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Un’esperienza educativa come quella del nido può offrire saperi, stimoli e contesti di gioco e di relazione preziosi per tutti i bambini. Di Tullio Monini e Bianca Orsoni. 

 

La “scoperta” della disabilità nel bambino avviene in modi e tempi diversi a seconda delle situazioni ma ha sempre un effetto deflagrante sulla vita e sulle relazioni familiari e chiede ai genitori un impegnativo lavoro di metabolizzazione dell’accaduto. Un “lavoro” impegnativo e doloroso, sia quando avviene immediatamente alla nascita, come nel caso della sindrome di Down o di altre sindromi genetiche che si annunciano subito con il parto, sia quando l’handicap emerge più lentamente nel corso del primo anno di vita come un ritardo e con segnali che solo poco a poco e con l’aiuto dei sanitari i genitori riescono a collocare all’interno di un quadro comprensibile.
In questo quadro l’investimento nel lavoro riabilitativo per ridurre al minimo lo svantaggio di sviluppo e di competenze che si annuncia rischia a volte di far passare in secondo piano l’importanza del fatto che – accanto a un’educazione speciale – sia dato spazio anche a un’esperienza educativa tout-court come quella del nido, capace di offrire saperi, stimoli e contesti di gioco e di relazione che possono risultare tanto più preziosi quando la crescita delle competenze cognitive e di relazione del bambino avvenga con tempi e modi originali.

Il nido infatti può contribuire in modo importante alla crescita di tutti i bambini e ancor più da quando alcune amministrazioni hanno capito che la sua capacità di sostegno e aiuto ai bambini con handicap può essere ulteriormente ampliata aprendosi a percorsi personalizzati di frequenza che accolgano la coppia bambino-genitore per periodi e con modi concordati.
A Ferrara una prima bella esperienza di questo tipo è stata fatta qualche anno fa con una bambina pakistana affetta da una grave sindrome genetica che per alcuni mesi ha frequentato due mattine a settimana un nido assieme alla sua mamma.
L’esperienza novarese del progetto “Nido Aperto” (raccontata su "Nidi d'infanzia" n. 5 2016/17) mostra non solo che queste esperienze sono possibili ma che possono risultare preziose anche rispetto a situazioni diverse da quelle della disabilità infantile, come per i grandi prematuri o per altri piccoli “delicati” che soffrono di gravi malattie nei primi anni di vita.

Superare una certa idea “monolitica” del nido, la rigidità degli orari di entrata e uscita e l’idea che sia luogo riservato in esclusiva a bambini ed educatrici può sembrare a prima vista sconvolgente ma in realtà apre a percorsi educativi per bambini che diversamente non potrebbero accedervi, aiuta e rinforza i loro genitori ed è motivo di grande arricchimento professionale e relazionale per chi in questi servizi opera.
 

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