Bullismo e DDAI. Possibili convergenze

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Bullismo e DDAI. Possibili convergenze

L’articolo analizza le sovrapposizioni tra i ruoli implicati nel fenomeno del bullismo e le dimensioni di iperattività e disattenzione caratteristiche del DDAI (Disturbo da Deficit d’Attenzione e Iperattività), con una specifica articolazione nei maschi e nelle femmine. 

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      bullismo_ddai

      Fonte: www.psychologytoday.com

      Il bullismo è un comportamento problematico caratterizzato da un’aggressività reiterata messa in atto da un soggetto più forte (il bullo) con l’intenzione di danneggiarne uno più debole (la vittima). Un aspetto distintivo di tale fenomeno, oltre al fatto di essere basato su una relazione di dominanza e di subordinazione, è la sua natura sociale.

      È stato dimostrato infatti che l’85% degli episodi di bullismo avviene alla presenza dei coetanei, ed anche coloro che vi assistono passivamente hanno in realtà la funzione di rinforzo. Più recentemente Salmivalli e collaboratori (1996), mediante l’utilizzo di un questionario definito “Ruoli dei partecipanti”, hanno dimostrato che in un episodio di bullismo i protagonisti non sono soltanto il bullo e la vittima, bensì l’intero gruppo classe i cui componenti rivestono specifici ruoli quali aiutante e sostenitore del bullo, difensore della vittima ed esterno.

      È stato condotto poi uno studio longitudinale che, dimostrando la stabilità dei ruoli di bullo e di vittima a distanza di due anni, ha chiaramente rivelato come, oltre che a caratteristiche proprie dei due soggetti in questione, tali ruoli siano collegati ad un altrettanto stabile “social environment” (Salmivalli, Lappalainen e Lagerspetz, 1998). Questa continuità di comportamento può essere spiegata a partire dalle aspettative imposte dal gruppo sociale.

      Olweus (1993) parla del bullo come di un individuo quasi sempre maschio, caratterizzato da un modello reattivo aggressivo; l’aggressività verso i compagni e, in certi casi, anche verso gli insegnanti, risulta essere la sua caratteristica emergente; ha generalmente una buona opinione di sé, un atteggiamento positivo nei confronti della violenza e tanta voglia di dominare gli altri; non si sente a rischio di subire a sua volta prepotenze, e non prova senso di colpa per gli atti che compie, poiché ritiene legittima la messa in atto di comportamenti aggressivi.

      Per lo stravolgimento dei criteri di condotta sociale ritenuti accettabili, Menesini, Fonzi e Vannucci (1999) hanno parlato di “disimpegno morale” del bullo, atteggiamento questo che «secondo lo psicologo americano Bandura consente al soggetto di allentare il controllo e il senso di colpa individuale legittimando condotte riprovevoli» (Menesini, Fonzi e Vannucci, 1999, p. 40).

      Vari studi sembrano dimostrare che il bullo è caratterizzato da un “deficit sociocognitivo”, che si esprime nell’errata interpretazione e rappresentazione mentale dell’interazione sociale. Sutton, Smith e Swettenham (1999) hanno messo in evidenza, invece, la capacità del bullo di sfruttare «un’elevata conoscenza sociale e notevoli abilità nella comprensione della mente dell’altro» a fini di manipolazione sociale: contrariamente all’ipotesi del deficit sociocognitivo, il bullo sarebbe così in grado di mettere in campo strategie comportamentali volte al raggiungimento di una posizione dominante all’interno del gruppo dei pari; a tal proposito è stato richiamato il concetto di Mealey di “cognizione-fredda”, con il quale s’intende la cognizione usata a fini strumentali senza comprensione empatica.

       

      Per saperne di più scarica l'articolo completo che trovi nella sezione "Approfondimenti" in cima a questa pagina.

      Ersilia Menesini, Chiara Marini (Università degli Studi di Firenze): 15 Ottobre 2013 Comportamento, Disturbi, Relazioni

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