Quando i politici entrano in classe

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Il ministro Matteo Salvini interrogato dai bambini nella trasmissione tv “Alla lavagna!”: la strumentalizzazione dell'infanzia per il consenso politico. Di Mario Maviglia

salvini in rai

Qualche giorno fa ha debuttato su RAI 3, in prima serata, la trasmissione Alla lavagna!, per la regia di Alberto De Pasquale. Il format della trasmissione prevede che ad ogni puntata partecipi un personaggio famoso a cui i bambini (di quarta/quinta elementare, per quel che è dato di vedere) rivolgano delle domande di vario genere. L’ambientazione è una classe (vi sono immagini esterne in apertura di programma di una vera scuola primaria), ma probabilmente si tratta di un set televisivo allestito appositamente per girare le varie puntate. Gli stessi alunni probabilmente non fanno parte di una stessa classe, ma sono stati reclutati alla bisogna. Non sono presenti insegnanti durante i 22 minuti circa di durata della trasmissione.
La prima puntata ha visto la partecipazione del ministro dell’interno Matteo Salvini che ha risposto alle varie domande postegli dai bambini.
Si possono fare diverse letture della trasmissione. Quello che emerge in modo netto è un senso di artificiosità, se non di falsità. Falsa è la classe, falsa è la scolaresca, false le domande poste dai bambini, dietro cui si celano gli adulti ideatori del programma. Più in generale il programma appare figlio di quella TV spazzatura che dagli anni ’90 in poi ha rincretinito buona parte della popolazione italiana. I bambini che con le loro movenze scimmiottano gli adulti appena parte una musichetta (il ministro doveva indovinare il nome del cantante), sembrano usciti dal set del Grande Fratello o di qualche altra trasmissione simile la cui caratteristica principale sembra quella di limitare al minimo lo sforzo che comporta la produzione di un pensiero o l’attività sinaptica.
Si dirà che il registro televisivo determina queste forzature e questo in parte è vero, ma la ricerca ossessiva di spettacolarizzare l’azione e la stessa informazione (in fondo i bambini chiedono all’interlocutore una serie di informazioni e dati) trasformano il contesto classe in un palcoscenico da Rischiatutto, con tanto di subliminale vincita finale: alla fine il ministro – a detta degli stessi bambini – risulta essere molto più “umano” di come appare nell’agone politico. E poco importa che lo stesso sia autore di politiche sociali che vanno in una direzione non certo contrassegnata dalla cifra dell’accoglienza e dell’inclusione.
Com’è noto, la parola “infanzia”, nella sua accezione terminologica, indica colui che non può ancora parlare, che non ha parola. I bambini protagonisti della trasmissione Alla lavagna! apparentemente hanno la parola, eccome! Tant’è che pongono tante domande all’interlocutore, sia rispetto alla sua vita privata che alla sua sfera pubblica e politica. Ma la parola di quei bambini appare svuotata di ogni infantilità e strumentalizzata da adulti bramosi di incassare, anche in questo modo, consenso politico. La mercificazione dei bambini in altre parti del mondo passa soprattutto attraverso il possesso del corpo (bambini soldato, prostituzione infantile ecc.); da noi la mercificazione è più subdola in quanto mira a impossessarsi delle coscienze. Il politico di turno, nella sua versione paciosa, assolve molto bene questo compito. D’altro canto, cinicamente, anything that is useful for the cause is moral.
 

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