Scuole "eugenetiche"?

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I RAV di alcuni licei pubblicizzano l'assenza di poveri, nomadi o disabili per attirare un’utenza selezionata. Di Mario Maviglia

scuola diploma

Qualche giorno fa il quotidiano Repubblica ha pubblicato alcuni passaggi dei Rapporti di Autovalutazione (RAV) di alcuni licei classici in cui l’assenza di alunni poveri, nomadi o disabili veniva pubblicizzata come un pregio da parte delle scuole per attirare un’utenza selezionata. Facendo una rapida carrellata di quanto riportato in alcuni RAV si scopre quanto segue:
Liceo classico di Genova: “L'assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale (come, ad esempio nomadi o studenti provenienti da zone particolarmente svantaggiate) costituisce un background favorevole alla collaborazione ed al dialogo fra scuola e famiglia, nonché all'analisi, con apporti reciproci, delle specifiche esigenze formative, nell'ottica di una didattica davvero personalizzata”.
Liceo classico di Milano: “Gli studenti del classico per tradizione hanno provenienza sociale più elevata. Ciò nella nostra scuola è molto sentito”.
Liceo classico di Roma: “Tutti gli studenti, tranne un paio, sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento”.
Le scuole interessate hanno reagito vivacemente, rigettando le accuse mosse. La preside del liceo classico di Roma, ad esempio, ha affermato che "La fisionomia di una scuola traspare dalla sua vita quotidiana e dall'impegno di tutto il Personale. E la fisionomia della nostra scuola è da anni all'insegna di un quotidiano impegno per l'inclusione, per sostenere ogni studente nella sua individualità e nel suo percorso di crescita e per la lotta contro il disagio comunque si manifesti". Se però si va a vedere la composizione della popolazione studentesca di questi istituti si scopre che gli studenti stranieri sono una rarità, quelli con disabilità costituiscono una percentuale irrisoria se confrontata con altri indirizzi di studio e quelli di provenienza socio-culturale modesta o bassa sono delle eccezioni.
Si dirà che è sempre stato così e questo è vero, ma quello che sconcerta oggi è che questo dato “demografico” viene pubblicizzato come una nota di merito della scuola e, implicitamente, viene utilizzato per disincentivare l’iscrizione di poveri, nomadi o disabili. Infatti queste categorie di studenti non favorirebbero “il processo di apprendimento”, come candidamente viene affermato nel RAV di una scuola. Viene qui in mente la denuncia fatta dai ragazzi di Barbiana con Lettera a una professoressa (50 anni fa!): “La scuola è un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile”.
Sembra che siano passati invano i 40 anni che ci separano dalla legge 517/1977 e i 30 dalla Sentenza della Corte Costituzione n. 215/1987 che sottolineavano il diritto dei disabili a frequentare le scuole di ogni ordine e grado, senza limitazioni di sorta. C’è da chiedersi quanto lavoro sia stato fatto dai licei classici italiani per favorire questo diritto alle categorie di studenti meno fortunati sul piano del censo, della provenienza geografica, socio-culturale o di condizione psicologica personale. E c’è da chiedersi cosa ha fatto l’Amministrazione scolastica, nel suo complesso, per verificare se questo diritto abbia trovato effettiva attuazione in tutti gli ordini di scuola. Certo si dirà che gli alunni disabili incontrano difficoltà a frequentare un liceo classico; si può rispondere che possono incontrare altrettante difficoltà in un istituto tecnico o professionale. Né più né meno.

Una mentalità da svecchiare

È sempre molto ingeneroso e ingiusto fare delle generalizzazioni. Vi sono infatti non pochi licei classici che hanno percorso con significativi risultati la via faticosa dell’inclusione e dell’innovazione didattica, ma l’impressione generale che si ha è che questo tipo di scuola sia rimasta arroccata nelle sue tradizioni gentiliane, disdegnando il rinnovamento didattico ed impostando la propria azione metodologico-didattica facendo riferimento ad uno studente medio senza problemi di apprendimento, lasciando fuori gli altri o non dando adeguata assistenza didattica.
Per svecchiare questa mentalità servirebbe una robusta politica di formazione in servizio del personale docente, oltre che un controllo serrato delle iscrizioni e delle forme di recupero messe in atto nei confronti degli studenti che presentino inciampi nel processo di apprendimento. Provocatoriamente si potrebbe proporre anche un’altra misura, molto dirompente: per poter insegnare in un liceo classico occorre obbligatoriamente svolgere uno-due anni in un istituto professionale. Si verrebbe a contatto con quella parte di popolazione scolastica più debole e si potrebbero affinare le pratiche didattiche inclusive da riversare poi nel liceo classico.
Il titolo di questo intervento è volutamente provocatorio. All’eugenetica preferiamo la pedagogia, quella umana, troppo umana.


 

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