Piani di studio personali per la responsabilizzazione

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Piani di studio personali per la responsabilizzazione

Per affrontare aspetti problematici della condizione giovanile, si propone una ristrutturazione della didattica nelle superiori basata sull’introduzione dei piani di studio personali.
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Fonte: www.style.it

Nei vari paesi del mondo occidentale, negli ultimi decenni la condizione giovanile si è modificata in modi relativamente analoghi. In questa sede intendo però evidenziare ciò che caratterizza specificamente la situazione in Italia, al fine di connetterlo alla particolare strutturazione dell’offerta formativa della nostra scuola superiore: l’ipotesi di fondo è che ci siano, nel nostro paese, un ritardo e un’incongruenza che possono essere fronteggiati anche ispirandosi a quanto si fa in altre nazioni del mondo occidentale.

La dimensione qui presa in considerazione è quella della crescita/maturazione della persona, della presa in carico di sé e del proprio futuro, della costruzione delle premesse per una vita adulta che sia autogratificante ma anche indipendente e responsabile. Un dato sociologico si impone all’attenzione degli analisti. Fu già inequivocabilmente documentato dall’ISTAT in seguito all’indagine del 2000 denominata Famiglie, abitazioni e sicurezza dei cittadini: «I giovani fra i 18 e i 34 anni celibi o nubili che vivono insieme ad almeno un genitore» costituiscono il «60.2% di tutti i giovani della stessa classe di età». Il fenomeno è così conosciuto che ormai gli è stata anche attribuita la denominazione giornalistica “effetto Tanguy”; un appellativo meno rispettoso è quello utilizzato nel 2007 dall’allora ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, che definì i giovani in questione “bamboccioni”.

Sicuramente, tale dato problematico non può essere imputato al semplice aumento medio degli anni di studio: secondo l’OECD (2008), fra i giovani di 25-34 anni in Italia contiamo il 17% di laureati, mentre la media dei trenta paesi che ne fanno parte è del 33%. Proprio nell’ambito dell’università troviamo invece un elemento che ci indica la fragilità progettuale dei nostri giovani: il tasso di abbandono dei corsi a cui si sono iscritti è più alto che negli altri paesi membri e ha anche superato il 60% (l’elemento da evidenziare è questo: all’università bisogna organizzarsi in modo autonomo e responsabile, ma diversi studenti italiani vi arrivano impreparati proprio su questo fronte, non essendo abituati a prendersi la responsabilità di gestione del percorso formativo personale).

Anche in relazione alla scuola superiore, in Italia troviamo dati poco edificanti. L’indagine ­PISA del 2006 (OECD, 2007) indica che i nostri quindicenni sono particolarmente deboli in diversi settori dell’apprendimento […]
Affermati ricercatori in campo psicologico si esprimono sulla specificità della situazione italiana, particolarmente problematica: Bonino (2005, p. 7) scrive che: «In particolare in Italia l’uscita dalla famiglia e l’inserimento a pieno titolo nella vita adulta sono fortemente ritardati […] Parallelamente la transizione all’età adulta appare sempre più incerta, sia in termini di competenze richieste che di valori e di mete, non solo in campo lavorativo ma anche affettivo».

Nel settore dei cosiddetti “comportamenti a rischio”, per quanto concerne l’alcolismo rileviamo che, anche se è ancora vero che i giovani italiani hanno mediamente un comportamento più contenuto rispetto ai loro coetanei di altri paesi occidentali: «Tutte le ricerche concordano nel rilevare che i bevitori fra gli 11 ed i 18 anni negli ultimi anni sono aumentati vertiginosamente» […]

Quanto alla questione sessuale/riproduttiva, in Italia rileviamo ancora dati relativamente bassi per gravidanze indesiderate di ragazze minorenni, ma registriamo una situazione da record che apre altre domande sulla responsabilità sociale: il primo figlio viene partorito dalle madri ad un’età media di 31 anni (negli USA è sotto i 26 anni) e ciò contribuisce a tenere basso il numero medio di figli per donna, che è di 1.3 (quando l’ONU calcola che, per la stabilizzazione numerica della popolazione, dovrebbe essere di circa 2.1).

Globalmente, si potrebbe dunque ipotizzare che i nostri giovani riescano a maturare con più difficoltà/lentezza rispetto a quelli di altri paesi occidentali.

 

Per saperne di più scarica l'articolo completo che trovi nella sezione "Approfondimenti" in cima a questa pagina.

Marneo Serenelli (Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica - ANSAS, ex IRRE Marche): 05 Agosto 2013 Apprendimento, Didattica

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