La formazione dei docenti tra scambi di ricette e “innovatori naturali”

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La formazione dei docenti tra scambi di ricette e “innovatori naturali”

Nel documento “La Buona Scuola” la formazione dei docenti sembra affidata a “innovatori naturali” e a scambi di buone pratiche tra colleghi. Non si rischia il cortocircuito? Di Maria Cristina Peccianti, linguista esperta in glottodidattica.

Matassa

Nel paragrafo de "La Buona Scuola" dedicato alla formazione dei docenti ci sono premesse apprezzabili, come l’obbligatorietà della formazione permanente. Ma appare quanto meno utopistico che poi si risolva tutto in un circuito interno di scambio fra docenti, la cui efficacia dovrebbe essere garantita dagli “innovatori naturali” e dal fatto, tutto da dimostrare, che “un docente è il formatore più credibile per un altro docente”.

Ci sembrerebbe invece opportuno mettere sul tavolo della discussione il tema della formazione dei docenti, necessaria ed urgente, come tema centrale, complesso e delicato, che riflette bisogni diversi e non può essere ridotto a uno scambio di “ricette” didattiche che, oltre tutto, sappiamo non essere mai facilmente esportabili in quanto molto vincolate alla mano che le applica.

Qualsiasi tipo di formazione, indipendentemente dai suoi scopi e contenuti, risulta efficace solo se è in grado di attivare un percorso di tipo personale, dando una visione più chiara e sistematica dei problemi (senza ignorare il denigrato versante teorico su cui ogni buona pratica deve trovare fondamento), mettendo o rimettendo in moto idee, conoscenze e competenze, fornendo nuove consapevolezze, stimolando un approccio critico verso il proprio agire professionale e la produzione di nuove ipotesi.

È possibile garantire tutto ciò attraverso gli “innovatori naturali” e i circuiti interni di scambio di buone pratiche? Non rischiamo di andare verso un cortocircuito?

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