"Miti scolastici", prima parte: l’inclusione

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Iniziamo una serie di post in cui analizziamo  in modo critico alcune opinioni “cristallizzate” sebbene la realtà sia ben diversa. I dati su barriere architettoniche e sostegno devono farci riflettere. Di Mario Maviglia

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Tra i vari significati attribuiti al termine “mito” la Treccani on line riporta questo: “Rappresentazione ideale o ideologica della realtà che, proposta in genere da una élite intellettuale o politica, viene accolta con fede quasi mistica da un popolo o da un gruppo sociale”. Con questo contributo iniziamo un viaggio attraverso alcuni miti scolastici che nel tempo si sono consolidati e cristallizzati. L’obiettivo è quello di rivisitarli criticamente per cercare di cogliere la loro aderenza alla realtà effettiva del fare scuola, al di là delle incrostazioni ideologiche e normative.

Il primo mito è quello dell’inclusione. Per anni ci siamo detti che la scuola italiana è una delle più inclusive al mondo, che abbiamo una normativa molto avanzata, coraggiosamente proiettata verso una scelta convintamente inclusiva.

I numeri

Ma tutto ciò trova riscontro nella realtà? Ognuno può farsene un’idea considerando i seguenti dati. Il 66% degli istituti scolastici presenta barriere architettoniche e non è accessibile ai disabili (nel Meridione la percentuale è del 75%) (dati Istat). Il 36% dei docenti utilizzati sul sostegno non ha il titolo di specializzazione (Istat). Nel 41% dei casi gli alunni con disabilità hanno cambiato il docente di sostegno rispetto all’anno precedente (il 12% addirittura nel corso dell’anno scolastico) (Istat). Negli istituti professionali è inserito un alunno disabile ogni 16 studenti; negli istituti tecnici un alunno ogni 47; nei licei scientifici uno ogni 131 e nei licei classici uno ogni 155 (dati Tuttoscuola). In altre parole, in un istituto professionale sono inseriti alunni disabili 10 volte in più rispetto a un liceo classico. Eppure la normativa italiana sull’inclusione dei disabili a scuola ha più di 40 anni.

La legge e la messa in pratica

Se dopo tutti questi anni registriamo ancora dati come quelli riportati sopra evidentemente qualcosa non ha funzionato; e non c’è motivo di credere che la situazione sia molto diversa per altre categorie di alunni con difficoltà. In sostanza nel corso di questi decenni è stata elaborata una narrazione pedagogica molto affascinante rispetto al tema dell’inclusione, ma si è lavorato poco sugli aspetti professionali, organizzativi e materiali per rendere effettivo il processo inclusivo. A guardarla con un certo disincanto, tutta l’architettura normativa riguardante l’inclusione scolastica appare poco più che un insieme di affermazioni di principio se rapportata alla realtà. D’altro canto questo sembra un vezzo della nostra vita sociale e politica: fare tante belle leggi per poi lasciarle morire di lenta consunzione.

  

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