloro che hanno pensato e scritto questo documento? Hanno chiesto consiglio? Mi pare proprio di no.

La parola “didattica” appare decine di volte, la metà come aggettivo (spesso dopo il sostantivo “continuità”), l’altra metà come sinonimo del processo di insegnamento (quasi sempre dimenticando l’apprendimento); ma mai si fa cenno al nodo problematico della nostrana scuola, le didattiche delle singole discipline, come fossero un derivato culturale o sociale o etico della pedagogia o del buon senso. Non è così. La ricerca mondiale ha mostrato che non è così. Mi pare di cogliere una miopia che fa male al Paese. Tanto più che l’idea di formazione docente che emerge, per esempio quella legata a colleghi “più esperti perché più anziani” è (a dir poco) ridicola e di una ingenuità spaventosa.

Il bello è che il MIUR ha finanziato per decenni ricerche scientifiche nell’ambito dei PRIN universitari (Programmi di Ricerca di Rilevante Interesse Nazionale, cui ho personalmente partecipato per tanti anni come responsabile scientifico), sui temi della formazione docente, per poi ignorarne totalmente i risultati nel pensare a questo documento, debole e banale su questo fronte.

Anche il voler far coincidere a tutti i costi l’innovazione educativa con l’uso di TIC è banale e mostra una totale mancanza di riferimenti alla realtà della ricerca in questo campo.

Si colgono in questo documento propositi innovativi interessanti, scelte strategiche in parte discutibili, una filosofia di base pragmatista non basata su risultati scientifici, una sorta dunque di pragmatismo ingenuo che si cerca di condividere, non per questo davvero eticamente basato.

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