La gita scolastica: cosa conta davvero

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Per allargare gli orizzonti dei bambini non è necessario fare tanta strada. Di M. Concetta Messina.

binocolo bambina natura

La primavera, si sa, non è un periodo scolastico facile: gli alunni sono stanchi, fiacchi, più svogliati del solito e sembrano rispondere meno agli stimoli didattici. Ma la conferma che la questione sia solo legata all’arrivo della bella stagione e non abbia radici psico-sociali ben più profonde (ci si chiede spesso se i bambini di oggi sappiano più interessarsi veramente a qualcosa), ci arriva dai viaggi di istruzione.
È sufficiente dare in classe la notizia di un’imminente gita per ricredersi in un nanosecondo sul fatto che l’entusiasmo, il coinvolgimento e le energie dei pargoli non siano in realtà sopite per sempre. Per non parlare poi del giorno fatidico: i decibel sprigionati da una scolaresca in gita, anche a qualche isolato di distanza, costituiscono un fenomeno antropico che non sfugge al passante più distratto.
Non ci si illuda troppo, però: non è affatto la meta, e tutto ciò ad essa connesso, ad eccitare così tanto i bambini.

Non la meta ma l'andare

Gli insegnanti svolgono un lavoro estenuante per organizzare i viaggi di istruzione: scelgono con cura località e siti che spaziano dall’interesse storico, a quello scientifico-naturalistico. Ritagliano itinerari pertinenti al programma scolastico in corso, ne cercano attinenze e ne scovano insolite connessioni. In classe preparano il terreno anticipando discorsi, concedendosi deviazioni e perdendosi in approfondimenti.
Tuttavia a coinvolgere i piccoli non è il prestigio della località da visitare o l’indiscussa bellezza del paesaggio; per i bambini ciò che conta è stare assieme fuori dall’ambiente usuale dell’aula, non importa dove. Amano uscire dagli spazi consueti, l’indipendenza dai genitori, la possibilità di riempire lo zaino di leccornie solitamente proibite (sarebbe delittuosa l’imposizione di veti sui cibi portati da casa durante le gite).

Alla scoperta del mondo attorno 

E allora?
Allora non è necessario percorrere troppi chilometri e andare alla ricerca di mete particolari. Per i bambini è sufficiente salire su un pullman e azionare il motore. Andare. Assaporare quel senso di libertà che si avverte fuori da scuola e sentirsi un po’ più grandi, almeno quel giorno.
Ma allora? La finalità formativa del viaggio?

Una volta, tanti anni fa, feci un viaggio d’istruzione “attorno casa”.
Noleggiai un piccolo pulmino e portai gli alunni di una terza ad esplorare il circondario. Percorremmo un anello di non più di dieci chilometri attraverso i paesi vicini. Costeggiammo l’argine del fiume Coghinas e risalimmo una collina da cui potei mostrare loro l’intera valle bordata dal mare, il profilo dormiente di Monte Ruju, un assolo nella zona, e le ultime anse del corso d’acqua. Scendemmo quindi sino al mare e fotografammo la foce. Durante il tragitto tempestai i bambini di domande e cercai di stimolare riflessioni su ciò che avevano da sempre visto, su ciò che mille volte era passato attraverso i loro occhi e su cui, probabilmente, proprio perché troppo vicino e alla portata di mano, nessuno si era mai soffermato con loro. E quel “solito” e familiare, per un giorno, in un coup de theatre è diventato l’oggetto del nostro viaggio, del nostro andare.

    


Strano, ma di tutte le gite fatte con gli alunni nell’arco di vent’anni, è quella ad essermi rimasta maggiormente impressa. La gita “attorno”.
Forse perché conservo l’illusione che quei bambini abbiano imparato tanto, quel giorno. Forse perché continuo a credere che muovendo dalla consapevolezza del vicino, si possano realmente allargare gli orizzonti della conoscenza. E che sia, anzi, proprio opportuno, per capire realmente i mondi lontani e prima di intraprendere ogni altro viaggio, partire da una gita attorno.
E pensando ancora ad allora, mi torna in mente un passo di Italo Calvino ne Le città invisibili, in uno dei dialoghi tra Marco polo e Kublai Khan. Dopo avere ascoltato numerose descrizioni di luoghi lontani, l’imperatore dei Tartari chiede al viaggiatore veneziano come mai egli non parli mai della sua città:

 Sire, ormai ti ho parlato di tutte le città che conosco.
─ Ne resta una di cui non parli mai.
Marco Polo chinò il capo.
─ Venezia ─ disse il Kan.
Marco sorrise. ─E di che altro credevi che ti parlassi?
L’imperatore non batté ciglio. ─ Eppure non ti ho mai sentito fare il suo nome.
E Polo: ─ Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia (…)Per distinguere la qualità delle altre, devo partire da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia.

Nelle immagini, dall'alto: foto 2 =spiaggia di San Pietro e fiume Coghinas (Valledoria-Sassari) al tramonto; foto 3 =veduta aerea della valle del fiume Coghinas; foto 4= foce del fiume Coghinas.

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