“Ecco perché mi schiero contro i voti nel primo ciclo”

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“Ecco perché mi schiero contro i voti nel primo ciclo”

I voti creano un rapporto distorto tra scuola e famiglia: sembra che i figli debbano andare in classe per portare a casa un buon risultato piuttosto che per imparare realimente. Di Mario Maviglia

voto compito in classe

Questo è un articolo volutamente provocatorio. È una presa di posizione netta, decisa e radicale contro i voti a scuola, almeno nel primo ciclo di istruzione. Le ragioni sono presto spiegate. I voti stanno distruggendo la relazione educativa e stanno snaturando i rapporti con i genitori degli alunni. Tutto sembra sacrificato in nome della verifica e della prestazione. Non si va a scuola per il gusto di imparare (ammesso che ci sia mai stato…), ma per prendere un bel voto. La didattica si sta trasformando in una sequenza di prove di verifica (anche nella scuola primaria), con tanto di voto, media, ecc. Che i bambini imparino effettivamente sembra non interessare più nessuno, troppo presi come siamo a “misurare” costantemente la prestazione. I bambini diventano essi stessi voti, ossia soggetti pesati, misurati, classificati.

I voti creano un rapporto distorto tra scuola e famiglia: non ci si confronta sugli interessi, le passioni e le caratteristiche dei bambini, ma se sanno o non sanno certe cose, se hanno imparato o meno determinati contenuti, se hanno ottenuti voti soddisfacenti oppure no.

Eppure ci deve essere un modo per uscire da questo ingranaggio perverso. Occorrerebbe sperimentare una didattica senza voti: immaginiamo un gruppo di scuole disponibili a intraprendere un modo diverso di fare scuola, senza voti, senza compiti asfissianti, senza ansia da prestazione. Una scuola dove si prova gusto a stare con gli altri, a scoprire il piacere della scoperta e dell’imparare, a sperimentare forme collaborative di apprendimento. Una scuola interessata a conoscere ogni bambino per come è; una scuola attenta a creare situazioni autentiche di apprendimento, a suscitare passioni, a liberare le potenzialità di ognuno. Una scuola fortemente impopolare e in controtendenza, perché oggi quello che conta è la prestazione, l’arrivare primi (possibilmente).

Il voto rappresenta l’emblema di questo modo di intendere la scuola; è il moloch in nome del quale vengono sacrificati i significati più autentici e genuini dell’azione educativa: l’imparare nella relazione con gli altri e con i saperi, l’appassionarsi a qualcosa, il sentirsi persona e non numero. Una sperimentazione che vuole superare questa concezione di scuola ha poche possibilità di essere avviata perché mette in crisi uno dei capisaldi della nostra epoca: l’efficientismo prestazionale, quel vortice frenetico che mette tutti in fila in base al livello delle prestazioni. Gli scarti in fondo: non intralciare il passaggio…  

 

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