Il mondo dell’educazione vuole ripartire: decidiamo come

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Il mondo dell’educazione vuole ripartire: decidiamo come

No ai piagnistei e alle divisioni. È il momento di prenderci delle responsabilità. Perché la nostra è una professione fondamentale. Di Enea Nottoli 

Il mondo dell’educazione vuole ripartire e lo vuole fare come sempre, calando dall’alto decisioni che si distaccano dalla pedagogia. È arrivato il momento di confrontarci e di creare un pensiero condiviso, è arrivato il momento di aprire un dialogo che ci veda protagonisti e non semplici esecutori

Da dove dobbiamo ripartire? Quali sono gli elementi che dobbiamo mettere in gioco in questo nuovo passaggio? Che cosa realmente possiamo e non possiamo fare? Fin dove ci possiamo e ci vogliamo spingere in questa nuova fase?

Prenderci delle responsabilità


Indubbiamente il passaggio che ci aspetta non è dei più facili, al contrario è forse quello più complesso che andremo a vivere, poiché da ora in avanti avremo la necessità di prenderci delle responsabilità, avremo la necessità di parlare e di non abbassare come sempre il “capo” davanti a chi comanda e a chi decide.

Una professione fondamentale


Partiamo dal primo punto. Da dove ripartire se non dalla propria professionalità, dalla consapevolezza di non essere ciò che gli altri pensano di noi, dalla certezza di portare avanti una professione fondamentale e cruciale per la crescita non solo dei bambini ma anche delle famiglie e di riflesso della società stessa.

Troppe volte questa categoria si è lamentata, si è apparentemente risentita di ciò che veniva detto, ma alla fine nulla è cambiato e si è ricominciato sempre dai soliti errori. Noi non siamo elementi usa e getta, non siamo delle pedine da spostare all’interno di uno scacchiere predefinito, siamo protagonisti della nostra professione e come tale ci dobbiamo porre verso coloro che pensano il contrario.

L’importanza della consapevolezza


Molti, forse troppi webinar in questo periodo hanno raccontato di emozioni, di prese di coscienza, di tante belle cose ma nessuno ha puntato il dito sul problema in modo chiaro e coerente: la nostra consapevolezza non può passare altro che da noi stessi.

Se siamo i primi a ritenerci dei banali esecutori inevitabilmente qualsiasi strada di discussione e di evoluzione ci verrà preclusa sin dall’inizio.

Ora è il momento, dunque di metterci in gioco direttamente, senza nasconderci dietro lamenti o “piagnistei di casta”. Ciò che ha portato in superficie questa pandemia è ciò che era già fortemente noto ma che tutti facevamo finta di non vedere, forse troppo affaccendati in faccende che ci distraevano o che avevano questo scopo. Adesso è il momento di recuperare l’attenzione, di concepire il ruolo dell’educatore e dell’insegnante come una professione di alto livello e su questo cominciare a ragionare.

Evitiamo, dunque di cascare nel solito tranello. Adesso hanno tutti bisogno di noi, sono tutti alla ricerca di un rapporto che bruscamente è stato spezzato mesi fa. Adesso c’è bisogno di far ripartire una macchina attraverso bolle, steccati, recinti e triage, mettendo da parte la vera pedagogia e accogliendo la “pedagogia nera”, quella che ci farà ripiombare in un baratro dal quale non ne usciremo più.

Fare rete si può, si deve


Certo, qualcuno mi potrebbe obiettare con chi ragionare di tutto questo, visto che nessuno ci ascolta. Intanto con noi stessi e poi con tutta la categoria. Le nostre sono categorie che storicamente non dialogano tra di loro e anzi alla minima questione si spaccano, proprio come fanno solitamente i sindacati nazionali.

È qui che dobbiamo dare una prova di maturità, una prova reale che il nostro non è un pensiero e basta, ma è qualcosa di concreto che può finalmente mettere sul piatto delle proposte condivise. Solo dopo un passaggio del genere sarà possibile alzare la voce a livello nazionale, mettere sul piatto tutta una serie di problematiche che non sono il frutto di un solo pensiero, bensì da tanti, tantissimi pensieri e riflessioni.

 

Ci siamo, esistiamo


L’obiettivo deve essere quello di far capire che ci siamo, che esistiamo e che non siamo un’entità astratta o part time da rispolverare solo quando c’è da fare bella figura o quando l’economia ha bisogno di noi, ripetiamo a gran voce che se l’educazione esiste è grazie a noi, al nostro lavoro e alla nostra professionalità e non certo per merito di leggi, leggine e decreti vari.

Ecco dunque che cosa possiamo fare: alzare la voce; al contrario non possiamo continuare a stare in silenzio o riuniti intorno ad un tavolo a raccontarci un mondo che non esiste.

Ripartire sì, ma in modo diverso


Ora è arrivato il momento di spingerci in avanti, senza timore né paura di perdere un qualcosa che non abbiamo. La dignità di chi lavora nel mondo dell’educazione è stata calpestata in continuazione; ciò che è stato richiesto alle educatrici e agli educatori dei nidi in questo periodo è stato umiliante, discreditante e privo di professionalità alcuna. Nella discussione non siamo mai entrati nemmeno per caso: non una parola, non un cenno figuriamoci un ringraziamento.

Sta adesso a noi cominciare e riflettere su quanto accaduto, facendo tesoro della storia e dei suoi insegnamenti per non commettere i soliti errori.

I servizi dovranno ripartire, ma lo dovranno fare in modo diverso perché altrimenti il delitto sarà stato perfetto e non ci sarà nessun colpevole.

È il momento di fare rete, di fare gruppo per riscrivere tutti insieme le regole e per sancire una volta per tutte ciò che deve essere chiaro: noi siamo dei professionisti dell’educazione.

 

Foto dal blog "Bambini e natura" di Simona Serina 

Enea Nottoli: 31 Maggio 2020

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