Riflessioni d’inizio anno

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Quest'anno si apre con risorse economiche sempre più esigue e un nuovo “patto educativo” che il Governo chiede a tutti di discutere. Io, per capire e per dire la mia, parto dai bambini. 

Pensieri di inizio anno

I bambini ci chiedono... buoni insegnanti

Nella mia scuola il nuovo anno è iniziato con la nomina di una dirigente reggente impegnata su due istituti comprensivi, nuovi tagli al monte ore di sostegno richieste per gli alunni in difficoltà, risorse economiche sempre più esigue e, di conseguenza, un maggiore carico di lavoro per il personale. Un quadro, purtroppo, comune a molte realtà scolastiche. In questa cornice, fortunatamente, rimangono i bambini e le bambine, vero punto di partenza e di arrivo del nostro essere insegnanti.

È da loro quindi che vorrei partire per esprimere alcune riflessioni sulle linee guida del “Patto educativo” che dovrebbe cambiare il volto della scuola italiana nell’arco di un anno. Dai bambini che ogni giorno accogliamo tra i banchi, coltiviamo, facciamo crescere accompagnandoli nel cammino personale verso l’autonomia. 

Cosa dovremmo fare per questi bambini, partendo dai loro bisogni e da quel che loro stessi ci chiedono?

  • Accoglierli, anzitutto, per includere le diversità culturali e linguistiche, le competenze e le conoscenze di ciascun alunno considerandole un valore.
  • Ospitarli, finalmente, in edifici che dovrebbero essere belli e sicuri, affinché la scuola diventi per tutti – soprattutto per coloro che vivono situazioni di disagio economico e sociale – una seconda casa, nella quale sia piacevole studiare e vivere insieme.
  • Coltivare interessi e intelligenze individuali offrendo una varietà di linguaggi, affinché ogni scolaro possa scoprire quello che sente proprio e trovare figure di riferimento senza più incorrere in abbandoni: in Italia 3 milioni di ragazzi, negli ultimi 15 anni, non hanno terminato le scuole superiori.
  • Farli crescere autonomi e responsabili, capaci di condividere regole scelte insieme, di affrontare e risolvere i conflitti in una scuola cooperativa, democratica, aperta alla collaborazione con le famiglie e il territorio.

Per fare tutto questo non bastano buone leggi o innovazioni tecnologiche, servono buoni insegnanti in grado di educare; bellissimo il verbo educere: “tirar fuori”, secondo l’antica arte socratica della maieutica. Il cambiamento autentico della scuola esige una formazione permanente dei docenti, organizzata attraverso un serio piano nazionale, a partire dalla Scuola dell’infanzia.

Fare e sapere

Recentemente, a Barbiana, ho incontrato alcuni ex allievi di don Lorenzo Milani; uno di loro, Vanni il falegname, mi ha detto: "Il priore raccomandava a noi ragazzi di imparare ad ‘adoprar le mani’", e un altro: “Don Lorenzo mi ha dato la parola e, quando hai la parola, hai tutto”.

Appunto, il fare e il sapere, l’intelligenza e le mani, l’arte e la scienza come buone pratiche educative: ecco indicate alcune priorità da fissare e perseguire all’interno di curricoli didattici semplificati, svolti in un tempo adatto ai ritmi dei bambini, senza la fretta e l’incalzante richiesta di prestazioni di noi adulti.

Se vogliamo attuare la ricerca-azione cooperativa e i percorsi d’apprendimento individualizzati, occorrono classi meno numerose, più docenti, maggiori compresenze, continuità didattica. E allora ben vengano l’arte, la musica e l’educazione fisica da un lato (senza enfasi per inglese e informatica) e l’assunzione di insegnanti, promessa dal settembre 2015, utile ad aprire le porte ai giovani docenti che hanno il diritto-dovere di mettersi in gioco.

Senza dimenticare che eliminare il precariato significa anche stabilizzare gli abilitati di II fascia, in attesa da anni dell’immissione in ruolo, e porre riparo all’ingiustizia dei colleghi di “quota 96”.

Esprimo invece perplessità circa il nuovo sistema di valutazione dei docenti, affidato al giudizio di presidi manager chiamati a decidere chi premiare e chi no, sulla base del merito per competenza didattica, con conseguenti scatti di carriera e retribuzione. Una scelta, a mio avviso, che potrebbe risultare piena di insidie. 

Un Paese ancora sbagliato?

Sino a oggi troppe sono state le promesse disattese. In questo “Paese sbagliato” noi insegnanti assomigliamo sempre di più a quel libraio di Selinunte (protagonista della favola del cantautore-prof. Roberto Vecchioni) che ha perso le parole perché esse hanno smesso da tempo di corrispondere alle cose.

Cogliamo perciò l’occasione che ci offre la consultazione ministeriale dei prossimi due mesi e riprendiamoci la parola, in modo chiaro e forte, nelle scuole e nelle piazze. Senza ricorrere a hastag e annunci altisonanti , ma con il rispetto e la cura che si debbono ad essa.

Ce l’hanno insegnato i grandi maestri che l’Italia può vantare di avere avuto: da Montessori a don Milani, da Manzi a Malaguzzi, da Zavalloni a Lodi. Insieme a studenti, genitori, e cittadini costituiamo una grande rete, interconnessa alle diverse realtà scolastiche di città e periferie, di grandi e piccole scuole, spesso portatrici di un pensiero pedagogico fertile e di esperienze di qualità.

Indichiamo priorità autentiche, ritorniamo a essere orgogliosi dell’importanza del nostro mestiere e a pretendere che esso venga riconosciuto nei fatti per quello che vale, come ci esortava a fare Mario Lodi, perché “davanti al maestro e alla maestra passa sempre il futuro. Non solo quello della scuola, ma quello di un intero Paese”.
 

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