Il senso della valutazione

Entra in Giunti Scuola

Hai dimenticato i dati di accesso?

Non sei ancora registrato?

Entra anche tu a far parte della più grande community di insegnanti italiani sul web!

Perché dovrei registrarmi?

Array
(
    [cmg_userData] => Array
        (
            [localhost%%gs_prod] => Array
                (
                    [profile] => ANONYMOUS
                    [groups] => Array
                        (
                            [-2] => SanchoEverybody
                        )

                )

        )

    [cmg_channels] => Array
        (
            [VVHJVT9N] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => cmg_processURL
                )

            [C7JWIEJC] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => sancho_Object_showUp
                )

            [EEITYUEX] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => sancho_Object_showUp
                )

        )

    [cmg_lang] => 
)

E se si mettessero in atto strategie per dare conto al bambino dei progressi compiuti, puntando l’attenzione più sulle potenzialità che sui fallimenti? Di Mario Maviglia. 

bambino scuola legge scrive intercultura

Si avvicina il momento del rituale della valutazione a scuola, un momento carico di tensione sia per i docenti che per gli allievi (oltre che per le famiglie). Negli ultimi anni la valutazione sembra aver preso il sopravvento su ogni altro aspetto della didattica scolastica: di fatto oggi si va a scuola non per apprendere o per voler apprendere, ma per svolgere bene le verifiche. È un panorama sconsolante quello che si vede spesso negli ambienti scolastici: sembra che non interessi più a nessuno se i bambini si appassionano a quanto si fa a scuola o se apprendono effettivamente quello che viene proposto loro dai docenti. Quello che interessa è che le prestazioni nelle varie prove di verifica siano adeguate. Si studia per ottenere almeno la sufficienza, il fatidico 6; il resto conta relativamente poco. Quanto siano durature le conoscenze acquisite, quali competenze siano state attivate, quali interessi siano stati sollecitati negli alunni, tutto ciò non sembra interessare la scuola. Si studia per affrontare degnamente le prove di verifiche su un determinato argomento o attività, per poi passare ad altro argomento o attività e quindi ad altre prove, e via di questo passo.

Che cosa è cambiato dopo le 10 tesi sulla valutazione 

Forse proprio a causa di queste profonde storture della valutazione, periodicamente si levano voci per abolirla o trasformarla radicalmente. Già nel 2010 in Francia è stato lanciato un appello per abolire i voti nella scuola primaria, appello firmato tra gli altri dallo scrittore Daniel Pennac e dall’ex primo ministro Michel Rochard. Sempre in Francia il Ministro dell’Istruzione, Benoît Hamon, nel 2014 ha lanciato una proposta di abolizione dei voti-sanzione, proposta poi non andata in porto per il cambio di Governo.
In Italia, nel 2013 è stato proposto il “Manifesto di Scanno” (“10 tesi sulla valutazione”), scaturito da un seminario di studio dedicato proprio a questo tema. Vale la pena di riprendere sinteticamente le dieci tesi (che in realtà sono nove, essendo la decima lasciata alla discrezione dei lettori), per comprendere come a distanza di 4 anni da allora ben poco sia cambiato:
1) Una valutazione per conoscere e migliorare: ogni valutazione – a tutti i livelli, dagli allievi, alle scuole, al sistema - è finalizzata alla conoscenza, allo sviluppo e al miglioramento dei processi educativi, non al giudizio e alla sanzione/premio delle singole performances.
2) Valorizzare la dimensione formativa della valutazione. Le pratiche diffuse in questi anni (il voto, le pagelle, l'uso dei test standardizzati, ecc.) rischiano di impoverire la dimensione formativa della valutazione. Questa richiede una pluralità di strumenti (prove aperte, semi-strutturate, test, valutazione autentica, dossier) capaci di “descrivere” la progressiva acquisizione di conoscenze, abilità, competenze e non solo di misurarle.
3) Mettere in gioco i processi, i contesti, le professionalità. È necessario allargare il focus della valutazione, dai risultati degli allievi ai processi organizzativi e didattici, ai contesti sociali e culturali. In questa prospettiva eco-sistemica entrano in gioco anche le professionalità degli operatori, da valutare, valorizzare e riconoscere (in termini di capitale umano, impegni e meriti, comunità professionale, clima educazionale), quali fattori decisivi per la qualità dell'istruzione.
4) Che uso fare delle prove Invalsi? Le prove Invalsi di rilevazione degli apprendimenti non dovrebbero essere solo a campione (come qualcuno pure chiede), perché risulterebbero troppo di nicchia e ininfluenti. Sono informazioni che tutte le scuole dovrebbero avere e gestire; occorre però rafforzare un presidio interno alle scuole per la lettura ragionata dei dati, senza creare ansia da prestazione. Così pure vanno ampliate le strumentazioni valutative interne (banche-dati docimologiche).
5) Comparazione e rendicontazione sì, competizione no... Va fatto un uso ragionato e interno (non pubblico) dei dati Invalsi, per non creare una impropria competizione tra le scuole, che incentiverebbe fenomeni di cheating e teaching to the test, falsando e strumentalizzando tutto il sistema della prove standardizzate. La comparazione più significativa non è tra le scuole (che dovrebbe riguardare semmai il valore aggiunto apportato dall'intervento della scuola), ma della scuola con se stessa, nel corso del tempo: per collegare i cambiamenti e i miglioramenti riscontrati alla riflessione interna, alle decisioni ed alle scelte didattiche, organizzative e professionali che ogni scuola deve compiere, avvalendosi degli spazi di autonomia (che andrebbero potenziati).
6) Il Regolamento del SNV va attuato con saggezza. Il Regolamento SNV (Dpr 80/2013) presenta una scansione di quattro fasi, che appare coerente: autovalutazione, valutazione esterna, miglioramento, rendicontazione sociale. Occorre rimarcare questa scansione, per non far coincidere – nell'immaginario delle scuole - la valutazione di sistema con le sole prove Invalsi. Va chiarito e potenziato lo snodo autovalutazione-miglioramento.
7) Serve una quarta “gamba” al sistema di valutazione. Le scuole devono avere diritto di iniziativa e di partecipazione attiva al Sistema di valutazione e non essere considerate semplici destinatarie di valutazioni esterne. Questo implica far crescere la cultura della valutazione e le professionalità anche all'interno delle scuole. La formazione degli insegnanti deve considerare il tema della valutazione come oggetto di ricerca e di riflessione sull'efficacia delle pratiche didattiche, in ottica di laboratorio.
8) La certificazione non è un voto. Occorre interrogarsi a fondo sul “senso” della certificazione delle competenze nel 1° e nel 2° ciclo. Da un lato apre prospettive interessanti di descrizione qualitativa degli apprendimenti; dall’altro un modello standard nazionale (introdotto nel 1° ciclo) potrebbe burocratizzare, impoverire il valore formativo della certificazione.
9) Il “valore” (non solo legale) degli esami di Stato. L’esame di licenza media appare una gabbia troppo rigida: qualcuno lo vorrebbe spostare al 16° anno, altri lo vorrebbero più snello e “integrato”, altri vorrebbero togliere la prova strutturata nazionale o dargli un peso minore: si dovrebbe comunque dare un peso diverso alle varie prove, mentre l'attuale regolamento parla in maniera riduttiva di “media” aritmetica.

