Quando le parole dell'assistenza fanno male

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Quando le parole dell'assistenza fanno male

Pubblichiamo volentieri la toccante testimonianza che ci ha inviato Margherita Orsolini, Professore di Psicologia dello Sviluppo e dell'Educazione, e che riguarda un ragazzo e la psicologa che ha lavorato con lui nel servizio di consulenza di cui la Professoressa Orsolini è responsabile. La testimonianza rivela come spesso i servizi di assistenza con le loro etichette diagnostiche reifichino la persona assistita togliendole rispetto e dignità.
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La storia che racconto riguarda un ragazzo e una psicologa che ha lavorato con lui nel servizio di consulenza di cui sono responsabile.

Sono seduta con Gianluca, è la fine dell’estate e persino questo striminzito giardinetto di periferia romana sembra ridente. Gianluca è felice di rivedermi, sono la sua “allenatrice” di strategie cognitive. Abbiamo lavorato insieme per un intero anno, con esercizi che un termine alla moda chiama “brain training”, interrompendoci di tanto in tanto per condividere emozioni e pensieri. Abbiamo allenato l’attenzione, la memoria, il ragionamento.

Abbiamo affrontato insieme tanti momenti critici e alla fine l’ostacolo più grande ha cominciato ad andarsene, come un fantasma sconfitto: la paura di Gianluca di non essere intelligente, di essere anzi proprio un cretino. Un fantasma che lo faceva rinunciare di fronte alla minima difficoltà, gli faceva sbattere il pugno sul tavolo, lo precipitava in risate nervose e interminabili. Ridendo marcava la sua estraneità da tutto e da tutti. Gianluca ha incontrato altri ragazzi con problemi in parte simili ai suoi e dopo molti mesi ha cominciato a dirsi che anche lui è capace di pensare, risolvere situazioni difficili, avere idee di cui discutere con i compagni dell’istituto professionale. Che lui abbia un valore, che non ci sia niente di cui vergognarsi, che la sua vita possa essere felice, ancora però non ci crede.

Oggi aspettiamo insieme perché il papà è stato convocato negli uffici di una ASL romana dalla commissione medico-legale che accoglie le richieste per l’applicazione della legge 104, la famosa legge che dà diritto ad un insegnante di sostegno e ad un assegno che viene chiamato “indennità di frequenza”. La famiglia di Gianluca vive con un solo modesto stipendio e l’ indennità di frequenza è un piccolo aiuto che non basterà comunque a coprire le spese per una psicoterapeuta (da quest’anno si occuperà in maniera specifica dell’ansia e della depressione di Gianluca) e per il “training” con me.

Dopo una lunga attesa siamo convocati nella stanza piccola e disadorna dove si è riunita la commissione medico-legale. Un funzionario medico legge ad alta voce la relazione della ASL di appartenenza di Gianluca: ritardo mentale medio-lieve, deficit di attenzione e iperattività, disturbo depressivo.

Gianluca non sorride più, scoppia in una delle sue risate interminabili, evita di guardarmi. Precipito anch’io nello sconforto, ecco in pochi minuti distrutto il faticoso lavoro compiuto insieme. Il funzionario non guarda Gianluca, continua a scorrere la relazione, controlla la data, commenta ad alta voce “non è però un handicap gravissimo”.
A Gianluca nessuna domanda e a me che sono la sua psicologa, nessuna richiesta di chiarimento.

Perché i problemi cognitivi di ragazzi come Gianluca vengono definiti da un’etichetta così umiliante come quella di “ritardo mentale”? Perché con una mano si dà e con l’altra si toglie? Viene data un’assistenza mentre si toglie il rispetto e il diritto alla propria dignità. 

Ragazzi come Gianluca sono in grado di capire che cosa implica un’etichetta come quella di ritardo mentale (o disabilità intellettiva), sanno che vuol dire non essere intelligenti. Potrei portare tante prove dell’intelligenza di Gianluca. E altrettante prove degli inciampi dei suoi processi cognitivi. Quegli inciampi che potremmo aspettarci dal cervello di un ottantenne intelligente. Ma Gianluca ha sedici anni, e nessuna analisi medica ha mai mostrato un’anomalia. Questo succede a molti ragazzi che ricevono la stessa diagnosi di Gianluca.

Le etichette con cui la legislazione riconosce il diritto all’assistenza diventano “carte d’identità”. E allora le parole andrebbero scelte con maggior cura. Un’etichetta diagnostica entra in un percorso legale di assistenza, nella comunicazione tra neuropsichiatri infantili, psicologi, genitori, insegnanti. E nella comunicazione con la persona stessa che è in difficoltà, con la sua coscienza, con il suo “sé” in sviluppo.

Scusa Gianluca, a nome di una comunità di operatori professionali che non ha ancora capito quanto possiamo fare male con le parole… 

Margherita Orsolini (Professore di Psicologia dello sviluppo e dell'educazione, Università Sapienza di Roma): 10 Ottobre 2013 Casi, Comunicazione, Emozioni

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