Valutazione o prestazione?

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Quando tutto è finalizzato a fare bene le verifiche, interessa poco quanto abbiano effettivamente appreso i bambini. Di Mario Maviglia

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Qualche giorno fa ho avuto l’opportunità di scambiare due chiacchiere con una studentessa finlandese, in Italia per uno scambio culturale di un anno. Alla domanda su come si trova nella scuola italiana attualmente frequentata ha espresso giudizi molto negativi in quanto in classe vi è troppa competitività, si è continuamente valutati, tutto il lavoro ha come scopo la prestazione. Le generalizzazioni sono sempre da evitate, ma ci sembra che con poche pennellate la ragazzina abbia fatto un quadro non molto distante dalla realtà. Questo aspetto risulta ancor più grave se consideriamo come viene utilizzata la valutazione, anche nella scuola primaria.

La valutazione formativa

Una delle funzioni più interessanti ed efficaci che la valutazione può svolgere in campo educativo è quella formativa, ma paradossalmente è quella che viene utilizzata sempre meno per molte ragioni. Per valutazione formativa intendiamo la particolare vocazione della valutazione a fornire continui feedback tanto all’insegnante quanto al bambino su come si sta procedendo e su come si può cambiare rotta per conseguire risultati più soddisfacenti. In questo approccio è previsto un coinvolgimento attivo del bambino che viene sollecitato a riconoscere i propri successi e a praticare l’autovalutazione in una prospettiva di continuo miglioramento. D’altro canto, lo stesso docente, sulla base dei risultati emersi, è sollecitato a modificare il processo di insegnamento e a declinare in modo più puntuale le proposte didattiche in relazione alle risposte dei bambini. È evidente che questo modo di procedere incrementa l’efficacia didattica dell’insegnamento e nel contempo accresce l’autostima del bambino e la motivazione ad apprendere.

Effetti surreali e nocivi nel processo di apprendimento

Cosa succede invece nella scuola di tutti i giorni, o comunque in gran parte delle scuole? I docenti (e i bambini) sembrano diventati vittime della valutazione e, ancor più, delle prove di verifica. La valutazione non è tanto vista nella sua dimensione formativa ed evolutiva quanto legata all’aspetto prestazionale con effetti surreali e nocivi nel processo di apprendimento: in sostanza tutto è finalizzato a fare bene le verifiche per poter avere una buona valutazione (secondo un modello ben conosciuto nelle scuole superiori); quanto abbiano effettivamente appreso i bambini e quanto sappiano utilizzare quanto appreso in situazioni specifiche sembra interessare relativamente poco. Ciò che interessa è il risultato riportato nelle prove di verifica: quanto una determinata attività abbia interessato il bambino e cosa egli pensa di aver appreso in quella attività (al di là delle rilevazioni dell’insegnante) è cosa che non sembra meritare particolare attenzione. In questo modo si hanno due perversi comportamenti: il docente è troppo occupato e preoccupato degli aspetti prestazionali per prestare una genuina attenzione al processo di apprendimento del bambino e questi è più interessato a fare bella figura (prendere un bel voto) che a interessarsi genuinamente a quel che si fa a scuola.


 

 

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