I compiti a casa: troppi e inutili?

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Dai test internazionali, un dato apparentemente paradossale: troppi compiti fatti a casa nuocciono al rendimento scolastico degli alunni. Di Mario Maviglia. 

compiti a casa legere scrivere bambino

Sono stati resi noti i risultati dei test Timss (Trends in International Mathematics and Science Study) svolti nel 2015 dagli alunni di quarta elementare e terza media in Scienze e Matematica nei Paesi OCSE, tra cui l’Italia. Il dato apparentemente paradossale di questa indagine è che i troppi compiti fatti a casa nuocciono al rendimento scolastico degli alunni.
È interessante rilevare, ad esempio, che gli alunni italiani di quarta elementare ottengono mediamente buoni risultati in Matematica (507 punti) e in Scienze (516 punti), ma i bambini che a casa studiano da 31 a 120 minuti a settimana ottengono risultati di gran lunga migliori di quelli che studiano per periodi più lunghi (in particolare, questi ultimi ottengono 29 punti in meno in Matematica). Addirittura in Scienze gli alunni che non hanno nessun compito a casa ottengono 28 punti in più nei test rispetto a chi è costretto a fare compiti per più di due ore settimanali.
Risultati analoghi si hanno in terza media: chi studia Matematica per più di tre ore settimanali ottiene 488 punti, a differenza di chi studia meno a casa (502 punti).
Questi risultati non rappresentano una novità in quanto già nelle precedenti indagini OCSE era emersa una significativa correlazione tra troppo tempo domestico dedicato ai compiti e cattivi risultati scolastici. Eppure nella pedagogia del senso comune, che spesso alberga anche nella mente dei professionisti dell’educazione, è ancora molto forte l’idea che più si studia e più si ottengono risultati significativi. I dati empirici di queste indagini in realtà dicono altro e restituiscono un quadro che andrebbe considerato con la massima attenzione.
È vero che la richiesta di compiti a casa proviene spesso (o è avallata) dai genitori, i quali pensano in questo modo di tenere occupati i figli al pomeriggio distogliendoli da altre occupazioni ritenute disdicevoli o comunque meno proficue. In tal modo si rischia però di creare un rapporto di dipendenza altrettanto disdicevole soprattutto quando i genitori si sostituiscono ai figli nel fare materialmente i numerosi compiti assegnati dagli insegnanti (a chi non è capitato?). In tal modo il compito diventa una sorta di mero adempimento burocratico (occorre farlo perché lo ha detto l’insegnante), ma sfuggono le valenze educative e istruzionali, e soprattutto non viene verificato se effettivamente è funzionale al processo di apprendimento dei ragazzi.
E d’altro canto, l’insegnante ritiene che dare compiti a casa contribuisca a rafforzare gli apprendimenti e a consolidare quanto è stato proposto nel corso delle attività scolastiche. Questa idea di per sé non è sbagliata, ma occorre considerare alcuni aspetti collaterali che, se non gestiti adeguatamente, rischiano di inficiarne la bontà.

Innanzi tutto un compito, per esplicare positivamente i propri effetti, dovrebbe sempre essere rivisto/corretto dall’insegnante, cosa che non sempre avviene anche per ragioni di tempo. A tutti è nota l’esperienza di esercizi svolti durante le vacanze di Natale/Pasqua/estate e rimasti immacolati sul quaderno, senza che alcun occhio adulto vi si posasse per un feedback, per non parlare dei vari “libri delle vacanze” coscienziosamente compilati e altrettanto coscienziosamente non esaminati alla ripresa delle lezioni. È vero che dedicarsi alla correzione di tanti compiti richiede molto tempo e non sempre i docenti ne hanno a disposizione. Si crea insomma un circolo vizioso che porta a situazioni stressogene e decisamente poco incisive sul piano dell’apprendimento.

Va poi considerato un altro aspetto che pesa negativamente sul giudizio che si può fare sui compiti. Poiché in ogni classe di scuola primaria e secondaria di primo grado agiscono da 4 a 7 docenti, e talvolta anche più, buon senso vorrebbe che vi fosse un coordinamento tra i vari insegnanti rispetto ai compiti da dare per casa in modo da non “ingolfare” certi pomeriggi in modo abnorme. Sappiamo che questo non avviene o comunque non sempre avviene anche per mancanza di tempo istituzionale settimanale da dedicare alla programmazione (nella scuola media).

Tutti questi aspetti inducono a guardare con una certa diffidenza i (troppi) compiti da svolgere a casa. Non è un caso che anche in Italia, come in altri Paesi europei, si è sviluppato un movimento d’opinione che mette in discussione il valore dei compiti a casa. Maurizio Parodi, dirigente scolastico, qualche anno fa ha scritto un libro sull’argomento, Basta compiti! Non è così che si impara, Edizioni Sonda, Torino, 2012. Più recentemente, lo stesso Parodi, in un’intervista apparsa sulla rivista on line La Tecnica della Scuola, 15/12/2017, così sintetizza le ragioni del non ai compiti a casa:
“– impediscono alle famiglie di ritrovarsi serenamente, senza lo stress di impegni soverchianti che causano sofferenze, litigi, pianti, punizioni, rinunce dolorose, rabbia;
– relegano bambini e ragazzi nel chiuso delle case, soli, chini sui libri, costretti per ore e ore allo svolgimento di compiti che non potranno essere adeguatamente corretti (i docenti non avrebbero tempo per altro);
– non determinano effetti apprezzabili rispetto all’acquisizione di conoscenze e competenze, non lasciano segno alcuno (non c’è in-segnamento): si tratta di un sapere usa e getta, come possono confermare tutti i docenti che non li danno (e ve ne sono, in scuole di ogni ordine e grado);
– aggravano la condizione di chi sia già svantaggiato, penalizzano chi vive in ambienti deprivati, chi non abbia genitori istruiti, solleciti o abbienti (le lezioni private costano)”.

L’indagine Timss citata sopra sembra dare ragione a queste posizioni.
 

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