Scuola: quell'ascensore sociale fermo

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Italia  agli ultimi posti per i risultati scolastici dei ragazzi provenienti da un contesto difficile. La nostra scuola ha bisogno di puntare su relazione educativa e mediazione didattica.

Mario Maviglia

ragazzi zaini spiaggia

Un recente studio Ocse-Pisa conferma quanto si sapeva già da tempo, ossia che la scuola italiana non riesce più a svolgere quella funzione di “ascensore sociale” per gli studenti che provengono da un ambiente svantaggiato. In particolare, il report (intitolato “Resilienza scolastica”) mette in luce che solo uno studente svantaggiato su cinque riesce a raggiungere un livello medio di competenze scolastiche in matematica, lettura e scienze. L’Italia si colloca agli ultimi posti nella classifica di 35 Paesi industrializzati riguardo i risultati scolastici raggiunti dai quindicenni provenienti da un contesto difficile (dati del 2015). Nel nostro Paese i ragazzi “resilienti”, ossia che riescono a conseguire risultati scolastici soddisfacenti malgrado le condizioni socio-economiche non favorevoli, sono solo il 20% degli studenti svantaggiati contro una media Ocse del 25,2 %. Ma il dato ancor più preoccupante è che nel 2012 in un analogo studio la percentuale italiana era del 24,7%, ossia quattro punti in più rispetto al dato di tre anni dopo.
Si consideri che in altri Paesi questo dato è decisamente molto più alto: Estonia 42%, Giappone e Canada 40%, Finlandia 39%, Corea 37%, Olanda 33%, Germania, Irlanda, Norvegia, Slovenia 32%, Danimarca 31%, Francia 24%, Gran
Bretagna 28%, Svizzera 27%.

Ragazzi imprigionati nel retroterra socioeconomico

Questi dati dimostrano che la scuola italiana non riesce a fare abbastanza per gli alunni provenienti da ambienti deprivati e comunque ottiene risultati decisamente inferiori rispetto a quelli conseguiti dagli altri Paesi industrializzati. In sostanza i ragazzi provenienti da contesti difficili rimangono imprigionati nel loro retroterra culturale e socio-economico non favorevole senza che la scuola riesca a far loro padroneggiare quelle competenze e abilità che sono ritenute essenziali per partecipare attivamente e pienamente alla vita sociale e per avere buone possibilità di successo in campo lavorativo. Secondo l’Ocse un’alta percentuale di studenti resilienti rappresenta un indicatore di qualità e di equità di un sistema scolastico.
In altre parole, la scuola italiana non fa altro che ratificare le differenze iniziali degli studenti, incidendo relativamente poco su tali differenze. Come sottolinea Il Sole24ore on line del 31 gennaio 2018:

“lo studio [Ocse-Pisa] sottolinea che gli studenti resilienti si trovano in scuole caratterizzate da buone e forti relazioni tra insegnanti e studenti, un solido sostegno da parte dei professori ai ragazzi, un forte focus nell’apprendimento dello studente e dove c’è, nell’insieme, un positivo clima disciplinare. Clima che in generale è migliore dove c’è un basso turn-over di insegnanti e dove i dirigenti scolastici riescono a motivare gli insegnanti a perseguire gli obiettivi didattici. Tutte caratteristiche che servono per contrastare alcuni rischi della povertà, quali l’alto tasso di abbandono degli studi, le ridotte percentuali di accesso all’università e una bassa autostima. Al tempo stesso, i ragazzi svantaggiati che frequentano scuole con compagni avvantaggiati riescono più facilmente ad ottenere buoni risultati accademici e quindi a essere ‘resilienti’. Per contro è minore di quanto si creda il ruolo delle attività extra-curriculari offerte dagli istituti. Quindi, per dare una vera chance a scuola anche ai ragazzi che partono meno fortunati è importante soprattutto il clima dentro la classe e dentro la scuola”.

Curare la relazione educativa e la mediazione didattica

Ciò che emerge da questi dati è il ruolo fondamentale che la scuola può svolgere per dare opportunità di successo ai ragazzi che partono da condizioni non favorevoli, anche se ovviamente non può essere solo la scuola ad assumersi questo compito. Ma dallo studio Ocse emerge anche che la scuola può conseguire risultati significativi su questo campo se cura la relazione educativa e la mediazione didattica, più che l’ammodernamento tecnologico. Ciò rimanda all’importanza che assume la formazione dei docenti nella gestione dei processi di insegnamento-apprendimento in chiave inclusiva. Per anni la scuola italiana si è (giustamente) vantata di essere una scuola inclusiva in quanto accoglieva tutte le diversità espresse dagli alunni, ma evidentemente ciò non basta per fare una scuola equa e di qualità. Curare la relazione educativa vuol dire creare un clima all’interno della classe che favorisca il processo di autostima degli studenti e la loro disponibilità ad affrontare i compiti scolastici con perseveranza. In altre parole, significa entrare nel merito del rapporto educativo e considerare come si sviluppa la mediazione didattica all’interno della classe. La nostra impressione è che in questi ultimi anni sia stato fatto di tutto per distogliere i docenti da questi problemi fondamentali ed essenziali, riversando sulla scuola e sugli insegnanti incombenze, preoccupazioni e attenzioni molto periferiche rispetto a quanto detto sopra.
Ritornare a parlare di relazione educativa e di didattica può solo far bene alla scuola e ai docenti, ma soprattutto agli allievi più svantaggiati 

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