Quando l’insegnante istiga alla violenza

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Qual è il confine, per i docenti, tra libertà di espressione e necesità di essere esempio di “virtute e canoscenza”? Di Mario Maviglia.

scuola gruppoprimaria classe bambini banchi

I fatti sono noti: alcuni giorni fa, durante gli scontri tra antagonisti e polizia che tentava di impedire ai primi il contatto con gli aderenti a CasaPound nel centro di Torino, una donna con una bottiglia in mano e il cappuccio in testa sfidava apertamente i poliziotti gridando più volte: “Dovete morire! Fate schifo! M*rde! Vigliacchi!”.  Non ci è voluto molto per scoprire che la donna era un’insegnante di scuola primaria dell’Istituto Comprensivo “Leonardo da Vinci”. Il Ministero ha promesso il celere avvio di un procedimento disciplinare.
Al di là del fatto in sé, quello che ci interessa sottolineare in questa sede è come valutare questo comportamento sul piano educativo (per quanto concerne il piano giuridico si rinvia al CCNL vigente e al Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, DPR 16/04/2013, n. 62).
Abbiamo sempre pensato che un operatore della scuola (dirigente, docente, personale Ata), in quanto a contatto con “minori” in un contesto che per definizione è “educativo”, debba sempre proporsi come un “modello”, ossia, per dirla con la Treccani, come una “persona o cosa scelta come esempio da seguire e da imitare, specialmente dal punto di vista intellettuale o morale”.
In modo particolare l’insegnante è “condannato” a proporsi come modello poiché gli sono affidati dei giovani in formazione; un modello sul piano culturale e cognitivo, ovviamente, derivante dalla sua preparazione e dalle competenze acquisite, ma, inevitabilmente e soprattutto, un modello sul piano comportamentale.
È vero che l’insegnante ha esibito quel comportamento al di fuori del contesto scolastico e – stando a quanto riportato dal quotidiano La Stampa – lo ha anche giustificato affermando che: “Oltre che un’insegnante, sono una persona e sono antifascista. Non mi vergogno della sana rabbia che tutta questa incomprensibile indifferenza scatena nel mio cuore e nella mia mente. Credo che ‘Se i giusti non parlano, hanno già torto’… Il fascismo si combatte, finché si è in tempo, sul piano culturale e della formazione plurale degli uomini e delle donne. Ed è questo che io cerco di fare, ogni giorno, nel mio lavoro. I miei studenti e le mie studentesse lo sanno. Non faccio propaganda politica a scuola”.

Il diritto di libera espressione e lo "stile"

Qui ovviamente nessuno contesta il diritto costituzionale alla libera espressione (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, art. 21 Cost.), ma si tratta di capire se espressioni così ingiuriose ed offensive come quelle usate dall’insegnante, e rivolte ad altri organi dello Stato, siano compatibili con un comportamento docente che per definizione è basato sulla parola e sull’uso dialettico della parola setssa e del ragionamento. Si tratta anche di comprendere se la funzione di “modello” debba essere riferita esclusivamente all’interno dell’ambito scolastico o debba riverberarsi anche nella comune esperienza di vita dei docenti. Inutile dire che non ci possono essere schizofrenie nella proposizione del modello, in quanto si trasmette agli altri quello che si è, oltre che quello che si sa.
La docente – in base alle dichiarazioni rilasciate - sembra aver confuso la dialettica argomentativa, che può essere anche stringente e incalzante, con il ricorso ad un linguaggio fatto di slogan offensivi e al limite dell’incitamento alla violenza. Un comportamento, questo, che appare diametralmente opposto a quello che dovrebbe caratterizzare la figura di un docente, dentro e fuori la scuola, e la cui cifra dovrebbe essere quella di unire la passione per le proprie idee con il rigore del ragionamento e della ragione.
Qualcuno può obiettare che allora è solo questione di stile. E perché no? È anche questione di stile: lo stile della civiltà, della cultura, del ragionamento, e della cortesia. Per gli insegnanti vale ancor di più quanto diceva il Sommo Poeta: “fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza”. Viviamo in un’epoca in cui abbondano i “bruti” di dantesca memoria: che almeno i docenti cerchino di emanciparsi da questa situazione, dentro e fuori la scuola, per seguire “virtute e canoscenza”. Se il protagonista del fatto fin qui descritto fosse stato un altro professionista probabilmente non avrebbe avuto la stessa attenzione mediatica, ed è giusto che sia così perché si presuppone che i docenti, per la funzione che svolgono, siano in grado di padroneggiare, anche nelle situazioni extrascolastiche, gli strumenti culturali della comunicazione e della mediazione, oltre che del ragionamento.
 

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