La dislessia compie vent’anni

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Nel 1997 in Italia veniva fondata L’Associazione Italiana Dislessia (AID). Questa data ci suggerisce un arco di riferimento temporale utile per fare alcune riflessioni. Come è cambiata l’idea della dislessia nell’opinione comune e in particolare fra gli insegnanti? Il parere di Giacomo Stella.
librovolante

Immagine tratta dal sito bottegamatteotti.wordpress.com

Negli ultimi vent’anni la dislessia è stata studiata da moltissimi gruppi di ricerca e oggi certamente la conosciamo molto meglio. Tuttavia rimangono ancora tantissimi aspetti da chiarire. Il processo di lettura, che la maggior parte di noi svolge con grande facilità, in realtà è molto complesso e coinvolge funzioni visive, linguistiche, attentive e di memoria.

Ognuna di queste funzioni può essere inefficiente, ma in molti casi ciò che può essere scadente non è la singola funzione, ma l’integrazione fra queste funzioni. La conoscenza del problema è certamente cresciuta, anche se lo scetticismo sull’effettiva esistenza di ostacoli di natura neurobiologica al processo di acquisizione della lettura è sempre in agguato e ogni tanto si riaccende.

Spesso i genitori e gli insegnanti trovano difficile districarsi fra le mille informazioni che ricevono. Vorrebbero una spiegazione semplice, univoca, ma questa non c’è ed è difficile ottenerla dagli scienziati che in genere tendono a evidenziare la complessità del processo. I media invece cercano la notizia sensazionale, rifiutano la complessità e tendono ad attribuire valore assoluto a ogni ricerca, con l’effetto di accendere illusioni risolutive e speranze nella soluzione taumaturgica.

In questa confusione, determinata anche da un eccesso di informazioni, a volte sono gli stessi dislessici che ci aiutano a capire meglio la natura del problema, dandoci una chiave di lettura non tecnica, ma esperienziale, e che quindi proprio per questo può assumere un valore più generale.

CHE COSA CI INSEGNANO LE PERSONE CON DISLESSIA?

Philip Schultz (premio Pulitzer per la poesia nel 2008) recentemente ci ha offerto una chiave di lettura molto efficace. Da bambino non sapeva leggere, ed è stato un pessimo studente, considerato dagli insegnanti come uno che non capiva, non ci arrivava, “la maestra si rivolgeva solo agli altri bambini, come se pensasse che non avrei capito quello che diceva, come se fosse inutile parlare con me”. Parlando di se stesso dopo aver ricevuto la diagnosi di dislessia da adulto, racconta che finalmente questa gli aveva confermato ciò che aveva sempre sospettato: “non potevo fidarmi della mia mente perché era un mio potenziale nemico”.

In sostanza, si era da sempre accorto che alcuni apprendimenti non si erano stabilizzati e solo a volte si manifestavano in modo corretto, altre volte lo tradivano.

Se proviamo ad adottare questo punto di vista allora anche i genitori e gli insegnanti possono capire meglio i loro bambini e utilizzare in questa ottica le spiegazioni scientifiche: possono per esempio spiegarsi perché la p a volte viene scambiata per la q, oppure la a viene rovesciata e letta come e, ecc. In questo caso il potenziale nemico si annida nelle aree di elaborazione visiva e quindi ci fa confondere segni visivamente simili, ma anche la destra con la sinistra etc.

Se invece ai bambini capita di confondere la f con la v, o la c con la g, o la t con la d, allora il potenziale nemico rende inefficiente il sistema di riconoscimento dei suoni e quindi ostacola i processi fonologici.

Ovviamente per ognuno di questi sistemi ci sono molteplici interventi riabilitativi, ed è per questo che serve una diagnosi molto accurata che definisca nel modo più preciso possibile il tipo di dislessia, individui le aree più compromesse e in questi vent’anni le competenze degli specialisti che operano in questo campo sono molto cresciute.

È anche importante sottolineare che non c’è un intervento riabilitativo buono per tutti i dislessici e che bisogna diffidare di coloro che propagandano un intervento buono per risolvere tutti i problemi, anche perché la riabilitazione della lettura non è un processo che si realizza in tempi brevi, spesso richiede pazienza e soprattutto un atteggiamento di comprensione da parte dell’adulto.

COMPRENDERE LA DISLESSIA

Chissà quante volte ho detto e scritto la parola “comprensione” a insegnanti e genitori in questi vent’anni!!!! Tuttavia, nonostante tanti studi e ricerche, non avevo mai trovato qualcosa di chiaro da “comprendere” come quello che Schultz mi ha fatto capire con una frase. Che cos’è che bisogna comprendere? La comprensione della dislessia non deve tradursi in un atteggiamento compassionevole, e nemmeno deve essere intesa come rassegnazione, resa. Comprendere la dislessia vuol dire mettersi nei panni di chi quotidianamente ha nella mente un nemico potenziale, un sistema di cui non ti puoi mai fidare completamente. Alla maggior parte di noi questo non è mai successo e quindi non potevamo comprenderlo, fino a quando Philip Schultz non ce lo ha svelato.

PS. Philip Schultz sarà a Napoli il 3 e 4 marzo al Convegno T’insegno o t’imparo?


Per saperne di più…

Vai al sito del Convegno T’insegno o t’imparo?
 

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