La valenza formativa della valutazione

Il recente Decreto Legislativo 62/2017, che detta nuove norme in materia di valutazione e di certificazione delle competenze nel primo ciclo, in attuazione della Legge 107/2015, solo in parte risponde alle esigenze espresse sopra, in particolare sganciando le prove Invalsi di terza media dal voto finale dell’esame di Stato del primo ciclo. Lo stesso decreto ribadisce però che la valutazione va effettuata in decimi sia nella scuola primaria che in quella secondaria di primo grado.
Nel corso degli anni ciò che si è perso del senso della valutazione è proprio la sua valenza formativa. Di fatto oggi la valutazione serve essenzialmente a registrare i livelli di apprendimento raggiunti dall’allievo, una sorta di fotografia dell’esistente che difficilmente si tramuta in un progetto di miglioramento. Peraltro l’utilizzo del registro elettronico ha aggiunto una patina di tecnocrazia a questa operazione, enfatizzando involontariamente gli aspetti “scientifici” e “oggettivi”. Ma questa registrazione rappresenta di fatto l’anticamera della sanzione (e della selezione). Man mano che si sale nei gradi scolastici la funzione formativa della valutazione viene sempre più sacrificata fino a scomparire del tutto nella scuola secondaria superiore, dove è vero che sono previsti i corsi di recupero per gli studenti con insufficienze nelle varie materie, ma la loro incisività appare alquanto offuscata poiché sovente essi sono organizzati per mero adempimento burocratico.
E se si provasse davvero ad abolire i voti a scuola? E se la scuola diventasse davvero un luogo dove si apprende e si socializza senza l’assillo di essere continuamente pesati, giudicati, valutati? E se si mettessero in atto strategie non per misurare, ma per verificare se effettivamente quello che viene proposto e realizzato insieme agli allievi trova una qualche forma di risposta nella loro conoscenza e nelle loro competenze per impostare interventi di sviluppo e miglioramento dei processi di apprendimento laddove dovessero esserci degli inciampi cognitivi? La valutazione in questo contesto dovrebbe servire a dare conto al bambino dei progressi compiuti o da compiere in vista di risultati più significativi, puntando l’attenzione più sulle potenzialità che sui fallimenti. È quanto si cerca di fare in Finlandia, dove non a caso si ottengono risultati riconosciuti a livello internazionale.
Naturalmente sappiamo che queste proposte sono difficilmente realizzabili, ma sappiamo anche che, per come viene agita oggi la valutazione, si rischia di snaturare il senso stesso del processo di apprendimento in quanto tutto sembra essere sottomesso alla tirannia della verifica delle prestazioni. Aspetti come il comprendere, il curiosare, il ricercare, l’appassionarsi e l’interessarsi alle attività che si svolgono a scuola appaiono sempre meno presenti nelle pratiche didattiche, soffocate dalla convulsione delle verifiche.

Condividi:

Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Entra in Giunti Scuola