La dimensione estetica dell’educare tra emozione e cognizione: un’intervista al Prof. Fabrizio Desideri

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La dimensione estetica dell’educare tra emozione e cognizione: un’intervista al Prof. Fabrizio Desideri

Che cosa si intende per “educazione estetica”? Perché è importante? A queste domande risponderà il Prof. Fabrizio Desideri in occasione del V Convegno “In classe ho un bambino che…” (Firenze, 10-11 febbraio 2017). Ecco qualche anticipazione. 
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Immagine tratta dal sito arteascuola.com

Al prossimo Convegno In classe ho un bambino che… (Firenze, 10-11 febbraio 2017) parlerà di educazione estetica. Che cosa si intende esattamente con questo termine?

 

L’attività estetica va dall’impulso al gioco fino a comprendere tutte le forme di espressione artistica. Dunque, per “educazione estetica” possiamo intendere tutte quelle pratiche espressive e riflessive che mirano a una feconda sinergia tra emozione e cognizione. Il termine lo dobbiamo al grande poeta, drammaturgo e filosofo Friedrich Schiller, che nel 1795 scrive le Lettere sull’educazione estetica per il progresso dell’umanità. In quest’opera, tuttora fondamentale per la comprensione del nesso tra strategie educative e fioritura umana, Schiller assegna all’attività estetica la virtù di unificare in maniera interattiva e produttiva la sfera della sensibilità e quella della razionalità, proprie della natura umana. Nell’educazione estetica Schiller vede così la possibilità di superare le scissioni tipiche dell’epoca moderna, in primo luogo quelle che contrappongono le pulsanti forme di vita degli individui alla gelida macchina dello Stato.

Come intuito e sviluppato perfettamente da John Dewey nella sua fondamentale Art as experience, l’esperienza estetica (comprensiva del nostro rapporto con l’arte, ma non riducibile a quest’ultima) svolge un ruolo essenziale per la crescita umana, tanto in un senso individuale quanto sociale e politico.


Perché è importante la dimensione estetica dell’educare?

 

La dimensione estetica dell’educare non è semplicemente importante, è essenziale a una strategia educativa e formativa che non si rassegni alla separazione tra emozione e cognizione.

Detto in altri termini, tra il porre l’accento sulla necessità di non reprimere o trascurare la crescita emozionale e affettiva del bambino o, in alternativa, sulla necessità di fargli acquisire competenze cognitive. A tale proposito possiamo riprendere un’espressione al centro della psicologia dello sviluppo di Jean Piaget, ossia quella di “equilibrazione delle strutture cognitive”, intendendola in senso più ampio ovvero come l’integrazione tra sistemi emozionali di base e strutture cognitive.

In questo caso si tratta di concepire il termine "equilibrazione" come una dinamica di armonizzazione reciproca tra “affettività e regole” che connota strutturalmente la natura umana, non limitandosi a una fase del suo sviluppo.


La dimensione estetica ha dei legami con l’empatia?

 

Spesso, oggi, in ambiti pedagogici ci si affida alla nozione passepartout di empatia, che è di derivazione estetica ma contiene molte insidie di ordine etico ed epistemico. Infatti, in questo modo si vede unilateralmente soltanto uno dei lati della questione. Propongo, perciò, di mirare piuttosto alla dimensione estetica come una dimensione meta-disciplinare capace di favorire uno sviluppo della libertà espressiva e creativa meno effimero.


Quindi la dimensione estetica è connessa alla creatività?

 

Anzitutto, la dimensione estetica, fin da quelle sue forme iniziali che contraddistinguono l’interazione madre-bambino dai primi mesi di vita (scambi di sguardi, intese gestuali, modulazione della voce da parte della madre...), implica una sorta di “grammatica”, ovvero implica che vengano apprese delle regole, che ci si abitui gradualmente a esse. Anche Rodari, del resto, parlava di “grammatica della fantasia”.

Senza questa assimilazione e adattamento alle regole, la parola “creatività” è niente più di un guscio vuoto. Il gioco stesso, già nelle sue forme più elementari, senza il rapporto con la dimensione della regola e, ancor prima, senza la forma della ripetizione, è semplicemente impensabile oltre che impraticabile.


Che cosa implica, dunque, avere un’attitudine estetica nei confronti del mondo?

 

Nell’intreccio virtuoso tra il favorire la capacità di abituarsi a regole flessibili (e piacevoli a essere apprese) e l’alimentare la curiosità esplorativa e la passione per la sorpresa, possiamo individuare un tratto strategicamente significativo dell’educazione estetica, intesa anzitutto come attenzione a favorire lo sviluppo di ciò che ci contraddistingue come specificamente umani.

Nella crescita di un’attitudine estetica nei confronti degli altri e del mondo possiamo cogliere, in sostanza, la matrice feconda di relazioni cognitive e la promessa di relazioni eticamente consapevoli.

Armonizzando - o almeno facendo interagire in plurimi intrecci - la dimensione cognitiva e quella emotiva, l’educazione estetica mostra ancora oggi il suo significato generale e universale. Per esempio, potendo favorire anzitutto sotto il profilo delle pratiche espressive (in primis, di quelle musicali) il parlarsi e il comprendersi di mondi e contesti culturalmente assai diversi, senza facili utopie o illusorie scorciatoie che pretendano annientare differenze religiose e culturali profonde.

 

Per saperne di più

Vai al sito del Convegno In classe ho un bambino che... (Firenze, 10-11 febbraio 2017)

17 Gennaio 2017 Benessere, Emozioni, Espressione

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